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giovedì 9 giugno 2016

Indulgenza

Nel 1991, edito da Einaudi, usciva il volume Un eroe borghese del giornalista Corrado Stajano (https://it.wikipedia.org/wiki/Corrado_Stajano). Il libro raccontava la vicenda di una delle poche figure che si stagliano, imponenti, nella storia italiana della seconda metà del secolo scorso, quella di Giorgio Ambrosoli, avvocato, nominato nel settembre del 1974 commissario liquidatore della Banca Privata Italia di Michele Sindona, incarico al quale si dedicò con dedizione assoluta e implacabile correttezza, espressioni di un senso della giustizia e del bene collettivo assai rari nella classe dirigente del nostro paese, qualità che ha pagato con la vita nella notte dell’11 luglio del 1979 (https://it.wikipedia.org/wiki/Giorgio_Ambrosoli).

lunedì 18 gennaio 2016

Pregiudizi e mistificazioni

Dal 9 gennaio, nella cartella “Bozze”, sono finiti alcuni post che ho deciso di non pubblicare. Giravo sempre attorno al contrasto tra Unione Europea e Italia, quindi finivo per parlare di Renzi, e ho pensato che voi, come me, ne abbiate abbastanza di lui. In tutti i sensi, non soltanto perché ne scrivo io.

domenica 27 settembre 2015

Un problema di sistema?

Non posso fare a meno di occuparmi ancora della vicenda del gruppo Volkswagen, le cui dimensioni rischiano di creare all’azienda problemi tali da richiedere al nuovo management capacità senz’altro eccezionali.
Sono numerosi i Paesi nei quali la casa tedesca ha fermato la vendita dei modelli coinvolti nello scandalo delle centraline. In qualche caso la decisione è stata imposta dalle autorità, altre volte (come in Italia) si è trattato di una scelta autonoma di Volkswagen. Ecco un articolo tra i tanti, preso da Il Giornale: http://www.ilgiornale.it/news/cronache/volkswagen-blocca-vendite-italia-1175998.html.
Cronaca. Detto degli ultimi sviluppi, mi sembra assai più interessante riflettere sui significati più profondi di questa storia.

domenica 9 agosto 2015

Quel che è peggio: non sarà la BBC

Continua lo scontro politico sulla questione dei migranti e, a quanto pare, neppure il Papa può permettersi di esprimere la propria opinione senza essere oggetto di risposte beffarde da parte del Felpo o di altri, i quali pretenderebbero che il Pontefice la pensasse come loro e non ammettono che la pensi diversamente. Ecco un rapido punto della situazione da Il Sole 24 Ore di ieri:

