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domenica 15 novembre 2015

Il sorriso dell'Italia migliore

La vita spesso c’induce a riconsiderare i nostri tempi e le nostre priorità. Accade a me in queste settimane, questo spiega il diradarsi dei post e perché, alla vigilia del suo quarto compleanno, il mio secchiello sia un po’ meno pieno del solito.

giovedì 28 maggio 2015

I nemici dei miei amici sono miei nemici?


Nella vicenda della FIFA, ovviamente, sono tutti innocenti fino a che non si avrà una sentenza definitiva di condanna. D’altro canto, la presunzione d’innocenza si applica anche gli investigatori responsabili delle indagini e degli arresti, sia perché non si vede quale possa essere il loro tornaconto sia, soprattutto, perché si è realizzata un’identità di vedute tra gli inquirenti americani e quelli svizzeri, la cui prudenza credo si possa considerare proverbiale. Alla luce di quanto precede, sembra di poter dire che, una volta di più, Vladimir Putin ha perso un’occasione per stare zitto.

martedì 3 marzo 2015

Una rete, fatta bene possibilmente


Il mistero dell’OPAS di EI Towers su Rai Way continua e, forse, non vale nemmeno la pena di dedicare ancora tempo a una vicenda i cui contorni probabilmente si chiariranno ben lontano dal mercato che, credo a sproposito, Renzi ha tirato in ballo.
E veniamo alla questione della banda larga.
Una premessa (sbrigativa, ma fondata): la privatizzazione di Telecom Italia è stata un capolavoro d’inettitudine politica e di avidità imprenditoriale, oltre che di scarsa incisività tecnica nella definizione del quadro normativo.
Le cattive condizioni attuali di Telecom Italia e della connessione a internet nel nostro paese affondano le loro radici in quegli errori originari e nel succedersi di “capitani coraggiosi” (D’Alema, lo stalinuccio di Gallipoli, non ha mai capito niente e non capirà mai niente, però saprà sempre essere saccente e arrogante e inventarsi definizioni grottescamente sbagliate) che hanno spogliato la società, privandola delle risorse necessarie per uno sviluppo adeguato della rete e dei servizi. Nel tempo Telecom è stata tanto indebolita da diventare un vincolo alla crescita del Paese perché non in grado di effettuare gli investimenti necessari al potenziamento della rete e non disposta a condividerne la realizzazione e la proprietà con altri. Esistono alcune reti di estensione importante (appartenenti a società come Metroweb, Fastweb, Vodafone e altre), ma la struttura fondamentale della rete telefonica italiana resta saldamente nelle mani di Telecom e ne costituisce la principale posta attiva.
Negli ultimi mesi, dopo un periodo nel quale il tema era rimasto abbastanza assente dai quotidiani, è tornato improvvisamente d’attualità, soprattutto con la ventilata, e tramontata, ipotesi di alleanza tra Telecom e Metroweb (controllata di fatto, attraverso alcuni passaggi, da Cassa Depositi e Prestiti, che è un’istituzione sostanzialmente pubblica, anche se la spacciano per privata) proprio per lo sviluppo della rete attraverso il passaggio alla fibra ottica.
Si era anche parlato della possibilità di mettere in comune tutte le reti esistenti, coinvolgendo di fatto tutti gli operatori di telefonia fissa e dati. Anche questa possibilità è tramontata, soprattutto per l’indisponibilità di Telecom a cedere il controllo della propria rete che ha il non trascurabile compito di garantire il massiccio debito della società.
Nei giorni scorsi siamo arrivati a una proposta del Governo per l’assunzione diretta del ruolo di promotore di una rete nazionale in fibra ottica. La proposta è ancora in divenire, quindi potrei sbagliare nel giudizio, ma per quel che se ne capisce, non mi pare una grande idea. Comunque, a oggi, questo è il quadro, così come lo descrive un articolo de Il Sole 24 Ore: http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2015-03-02/banda-larga-agevolazioni-tavolo-governo-223701.shtml?uuid=AB6vvC3C.
Cronaca. Essendo un procedimento in fieri, mi limito a tre considerazioni.
La prima è che non si sente la mancanza dello Stato imprenditore. Ci siamo liberati a fatica e a caro prezzo (e ancora in maniera incompleta (sic)) delle Partecipazioni Statali che tanto male, da un certo punto in poi della nostra storia, hanno fatto all’economia nazionale. Non le rimpiange nessuno e già si fa sentire anche troppo la presenza di Cassa Depositi e Prestiti.
La seconda è che, essendo io sospettoso, ma memore del detto andreottiano, non riesco a togliermi dalla testa che i 6 miliardi ipotizzati dal Governo per avviare la nuova rete finirebbero in parte nelle tasche sbagliate. Non dimentichiamo le vicende di Expo e Mose. Dove c’è spesa pubblica, purtroppo, c’è corruzione, anche Cantone può relativamente poco in un paese dove ogni giorno qualcuno viene scoperto con le mani nella marmellata (e anche nel burro e nello zucchero).
Buona stampa (con un link incresciosamente lungo, spero non sia un articolo a pagamento).
Un Governo meno preoccupato di tenere sotto l’ombrello pubblico un’attività certamente strategica, ma quasi ovunque privata, dovrebbe ragionare su quale sia il modo migliore per far sì che i sei miliardi disponibili per aggiornare la rete agiscano come moltiplicatore degli investimenti privati e per far sì che si attenuino (meglio ancora scompaiano) le sovrapposizioni che, ovviamente, si traducono in spreco di risorse. Detto altrimenti, i sei miliardi dovrebbero essere usati per favorire la creazione di una struttura proprietaria unica di tutte le reti telefoniche del paese (con una formula che garantisca gli operatori, come avviene nei casi di elettricità e gas), di investimenti che non creino sovrapposizioni e l’adozione delle tecnologie adeguate alle diverse realtà territoriali, anche qui per evitare di scegliere tecnologie più costose e non necessarie. Questo vorrebbe dire fare politica industriale, qualcosa che, purtroppo, da queste parti non si sa bene cosa voglia dire.
Dalla parte della musica. Oggi torniamo al jazz con una splendida esecuzione di Bill Evans, accompagnato al basso da Eddie Gomez. Il brano s'intitola Time Remembered, tratto dall'album The Sesjun Radio Shows, registrato in Olanda nel 1973.


