domenica 14 dicembre 2014

Ottusità devastante


Il 31 dicembre del 2013 un barile di petrolio WTI (West Texas Intermediate, con il Brent del Mare del Nord riferimento sui mercati internazionali) costava 98,42 dollari. Venerdì 12 dicembre di quest’anno, l’altro ieri, la quotazione è stata di 57,81 dollari. In percentuale, il prezzo di questa qualità di petrolio in circa dodici mesi è calato del 41,26%.
Temo che ben pochi italiani se ne siano accorti direttamente acquistando derivati del petrolio o prodotti il cui prezzo è legato a quello del petrolio (come il gas per uso domestico e l’elettricità). I prezzi alla pompa del gasolio e della benzina, infatti, mostrano la consueta vischiosità e, mentre salgono immediatamente quando il barile diventa anche leggermente più costoso, sembrano non riuscire mai ad adeguarsi rapidamente quando avviene il contrario.
In parte tale vischiosità è conseguenza della quantità e delle modalità di calcolo dei prelievi di natura fiscale che lo Stato ha accumulato nel tempo. Non so quanti di voi tre lo ricordino, ma ancora oggi, quando facciamo il pieno alle nostre auto, contribuiamo con qualche centesimo di euro alla ricostruzione della zona del Belice terremotata nel 1968 (sic).
Pesa, altresì, nel mancato rapido aggiornamento dei prezzi anche il comportamento delle aziende petrolifere, le quali traggono beneficio dalla condizione di oligopolio in cui operano, sfruttando, soprattutto nei periodi in cui i consumi s’impennano (ad esempio in corrispondenza di vacanze e di festività), una legislazione che consente loro di muoversi con tutta calma nell’adeguare i prezzi alle medie europee.
E questo la dice lunga a proposito delle liberalizzazioni e dello stimolo alla concorrenza che avrebbero posto in essere in governi che si sono succeduti negli ultimi vent’anni… Lasciamo stare. Sul tema c’è da farsi venire il mal di fegato.
Passiamo, invece, a valutare il contributo che il calo del prezzo del petrolio potrebbe dare alla ripresa della nostra economia gravemente sofferente.
Lo facciamo grazie a un articolo di Guido Tabellini apparso ieri su Il Sole 24 Ore: http://www.ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2014-12-13/le-due-facce-crollo-greggio-110816.shtml?uuid=ABarDKQC&fromSearch.
Buona stampa. Alcune considerazioni meritano di essere riprese per sottolinearle. In particolare copio e incollo un passaggio importante: Il calo di 50 dollari, rispetto ai 110 dollari su cui si era stabilizzato negli ultimi anni, rappresenta un risparmio, sui 4,2 miliardi di tonnellate di petrolio consumati all’anno, di 1700 miliardi di dollari, circa l’1,5% del Pil mondiale. Soldi questi che finiranno soprattutto nelle tasche degli automobilisti, nel mondo quasi un miliardo, e che saranno più bravi nel spenderli, per attivare l’economia globale, rispetto ai gestori dei ricchi fondi sovrani dei Paesi produttori.
Non c’è dubbio che, per consumatori provati dalla lunga crisi, ritrovarsi qualche soldo in tasca grazie al minor prezzo dei carburanti dovrebbe costituire uno stimolo all’acquisto di altri beni e, quindi, favorire una generale ripresa della domanda nel proprio Paese. Questo è tanto più vero quanto più il prezzo dei carburanti si adegua rapidamente e proporzionalmente alla diminuzione di quello del petrolio. Come ho osservato sopra, non è il caso dell’Italia. Quindi non potremo contare su questo stimolo nella stessa misura degli altri paesi.
Lo stesso ragionamento vale per i prezzi di quei beni e servizi che sono più o meno direttamente correlati con quello del petrolio, in particolare gas ed elettricità. Tabellini spiega che anche in questo caso, soprattutto per quel che riguarda l’elettricità, non potremo contare sui vantaggi che avranno altrove i consumatori perché la bolletta è da noi caricata di oneri impropri di varia natura.