venerdì 16 gennaio 2015

Ognuno per la sua strada

Non sono tanto presuntuoso da farmi sfiorare dalla tentazione di commentare direttamente e diffusamente la decisione assunta ieri dalla Banca Nazionale Svizzera.
E’ alla mia portata, e quasi superfluo, osservare che la scelta di lasciar fluttuare liberamente il cambio tra Franco Svizzero ed Euro (prima mantenuto artificialmente al valore di 1,2 Franchi per Euro) ha suscitato clamore e prodotto effetti immediati che hanno sorpreso qualche osservatore e mandato a picco alcuni operatori che, evidentemente, avevano posizioni divenute insostenibili con la moneta svizzera arrivata a rivalutarsi in pochi minuti quasi del 40% rispetto alla valuta unitaria.
Ho deciso di segnalarvi solo alcuni articoli, lasciando che, se lo vorrete, ne cerchiate altri voi, che vi formiate la vostra opinione e che, se necessario, decidiate come modificare i vostri investimenti.
Cominciamo con un pezzo di Bloomberg, nel quale prevale l’attenzione per gli aspetti quantitativi: http://www.bloomberg.com/news/2015-01-16/euro-s-march-lower-getting-boost-from-swiss-bankers-currencies.html.
Buona stampa. Generalizzato.
Aggiungo un pezzo da The Economist che, per me, ha un sentore di déjà-vu, visto che ricordo l’epoca non così lontana nella quale molti italiani si erano indebitati in marchi tedeschi per trarre vantaggi dai bassi tassi, dimenticando che esiste anche una cosa che si chiama rischio di cambio (non vi racconto tutta la storia, ma fidatevi di me: alla fine il conto della loro avventatezza non pochi di questi signori, con l'aiuto dei soliti politici interessati, lo hanno scaricato sulle spalle della collettività). Ecco il link all’articolo: http://www.economist.com/news/europe/21639760-poles-were-slow-get-out-swiss-franc-mortgages-now-they-are-paying-price-currency-risk.
Buona stampa.
Ora mi sbilancio e faccio qualche considerazione.
La prima, di sapore prettamente nazionale, è che, come osserva anche Alessandro Merli, chi vagheggia l’uscita dell’Italia dall’Euro e il ritorno a una valuta nazionale, farebbe bene a riflettere molto attentamente sulla propria idea (lo so, idea è parola grossa, grossissima, ma sapete che mi sono imposto di evitare certi termini, che pure ci starebbero bene).
Guardando un po’ oltre i confini nazionali, osservo che la decisione della Banca Nazionale Svizzera mette in drammatica evidenza come la crisi economica e finanziaria che si usa far iniziare nel 2008 (in realtà è almeno di un anno più vecchia) stia tuttora producendo conseguenze. Osservo, inoltre, che, tra i suoi effetti, mi sembra si debba indicare una progressiva perdita di coordinamento tra le istituzioni finanziarie internazionali, derivante anche dalla crisi politica dei paesi e delle organizzazioni sovranazionali, non più in grado di porsi obiettivi collettivi e anche minimamente solidaristici. Ricordate? Solo tre anni fa, ad esempio, si faceva un gran parlare del Financial Stability Board, di cui adesso non si ricorda nessuno...
Ancora, sempre senza guardare solo all’orto di casa, mi pare vada posto l’accento su un punto messo in evidenza da Marco Onado. Riprendo le sue parole: “[…] la dimensione complessiva dei movimenti a breve è cresciuta enormemente e il mercato dei cambi, secondo gli ultimi dati della Banca dei regolamenti internazionali, attiva ogni giorno scambi per 5mila miliardi di dollari, pari a circa un terzo del Pil mondiale, ovviamente annuale (erano 3,3 nel 2007, cioè prima della crisi)”.
E’ del tutto evidente che nessuna banca centrale e nessun paese la cui valuta sia scambiata “abbastanza” liberamente, forse neppure la Fed e gli Stati Uniti, possiedono e possono generare le risorse per contrastare per più di qualche ora o qualche giorno un’eventuale aggressione concertata alla propria moneta. E questo riporta all’assenza di una visione internazionale comune e di una sia pur minima intesa sulla regolamentazione dei mercati finanziari e, in particolare, di tutti gli strumenti che le grandi banche hanno continuato a ideare per sottrarsi ai controlli e operare con almeno altrettanta disinvoltura di quanta le caratterizzava prima del 2008.
Mi fermo qui, direi che mi sono sbilanciato a sufficienza, ma ci sarà occasione per tornare sull’argomento.
Un po’ di musica per chiudere. Un eccellente pianista al quale, ingiustamente, finora ho dato solo spazio nel suo ruolo di supporto. Parlo di Red Garland (http://en.wikipedia.org/wiki/Red_Garland), di cui basta dire che è stato parte del leggendario quintetto formato da Miles Davis negli anni Cinquanta, i cui componenti trovate nella pagina di Wikipedia che ho indicato. Oggi lo ascoltiamo come leader di un trio.
Vi propongo due brani dallo stesso album, inciso nel 1961: The Nearness of You (http://en.wikipedia.org/wiki/The_Nearness_of_You_%28Red_Garland_album%29). Il primo pezzo è quello che da il titolo al disco, e che voi tre ben conoscete.



Il secondo è All Alone.