mercoledì 11 febbraio 2015

Un autentico gioiello


Tra i molti jazzisti che amo, Bill Evans è sicuramente uno dei più amati. Un po’ casualmente, pochi minuti fa, mi è capitato di ascoltare uno dei suoi pezzi più famosi: Peace Piece.
Qualche notizia la potete trovare qui: http://en.wikipedia.org/wiki/Peace_Piece. Le parole di Chuck Israel spiegano molto di questo frutto prezioso del genio di Evans.
Si tratta di un gioiello straordinario, di una bellezza inesauribile, che induce a ripetere l’ascolto innumerevoli volte e a desiderare che non termini mai.
O almeno questo è quel che io provo ascoltandolo. Ve lo propongo oggi e non c’è tanto bisogno di spiegare perché. E magari ci torneremo sopra.


domenica 16 novembre 2014

Un'intervista non si nega a nessuno


Poco tempo per leggere a sufficienza i giornali e troppa insofferenza per quello che ho letto sono le ragioni di queste due settimane di silenzio.
In Italia, come in Europa e nel mondo, mi sembrano mancare eventi capaci di suscitare non già entusiasmo, ma neppure una tenue fiducia.
Certo, qualche piccolo segno positivo si può vedere. Ad esempio i dati sull’economia della Grecia indicano che il nostro vicino sta cogliendo i primi, fragili frutti della spietata austerità imposta da FMI, BCE e Unione Europea. Che cosa preoccupa nel quadro di miglioramento della situazione greca? Guarda un po’: la politica. Ecco un pezzo dal Financial Times che vi dice meglio quel che ho banalmente riassunto: http://www.ft.com/intl/cms/s/0/b1d24fde-6c0f-11e4-b1e6-00144feabdc0.html?siteedition=intl#axzz3JDkG5T4q.
Buona stampa.
A Brisbane si è appena concluso il vertice del G20 e, come di consueto, i comunicati finali cercano di accreditare l’immagine di intese cruciali per il miglioramento della vita nel nostro maltrattato pianeta. Andassimo a riprendere tutti comunicati dalla prima di queste riunioni di leader mondiali, scopriremmo che le piaghe della Terra dovrebbero essere state già tutte estirpate, mentre sono ancora tutte là, magari incancrenite. Quanto a Brisbane, il vero argomento sembra essere stato l’Ucraina e la disinvoltura russa nel giocare con le armi e i soldati. E, infatti, Putin se n’è andato via prima della fine dei lavori: un segno per niente positivo, che dimostra come il Presidente russo fatichi a riconoscere di essersi cacciato in una strada senza uscita e non voglia perdere la faccia, anche se la sua politica estera arrogante e spregiudicata sta causando gravi conseguenze economiche al suo paese. Ecco una sintesi sulla conclusione del G20 dal Sole 24 Ore: http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2014-11-16/g20-si-ad-azioni-forti-evasione-fiscale-e-cambiamenti-climatici-putin-lascia-vertice-anticipo-095213.shtml?uuid=ABpllWEC.
Cronaca.
E veniamo all’Italia. Non parlerò di politica, o almeno non tanto o non direttamente.
La situazione del Nord Ovest del Paese, in particolare quella di Genova, lascia sgomenti. Non c’è dubbio che perturbazioni del tipo e della frequenza di quelle che si stanno abbattendo su di noi sono una “novità”. Ma non c’è dubbio che, comunque, si sia fatto ben poco per predisporre difese adeguate. E sembra quasi una beffa leggere che il sindaco di Genova invita i suoi concittadini a salire ai piani alti delle case, mentre i dirigenti pubblici preposti al riordino idrogeologico della città ricevono premi senza aver prodotto il benché minimo risultato. Non è facile, ma Doria potrebbe provare a cacciarli. E, forse, anche a cacciare se stesso e convincere Burlando a fare altrettanto (se tornate al post del 12 ottobre trovate i riferimenti).
Anche il sindaco di Roma farebbe meglio a togliere il disturbo. La vergognosa vicenda delle violazioni del codice della strada da parte della sua auto dimostra come anche Marino, come quasi tutti i colleghi, presupponga di non dover dare il buon esempio e intenda il pubblico incarico come una condizione che libera dal dovere di rispettare la legge.