Tutto questo per dire che abbiamo di fronte a noi un’opportunità che non dovremmo sprecare. Il prezzo del petrolio non resterà così basso in eterno. Io non sono certamente in grado di prevedere quanto durerà questo andamento (magari lo fossi, potrei farmi pagare un po’ la mia scienza). Immagino, tuttavia, che trattandosi di una situazione creatasi soprattutto per precisi intenti politici da parte di Arabia Saudita e USA, durerà ancora il tempo necessario per causare le conseguenze volute su Iran e Russia, principali obiettivi di questa manovra sul prezzo del greggio.
Dunque c’è una finestra abbastanza ampia a nostra disposizione per amplificare gli effetti dello stimolo all’economia che viene da questa condizione di vantaggio. Abbiamo la possibilità di recuperare somme significative in grado di favorire la ripresa della nostra economia fiaccata da troppi mesi di recessione. Servono misure incisive, azioni volte a far sì che i risparmi sul fronte della “bolletta energetica” fungano realmente da stimolo all’inversione di tendenza, attraverso la ripresa della domanda da parte delle famiglie e delle imprese, soprattutto quelle agricole e industriali. Incluse azioni volte a ridurre il prelievo fiscale sui derivati del petrolio e a premere sulle compagnie petrolifere affinché abbassino i prezzi quanto devono.
Come sarebbe consolante vedere che i politici italiani ne sono consapevoli e che stanno mettendo a punto gli interventi necessari per dar modo al Paese di trarre tutti i benefici possibili dall’andamento dei mercati petroliferi e di quelli che ne imitano le dinamiche.
Vi sembra che i politici siano impegnati in questo o che si dedichino ad altro?
Cronaca.
E lascio la risposta anche all’editoriale di oggi del direttore de La Stampa, Mario Calabresi: http://www.lastampa.it/2014/12/14/cultura/opinioni/editoriali/se-il-paese-non-si-libera-del-passato-5XPx0aIgjqpvNKeIjRZX2M/pagina.html.
Buona stampa. Calabresi dice tutto quel che andava detto e che va ripetuto finché, speriamo, verrà compreso.
E a Pippo Civati, uno di quelli che non sanno perdere e che pretendono di imporre la propria opinione alla maggioranza del partito (democraticamente eletta), suggerirei la lettura del pezzo di Lina Palmerini su Il Sole 24 Ore di ieri: http://www.ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2014-12-13/le-risposte-che-mancano-sinistra-110313.shtml?uuid=ABpr1JQC&fromSearch.
Buona stampa. Lina Palmerini contribuisce molto validamente alla rubrica Politica 2.0, che ha sostituito quella di Stefano Folli, passato a La Repubblica.
Che poi Civati e soci, anche leggendo quell’articolo, capiscano, beh… mi permetto di dubitare. Se non l’hanno fatto finora, evidentemente, non lo faranno mai. Loro hanno in mente altro. Se poi questo “altro” non ha nulla a che fare con il futuro degli italiani, poco importa. Loro si preoccupano soltanto del proprio futuro. Ebbene, a me del futuro di Civati non importa nulla, anzi no, m’importa che sparisca dalla vita politica italiana in compagnia dei tanti come lui. Gente che pretende di imporre la sua visione anche se è condivisa da meno dello 0,0… % della popolazione. Gente che continua a guardare la realtà con gli occhiali che andavano bene, forse, trent’anni fa. Gente che, se mai si sognasse di sporcarsi le mani, cercherebbe di aprire un pc portatile con la chiave del 26.
Sì, il destino politico di Civati m’interessa davvero: voglio che la sua carriera politica finisca. Finisca il più rapidamente possibile. E, con la sua, quella di D’Alema, Bersani, Camusso, Landini e via dicendo. Questi, se mai andassero al governo, affonderebbero l’Italia nel volgere di poche settimane. Non credo, però, che andranno mai al governo perché ben pochi condividono le loro idee e i loro progetti e loro non hanno ancora capito che per vincere bisogna convincere e non pontificare con la puzza sotto al naso, con la presunzione di essere i soli onesti e intelligenti.
Di solito, la Ditta e i suoi soci riescono bene a perdere o a far vincere l’avversario. Come giustamente osserva Palmerini.
Potremo mai perdonare chi sta cercando di favorire il tizio decrepito (per l’ennesima volta), Salvini, lo psiconano+barba-Mediaset?
La mia risposta, lo immaginate già, è un enorme e definitivo no.
Buona notte e buona fortuna.

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