domenica 21 settembre 2014

Storia vecchia


Aldo Grasso, nella sua rubrica domenicale in prima pagina del Corriere, si occupa solitamente di personaggi che, per diverse ragioni, si meritano un ritratto ironico, a volte beffardo.
Oggi, nel parlare di Matteo Salvini, mi è parso voler aggiungere, alla consueta vena satirica, un tocco di sottile perfidia, perché nulla nuoce più della nomea di iettatore.
Buona stampa. Che Salvini meriti il ritratto, non c’è dubbio. Che porti iella, è possibile. Che per questo se ne vada o lo costringano ad andarsene, è improbabile. Che un eventuale sostituto sia meglio di lui, è impossibile. La qualità, nei partiti carismatici, se c’è, è quasi sempre limitata al leader, attorno c’è prevalentemente fuffa. La Lega era un partito carismatico: prima che la classe dirigente possa cambiare, devono trascorrere anni.
Quanto precede, purtroppo, non significa che i partiti non carismatici abbiano una classe dirigente superiore. Il PD, ad esempio, non apparteneva e non appartiene neppure oggi alla categoria, ma i suoi “uomini migliori” non sono esattamente tali. Lasciamo stare Renzi, almeno per il momento. Parliamo dello Stalinuccio di Gallipoli, D’Alema, e del suo fedele maggiordomo, Bersani. E ne parliamo a proposito della ferma opposizione che intendono portare avanti al progetto di rinnovamento del mercato del lavoro che Renzi ha deciso di chiamare (sic) Jobs Act, manco fosse alla Casa Bianca.
Bersani ha rilasciato un’intervista al Sole 24 Ore di oggi nella quale cerca di scappare da tutte le parti, incurante delle contraddizioni e dei paradossi di una posizione che è ormai indifendibile, se non considerando che una certa parte del PD si appiattisce sulla posizione della CGIL perché spera, così, di garantirsi, come accadeva in passato, una prevalenza all’interno del partito. Laddove si dimostra che chi, come Bersani, non riesce a liberarsi dagli schemi interpretativi appresi in gioventù e ormai superati, sceglie ricette inadatte sia per i problemi del Paese sia per tentare di riprendere il controllo del partito.
Buona stampa. Forquet è bravo e ci prova a trattenerlo, ma Bersani è peggio di un’anguilla…
E di memoria corta. Sono stati in tanti a comprendere che le rigidità della normativa sul lavoro avrebbero danneggiato le prospettive di sviluppo italiano. Persino D’Alema, nel 1999, quand’era Segretario dei DS, mise in evidenza la necessità di cambiare le cose, ma poi prese paura di Cofferati, come ricorda, sempre sul 24 Ore di oggi, Emilia Patta (il pezzo non è disponibile sul sito, dovete fidarvi di me).
Vi segnalo, sempre sul tema, l’editoriale di Folli, ancora dal 24 Ore di oggi: http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2014-09-21/piu-malfa-che-thatcher-piano-renzi-081104.shtml?uuid=ABQN3lvB.
Buona stampa. Dove si trova conferma a quel che dicevo, ossia che la questione dell’articolo di 18 viene usata in modo strumentale. Forse anche da Renzi, ma soprattutto dai suoi oppositori interni al PD.
Gli artefici della conservazione sono numerosi e presenti in tutti gli schieramenti. E non intendono certamente arrendersi, anzi. I difensori di privilegi assurdi e intollerabili si annidano ovunque, operano subdolamente, gettano sabbia negli ingranaggi che, a stento, si cerca di far ripartire. Volete una prova? Leggete questo pezzo di Sergio Rizzo dal Corriere di ieri: http://www.corriere.it/politica/14_settembre_20/maxi-indennita-funzione-cosi-si-aggira-tetto-stipendi-36d4bc54-4095-11e4-ada3-3c552e18d4d4.shtml#.
Buona stampa. Una classe politica inetta si fa abbindolare da una burocrazia avida e sfrontata oltre ogni limite del lecito. E non mi consola che, a quanto pare, i francesi (Marine Le Pen permettendo) si potrebbero trovare a dover scegliere di nuovo tra Hollande e Sarkozy…
Un paio di ascolti musicali. Cominciamo da Mark Isham, trombettista e compositore americano (http://en.wikipedia.org/wiki/Mark_Isham) di cui ascoltiamo In a Silent Way: Milestones, un brano piuttosto lungo dedicato a Miles Davis.


Passiamo al secondo pezzo, meno evanescente e, apparentemente, più tradizionale, in cui abbiamo modo di ascoltare una pianista e compositrice americana: Mary Louise Knutson (http://www.marylouiseknutson.com/biography.htm). Il brano s'intitola How will I Know? ed è una sua composizione che non ha nulla a che vedere con la canzone resa famosa da Whitney Houston. La Knutson è accompagnata da Gordon Johnson al basso e Phil Hey alla batteria.