Mi fermo qui sui politici. Se proseguissi, lo ammetto, il tono cambierebbe e finirei per violare il patto con me stesso sullo stile del blog…
Veniamo, piuttosto, a un caso che ha, almeno per me, dell’incredibile. Venerdì il Corriere della Sera non ha trovato niente di meglio da fare che celebrare l’ottantesimo compleanno del proprietario del suo principale concorrente: Carlo De Benedetti, l’uomo che possiede il gruppo editoriale L’Espresso.
Il regalo di compleanno del quotidiano milanese è stato un’intervista realizzata niente meno che da Aldo Cazzullo, una firma di punta del Corriere, del quale, onestamente, io fatico a vedere il valore: http://archiviostorico.corriere.it/2014/novembre/14/Renzi_energico_spregiudicato_ricorda_Fanfani_co_0_20141114_15fe274e-6bca-11e4-88ab-5f9ad988ed19.shtml.
Mala stampa. La sola spiegazione che mi do per l’intervista è che sia stata sollecitata. Il fatto che a farla sia stato Cazzullo, che mi ricorda un juke-box, pare confermarlo. E pare confermare anche che il direttore a termine (sic!) De Bortoli ha deciso di uscire di scena ancor peggio di quanto già stia facendo avendo accettato la ridicola permanenza fino alla prossima primavera.
Venendo a Carlo De Benedetti, che è il fratello di Franco Debenedetti (chi avrà ragione nello scrivere il proprio cognome?), è un personaggio quanto meno controverso e, in tutta onestà, mi pare difficile additarlo come simbolo dell’imprenditoria di successo del nostro paese. Non vedo molto in comune tra lui e personaggi come Del Vecchio o Bombassei, tanto per fare due nomi.
Alle sue spalle, accanto a pochi successi, De Benedetti ha anche più di un insuccesso, qualche grana con la Giustizia, operazioni oscure (i cento giorni in Fiat e, più oscura di tutte, la breve permanenza nel Banco Ambrosiano, da cui uscì con un utile abbastanza sorprendente) o incredibilmente velleitarie (la scalata, si fa per dire, al gruppo bancario belga Societè Generale). E, come molti dei suoi colleghi, nel tempo non ha resistito al fascino dei settori a bassa intensità concorrenziale, ottenendo anche qui risultati non proprio lusinghieri, come dimostra la fine ingloriosa di Sorgenia.
No, proprio non capisco perché Cazzullo sia andato a intervistare De Benedetti, anzi, lo capisco e capisco anche perché abbia lasciato a casa anche la minima traccia di coraggio, così che si è trattato più di un monologo che di un dialogo.
La storia ha un’appendice che sarebbe divertente se non fosse la rappresentazione drammatica che il nostro Paese è ancora lontano dall’essere una vera economia industriale moderna. La figlia del tizio decrepito non ha trovato niente di meglio da fare che dire la sua, a fronte delle considerazioni di De Benedetti sul gruppo Fininvest. E qui, come si dice, il bue ha dato del cornuto all’asino. Perche Marina Berlusconi può far tutto, ma non certo impartire lezioni di libera impresa, visto che la principale azienda della sua famiglia è nata e si è sviluppata prima in (gradita) assenza di legge, poi in presenza di normative piuttosto favorevoli. E anche considerando che il padre nell’occuparsi delle vicende italiane non ha trascurato di occuparsi, e anche abbastanza, delle sue personali e di quelle delle sue aziende.
Lasciamo perdere. Un paio di ascolti musicali di grande livello sono quel che ci serve. Allora ecco due pianisti, due straordinari talenti, Bill Evans e Michel Petrucciani, dei quali vi ho già proposto altri brani. Oggi li mettiamo a confronto con un famoso pezzo di Henry Mancini, autore di moltissime colonne sonore, in particolare dei film del grande Blake Edwards (http://en.wikipedia.org/wiki/Henry_Mancini): Days of Wine and Roses.
Cominciamo con Bill Evans e il suo trio.