domenica 23 febbraio 2014

Ci sarà un perché se tutti sperano, ma dubitano


Abbiamo un nuovo governo e, per sua fortuna, oggi qui non piove. Potrebbe essere un buon inizio…
Lasciamo perdere le battute (mediocri, tra l’altro) e vediamo di capire come stiamo venendo fuori da settimane nelle quali si è consumata una vicenda politica che, a mio modesto avviso, non ha certo contribuito a rafforzare l’immagine del nostro paese all’estero, tutt’altro. Altrove certe cose non si fanno o, se si fanno, non si dimenticano del tutto le buone maniere. Per esempio: nel Regno Unito Tony Blair e, prima di lui, Margaret Thatcher furono “rimossi” da Downing Street non dal voto popolare, ma in seguito a manovre interne ai loro partiti, forse non pienamente trasparenti, però non certo come è accaduto a Letta da parte di Renzi.
E il modo in cui si è arrivati alla nascita del nuovo governo non mi pare inquadrarsi nell’ambito dei “buoni inizi”, ma tant’è, le cose sono andate così e, quindi, guardiamo avanti, ossia a quello che ci possiamo aspettare dal più giovane Presidente del Consiglio della nostra storia.
Di queste ore è l’affermazione che il primo obiettivo dell’azione riformatrice di Renzi sarebbe la burocrazia. Ottima scelta, il punto è capire se ci sono le capacità e la volontà necessarie per combattere una battaglia difficilissima contro un possente drago dalle molte teste.
Sono certo che anche voi tre ricordiate perfettamente i proclami altisonanti di Renato Brunetta, il quale dallo scranno di Ministro della Funzione Pubblica aveva promesso di trasformare nel volgere di pochi mesi la Pubblica Amministrazione italiana. Con quali risultati? Beh, anche questi li ricordate perfettamente, il niente si ricorda agevolmente…
Qualche consiglio a Renzi lo hanno offerto Alesina e Giavazzi sul Corriere di venerdì (http://www.corriere.it/editoriali/14_febbraio_21/purche-si-dica-tutta-verita-2fdac98a-9ac2-11e3-8ea8-da6384aa5c66.shtml).
Buona stampa. I due economisti ancora non conoscevano con certezza la composizione del nuovo governo, questo spiega il loro approccio volto a dare consigli e non a fare valutazioni. Perfetta la chiusura del pezzo, che mi piace tanto da meritare di essere ripresa integralmente:
“… Ma il nuovo governo non farà nessuna di queste cose se non sostituirà radicalmente i burocrati che gestiscono i ministeri (riformando i contratti della dirigenza pubblica e allineandoli a quelli del settore privato) cominciando dalla casta dei capi di gabinetto. Per farlo ci vuole coraggio perché questi signori sono depositari di «dossier» che tengono segreti per proteggere il loro potere. Bisogna aver il coraggio di mandarli tutti in pensione. All’inizio i nuovi ministri faranno molta fatica, ma l’alternativa è non riuscire a fare nulla.”
Diverso è il tono che ritroviamo nei commenti di ieri e di oggi dei principali quotidiani italiani, nei quali mi paiono prevalere, dietro lo schermo di una speranza “obbligatoria”, dubbi e timori.
Buona stampa.
E passiamo all’editoriale odierno di Sallusti su Il Giornale (http://www.ilgiornale.it/news/interni/994961.html). Anche Zio Tibia (copyright Marco Travaglio) si è adeguato alla nuova linea morbida e garbata imposta dal padrone (il tizio decrepito) e dal suo consigliere politico. Una linea apprezzabile, perché, se non altro, persino la Santalacchè ha smesso di strillare…
Stampa così e così. Sallusti si preoccupa soprattutto di bastonare il “traditore” Alfano (che è come sparare sulla Croce Rossa). Che volete farci? Lui è fatto così, lui il giornalismo lo intende in maniera diversa da Ben Bradlee (http://en.wikipedia.org/wiki/Ben_Bradlee). 
Torniamo a commenti un po’ meno strampalati. Vi suggerisco quello di Luca Ricolfi su La Stampa odierna (http://www.lastampa.it/2014/02/23/cultura/opinioni/editoriali/sul-governo-una-certezza-e-un-dubbio-08X1E2fig0mzfuK2RyQDZK/pagina.html) e quello, sempre odierno, di Angelo Panebianco sul Corriere della Sera (http://www.corriere.it/editoriali/14_febbraio_23/paneibanco-renzi-velocista-pachiderma-7e43a82a-9c58-11e3-bf70-ea8899950404.shtml).
Buona stampa. Per entrambi. Mi limito a sottolineare le osservazioni di Panebianco riguardo alla mancata conferma di Emma Bonino e di Enzo Moavero Milanesi: condivido pienamente l’opinione che si sia trattato di due errori. Due errori madornali.
Così come, forse, non è stata neppure geniale l’idea di affidare il Ministero dello Sviluppo economico a Federica Guidi e quello del Lavoro a Giuliano Poletti. Si tratta di due persone che hanno sicuramente bagagli culturali adeguati per l’incarico, ma sono anche, che piaccia o no, esponenti di due lobby assai ingombranti e questo, a mio modesto avviso, non va per niente bene.
Senza parlare dei possibili conflitti di interesse della prima, segnalati da Il Fatto Quotidiano (http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/02/23/governo-renzi-tutti-i-conflitti-di-interessi-del-neo-ministro-federica-guidi/891162/). Intendiamoci: niente a che vedere con quelli del tizio decrepito, però…
Prima di passare al conforto della musica, vi segnalo il Buongiorno di Gramellini del 21: http://www.lastampa.it/2014/02/21/cultura/opinioni/buongiorno/la-macchina-della-saliva-aHy0TNNuKCjwoROdFdDYVI/pagina.html.
Buona stampa. E ottimo suggerimento a Renzi. Quelli che ora lo portano in palmo di mano, se fallirà, non daranno al gallo nemmeno il tempo di cantare due volte.
E cominciamo con la musica. Anna Maria Jopek (http://en.wikipedia.org/wiki/Anna_Maria_Jopek) è una cantante polacca che ha alle spalle alcune collaborazioni con importanti musicisti internazionali. Non ha una voce particolarmente potente, ma mi sembra meritare un ascolto. Vi propongo Don’t Speak, una canzone malinconica che lei interpreta con garbo e discreta intensità.


E passiamo a cose più lontane nel tempo e, direi, anche nel valore.
Nel 1963 John Coltrane compose un brano di rara bellezza per reazione a una strage razzista avvenuta nella città di Birmingham (http://it.wikipedia.org/wiki/Alabama_%28John_Coltrane%29) e lo incluse in uno dei suoi album più belli, Live at Birdland. Nell’esecuzione il grande Trane era affiancato dai componenti del suo storico quartetto, di cui vi ho già parlato, ovvero Jimmy Garrison al basso, McCoy Tyner al piano e Elvin Jones alla batteria. Il pezzo s'intitola Alabama.


Meno drammatica, ma non meno interessante, la terza e ultima proposta di oggi: Changes, una composizione inclusa, nel 1955, in uno splendido album del quintetto/sestetto guidato da Miles Davis e Milt Jackson. Due maiuscole prove del talento straordinario di entrambi i musicisti.


domenica 29 dicembre 2013

Ritornando sulla strada per Siena


Ieri a Siena si è svolta l’Assemblea Straordinaria di Banca Montepaschi S.p.a., terzo gruppo bancario italiano, da tempo in grave difficoltà. Si può sostanzialmente sostenere che è sotto il controllo dello stato e dell’Unione Europea, nel senso che il primo è il principale creditore, attraverso i cosiddetti Monti Bond, e la seconda vigila sul tentativo di risanamento per assicurarsi che avvenga con modalità rispettose della normativa comunitaria in materia di concorrenza e aiuti statali.
L’assemblea di ieri avrebbe dovuto deliberare un aumento di capitale per 3 miliardi da effettuarsi entro il prossimo gennaio. L’aumento di capitale è stato rinviato al mese di maggio 2014, così come pretendeva la Fondazione Montepaschi, ossia l’ente guidato da Antonella Mansi, espressione della politica locale, in particolare Comune e Provincia di Siena.
Per capire le ragioni dei dirigenti della Banca e quelli dei responsabili della Fondazione non dovete far altro che sfogliare i quotidiani di oggi o navigare tra i vari siti, gli articoli non mancano certamente.
Io, che qualcosa ho già letto oggi e qualcosa avevo letto nei mesi e giorni passati, penso che questa vicenda ci faccia guadagnare altri punti nella classifica del ridicolo internazionale, dove, peraltro, primeggiamo alla grande e senza fatica.
La Signora Mansi, Presidente della Fondazione Montepaschi, ha ragione quando sostiene che l’aumento di capitale effettuato in gennaio, riducendo di molto il peso percentuale della partecipazione della Fondazione stessa nella banca, priverebbe la partecipazione di gran parte del suo valore, quel valore che la Mansi spera di recuperare per tappare i buchi nel bilancio dell’ente (sono certo che voi tre sapete benissimo come si sono creati).
Quello che, tuttavia, la Signora Mansi dimentica è che lei è stata indicata per la presidenza della Fondazione dopo mesi di patetici tiramolla tra correnti del PD senese e toscano, esattamente come i suoi colleghi membri dell’organo di controllo (che, noblesse oblige, si chiama Deputazione Generale, mica Consiglio di Amministrazione: stiamo parlando di gente che si sbrodola addosso dal 1472, mica da ieri).
Pretendere altro tempo, dopo tutto quello che è già andato sprecato in mesi di patetiche schermaglie tra gerarchetti locali mi sembra davvero troppo, soprattutto se si considerano le conseguenze che potranno derivare alla banca da questo ritardo nella ricapitalizzazione.
Il rinvio costa svariate decine di milioni di euro di interessi per il mancato rimborso dei Monti Bond, ossia comporta un appesantimento del conto economico. Questo, però, potrebbe anche non essere l’unico risultato negativo: le banche, soprattutto negli ultimi anni, dipendono sempre più dai capitali che reperiscono sui mercati finanziari e possono contare sempre meno sul denaro raccolto presso i risparmiatori. Il mancato aumento di capitale potrebbe comportare (evito di scrivere comporterà, ma non sbaglierei se lo facessi) un incremento dei costi ulteriore (perché prestatori riluttanti pretendono maggiori interessi), con ovvie conseguenze sulla redditività di Banca Mps. Mi trattengo dal considerare quello che potranno pensare i risparmiatori che, nonostante tutto, hanno deciso finora di mantenere i propri depositi presso la banca senese. Osservo che la Signora Mansi non è sembrata preoccuparsi troppo della loro opinione, concentrandosi assai di più sulle esigenze di quel sistema di potere costruito nel tempo tra Fondazione, Banca ed enti locali. Un sistema di potere che, guarda un po’, è quello che ha portato Mussari alla guida di MPS e Mancini alla guida della Fondazione, con quei bei risultati che sappiamo.
Se tutto questo non è ridicolo, che cosè? Io penso (e scrivo) che è peggio che ridicolo: è assurdo e moralmente inaccettabile e illustra anche troppo bene quanto poco abbiano capito i politici italiani, specie quelli attivi a livello locale.
Bisogna dire che il Ministro del Tesoro e la Banca d’Italia non si sono fatti sentire molto nella vicenda di ieri, almeno per ora. Io, che in certe materie mi ispiro sempre al pensiero di Andreotti, penso che Saccomanni e Palazzo Koch abbiano la coda di paglia. Tanto per capirci, quando Banca MPS ha messo in atto la folle acquisizione di Antonveneta, l’operazione che è la madre di tutti i suoi problemi, l’attuale Ministro del Tesoro era Direttore Generale della Banca d’Italia, ossia l’ente di controllo che non ha saputo vedere quello che accadeva realmente a Siena.
Finiamola qui, perché ho già detto abbastanza. E mi stanno già prudendo anche troppo le mani.
Torniamo a It Never Entered my Mind, che è di gran lunga più gratificante delle squallide vicende italiane.
Riprendiamo il cammino dal 1957, con la versione del mitico quintetto di Miles Davis, in cui il trombettista è affiancato da John Coltrane, Red Garland, “Philly” Joe Jones e Paul Chambers.


La versione successiva è quella di un altro trombettista a me particolarmente caro, tanto da essere, forse, uno dei musicisti più citati ne ilmiosecchiellodacqua, Chet Baker. La sua interpretazione è tratta da Chet, uno dei suoi album più celebri (http://en.wikipedia.org/wiki/Chet_%28Chet_Baker_album%29).


Chiudiamo con Frank Sinatra, dall’album Put Your Dreams Away del 1958.



venerdì 3 maggio 2013

Sentiremo digrignare i denti


Questo paese è afflitto da una conflittualità politica devastante (non credo di esagerare, al contrario), le cui origini non sarò certo io a indicare. Ognuno di noi quattro ha la propria opinione e, visto l’esordio di questo post, l’ultima cosa che intendo fare è discutere l’argomento. Quello che, al contrario, sono convinto di poter dire è che mi sconcerta profondamente la presenza di alcuni personaggi nel Governo presieduto da Enrico Letta.
Per essere più chiaro e, giusto per fare un paio di nomi e basta, mi chiedo come potrà lavorare in maniera positiva un gruppo del quale fanno parte Biancofiore e Fassina. E come potrà lavorare in maniera positiva se, dentro e fuori dal Governo, c’è gente che continua a preoccuparsi di comunicare ai propri potenziali elettorali esattamente come se fossimo in prossimità del voto (e probabilmente lo siamo).
E sbagliano i giornali a inseguire le dichiarazioni di ministri, viceministri, sottosegretari e politici di qualsiasi livello. Abbiamo bisogno di tutto, fuorché di mezzi che amplificano le affermazioni, spesso inutilmente aggressive e palesemente mistificatorie, pronunciate al solo scopo di ottenere attenzione e di conquistare un breve attimo di illusoria importanza, il cui prezzo è il progressivo imbarbarimento del clima politico al quale siamo costretti ad assistere da anni.
Mi auguro, anche se non lo credo, che Letta, protetto da Napolitano, possa controllare la situazione e arrivare ad approvare quel pacchetto minimo di riforme di cui il paese ha disperato bisogno.
Vedremo…
Cambiando radicalmente argomento, vi segnalo, e questo non è frutto di una scelta di schieramento, ma solo della convinzione che si tratti di un articolo che consente di conoscere meglio un fenomeno importante, un pezzo del Corriere della Sera dedicato all’eutanasia: http://www.corriere.it/cronache/13_maggio_03/eutanasia-raccolta-firme-radicali-video-piera_3609dbb2-b3e5-11e2-a510-97735eec3d7c.shtml.
Buona stampa. Non mi comporto da tifoso quando si tratta di sport, figuriamoci se mi sognerei di farlo in questo campo, nel quale ognuno ha il dovere di maturare un’opinione liberamente, possibilmente senza influenze esterne di qualsiasi genere. E’ un argomento di libertà individuale. E basta. Nell’articolo ci sono dati che meritano di essere conosciuti e che possono far riflettere e per questo ne ho suggerito la lettura: perché ognuno li valuti per proprio conto, liberamente.
Il 30 Aprile era la giornata dedicata dall’Unesco alla musica jazz. Non ho avuto modo di celebrarla martedì, ma possiamo farlo anche oggi. E lo facciamo con una piccola selezione di grandi trombettisti, giusto per darci un tema che leghi alcuni pezzi.
Partiamo da lontano, con un brano di Louis Armstrong della fine degli Anni 20: When You’re Smiling.


Il passo successivo lo facciamo con Miles Davis, di cui ascoltiamo Jeru, un pezzo composto da Gerry Mulligan e tratto dall’album Birth of the Cool la cui registrazione, se ricordo bene, avvenne a cavallo tra gli Anni 40 e i 50.


Il brano successivo è la splendida I’ll Remember April eseguita nel 1956 dal gruppo di Clifford Brown “Brownie” e Max Roach, nel quale militavano Sonny Rollins, Richie Powell e George Morrow, degni sostegni per Roach e Brown, uno dei tanti jazzisti dalla vita breve (http://en.wikipedia.org/wiki/Clifford_Brown).


Alla fine degli Anni 50 risale la collaborazione tra Bill Evans e Chet Baker, due personaggi complicati, con tratti di carattere ed esperienze di vita simili, ma anche assai diversi, il cui incontro ha prodotti alcuni eccellenti risultati, come questa Alone Together, disponibile in una raccolta intitolata The Complete Legendary Sessions.


Un altro grande trombettista, Freddie Hubbard, insieme a un’altra mitica formazione, The Jazz Messengers guidati da Art Blakey, nel 1984 celebrava dal vivo il ricordo del grande Brownie.


E ci fermiamo qui. Almeno per questa sera.

lunedì 12 novembre 2012

Cri cri fan gli avvocati


Dopo, prometto, vi proporrò qualche brano musicale, ma per ora, perdonatemi, devo parlare di politica italiana.
Nella mia personale classifica della disistima, come i miei tre lettori sanno bene, Beppe Grillo occupa un posto al vertice. Poco importa in che posizione, quel che conta è la sua indiscussa capacità di battersi per il primato.
Con Beppe Grillo l’Italia pagherà, ancora una volta, un prezzo enorme all’arrogante presunzione di qualcuno che vede nella politica un modo per raggiungere dei vantaggi personali.
Detto altrimenti: se verrà, che il successo di Grillo comporti maggiore democrazia e un futuro radioso per l’Italia, beh, io ne dubito molto. Dopo la signora emiliana, oggi bersaglio delle folgori dello Psiconano+barba-mediaset sono dirette a un consigliere regionale del Piemonte. Il torto o la ragione poco importano, importa il tono della lettera inviata dagli avvocati di Grillo. A me, i leader politici, o meglio sedicenti tali, che parlano tramite avvocati piacciono poco, pochissimo.
La cronaca dal Corriere della Sera: http://www.corriere.it/politica/12_novembre_12/movimento_f794cb8c-2cd3-11e2-ac32-eb50b1e8a70b.shtml. Mi raccomando, leggete la raccomandata dei signori legali del signor Giuseppe – detto Beppe – Grillo. Chissà se fisicamente assomigliano a Ghedini o a Longo?
Andiamo alle cose serie.
Ossia alla musica. Thelonious Monk (http://www.britannica.com/EBchecked/topic/389556/Thelonious-Monk), di cui quest’anno ricorreva il trentennale della morte, è stato un pianista di ottimo livello, ma, forse, soprattutto un geniale compositore all’avanguardia anche nel mondo estremamente fertile del jazz.
Come molti colleghi, anche lui ebbe vita travagliata, ma ha potuto comunque lasciare una formidabile impronta.
Il suo brano più eseguito, credo, è Round Midnight, la cui fama è stata amplificata dal film diretto nel 1986 da Bertrand Tavernier e interpretato da Dexter Gordon.
Round Midnight è, appunto, il pezzo della serata, che vi propongo di ascoltare in cinque versioni.
Cominciamo con quella dell’autore nel 1947.


Subito dopo andiamo a Miles Davis e John Coltrane, che certo non hanno bisogno di presentazioni, in particolare mie.


Procediamo con Michel Petrucciani, come sempre straordinario.


E chiudiamo con due grandissime voci femminili. La prima è quella di Ella Fitzgerald a Montreux nel 1979.


Per passare a Sarah Vaughan, ancora dal vivo, nel 1987.


sabato 29 settembre 2012

Non tutti i Roberti vengono per nuocere

Per fortuna, non ho soltanto omonimi mediocri. Non ricorderò i cognomi di quelli che fanno torto al mio nome di battesimo, ma mi occuperò di un Roberto che fa le cose piuttosto bene.
Roberto Perotti è professore universitario e scrive, tra l’altro, per il Sole 24 Ore. Potete reperire informazioni sul suo conto in diversi siti: Università Bocconi (http://didattica.unibocconi.it/docenti/cv.php?rif=49621), LaVoce.info (http://www.lavoce.info/lavocepuntoinfo/autori/pagina160.html) e il Sole 24 Ore (http://argomenti.ilsole24ore.com/roberto-perotti.html).
Sul 24 Ore di oggi, Perotti presenta una proposta per ridurre drasticamente i costi della politica e, vien da dire ovvia conseguenza, il malaffare che dalla disponibilità incontrollata di denaro deriva. Lo fa in maniera puntuale, senza preoccuparsi troppo di eventuali implicazioni legali o di apparire populista, come ammette lui stesso. Giustamente sottolinea che viviamo un momento eccezionale e che nei momenti eccezionali si può e si deve agire in maniera eccezionale. Ecco il suo articolo, in cui suggerisce venti misure da adottare in via immediata, senza star tanto a spaccare il capello in quattro: http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2012-09-29/costi-politica-taglio-mosse-081108.shtml?uuid=AbdTeWlG. E questo è il link all’articolo di Maurizio Caprino citato da Perotti: http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2012-09-28/spese-gruppi-introvabili-064327.shtml?uuid=AbVMhqkG&fromSearch.
Buona stampa. Per entrambi. Il 24 Ore è molto aggressivo sulla questione dei costi della politica e mi sembra abbia tratto una discreta spinta dalla direzione di Roberto Napoletano (guarda caso un altro omonimo di cui sono soddisfatto, ecco la sua scheda sul sito del quotidiano: http://argomenti.ilsole24ore.com/roberto-napoletano.html). Come sapete, perché l’ho citato spesso e continuerò a farlo, ci scrive anche Stefano Folli, che mi pare svolgere assai bene il ruolo di commentatore politico, in maniera più concreta di molti suoi colleghi.
E, last but not least, sul sito difficilmente non trovate gli articoli apparsi nell’edizione cartacea. Insomma, è un quotidiano che merita attenzione.
Tornando per un attimo a Valterino, vediamo una reazione che mi piace poco: http://www.corriere.it/politica/12_settembre_28/fini-berlusconi-lavitola_f625f4c2-09ad-11e2-8adc-b60256021bbc.shtml.
Che Gianfranco Fini abbia motivo di rancore per Silvio Berlusconi ci sta. Ci sta molto meno che il Presidente della Camera usi certi toni, da campagna elettorale, dimenticando il suo ruolo istituzionale. Non che Berlusconi non presti il fianco a certe considerazioni, ma neppure Fini è così immacolato, neppure riguardo alla vicenda della casa di Montecarlo, sulla quale, magari mi sbaglio, la chiarezza assoluta la stiamo ancora aspettando. E, comunque, Fini i sassi dalle scarpe se li sarebbe dovuti togliere una volta tornato il cittadino Fini.
Voi sapete già come cerco di sollevare il mio e il vostro spirito in certi momenti…
Bill Evans (http://www.treccani.it/enciclopedia/evans-william-john-detto-bill/ ed http://en.wikipedia.org/wiki/Bill_Evans) è stato uno dei più importanti pianisti del jazz e, sebbene sia stato un magistrale “accompagnatore”, ha dato prove stupende nella formazione in trio, con basso e batteria. Alcuni suoi dischi e concerti costituiscono vere perle del genere e il suo straordinario talento ha sicuramente influenzato tutti quelli che sono venuti dopo di lui.
Vi propongo due brani.
Il primo, con Evans in veste di leader, è una composizione scritta per la colonna sonora della Biancaneve di Disney, Some day my prince will come (http://en.wikipedia.org/wiki/Some_Day_My_Prince_Will_Come), eseguita dal vivo a Londra nel 1965 con Chuck Israels al basso e Larry Bunker alla batteria.

  
Il secondo, giusto per sparare una bordata pesante, è niente meno che Blue in Green dal memorabile album Kind of Blue di Miles Davis, senza dubbio uno dei più importanti dischi della storia del jazz, in cui accanto alla tromba di Davis e al piano di Evans figurano Julian “Cannonball” Adderley al sax alto, John Coltrane al sax tenore, Paul Chambers al basso e Jimmy Cobb alla batteria. Da osservare, per completezza di informazione, che Evans lasciò il posto a Wynton Kelly in uno dei brani del disco (Freddie Freeloader) e che Adderley non suona nel pezzo che vi propongo.