 E finiamo con Petrucciani. 


lunedì 15 settembre 2014

Si cambiasse verso...


Come ho già detto, i commentatori più autorevoli hanno smesso di guardare a Renzi con la benevolenza adatta ai primi mesi di governo e hanno cominciato a battere con decisione sui (purtroppo non pochi) elementi di debolezza dell’azione del Presidente del Consiglio, il principale dei quali, ovviamente, è l’aver promesso tanto e mantenuto quasi nulla.
Oggi, sul Corriere della Sera, Ernesto Galli della Loggia invita Matteo Renzi a un’operazione che, personalmente, credo lui si guarderà bene dal porre in essere: dire chiaramente chi si oppone alle riforme che il Presidente del Consiglio sarebbe intenzionato realizzare.
Buona stampa. Anche se, mi ripeto, credo destinata a restare una predica nel deserto. Contrariamente a quel che sembra pensare Galli della Loggia (o, più probabilmente, a quello che finge di pensare nella speranza di ottenere ascolto), io sono persuaso che a Matteo Renzi non interessi affatto un’operazione di verità, grazie alla quale vengano smascherati tutti quelli, persone o organizzazioni, che frenerebbero la sua azione di governo. La trasparenza non è tra i suoi obiettivi, anzi.
Renzi è parte di un sistema e si muove al suo interno esattamente come hanno fatto i suoi predecessori. Non c’è nulla di nuovo nel suo modo di agire, salvo lo spropositato ricorso a Twitter, strumento scelto per accreditare l’immagine d’innovatore presso quella parte della pubblica opinione che non va in profondità e, quindi, viene influenzata dalla comunicazione frettolosa dei social network, alla quale, colpevolmente, la stampa si adegua, prestandosi al gioco, così da trasformare i famosi 140 caratteri in notizie, anche se non lo sono affatto.
Quali siano le vere intenzioni di Renzi lo dimostra la decisione di riportare in primo piano la legge elettorale concordata con il tizio decrepito. L’intento è chiaro: avere disponibile lo strumento per forzare la mano all’opposizione (quella più pericolosa ce l’ha in casa) e garantirsi che, in caso di difficoltà, può ricorrere alle urne con buone probabilità di uscirne vincitore. Niente di diverso da quello che avrebbe fatto un qualsiasi tizio decrepito.
I sondaggi dicono che gli italiani ancora credono a Renzi, quindi…
In realtà, i sondaggi dicono anche che agli italiani non piacciono affatto alcuni dei principali ministri e che sono insoddisfatti di quanto (si fa per dire) attuato finora dal governo.
Renzi, intanto twitta o, parlando durante l’inaugurazione della Fiera del Levante a Bari, annuncia che l’Italia non è ripartita, come se fosse un evento sorprendente e, soprattutto, come se avessimo bisogno che ce lo dicesse lui… E poche ore prima, piccato, replica a Katajnen sostenendo che l’Italia non ha bisogno di lezioni. Affermazione piuttosto audace, alla quale si era sentito in dovere di replicare persino Sergio Romano, il cui editoriale sul Corriere della Sera di ieri metteva in evidenza come sia molto improbabile che i nostri partner europei siano disposti concederci (ancora una volta) fiducia senza impegni certi. L’articolo di Romano lo trovate qui: http://www.corriere.it/editoriali/14_settembre_14/sospetto-ricorrente-ab89d260-3bd5-11e4-b554-0ec832dbb435.shtml.
Stampa così e così. Romano si muove sull’onda con la consueta prudenza, fedele fino alla morte all’insegnamento di Jaques de La Palice. Tra l’altro, quando scrive le seguenti parole: “Ogni riforma, da quella del lavoro a quella della giustizia, trova sulla sua strada un partito della contro-riforma, composto da corporazioni che difendono i loro privilegi chiamandoli ampollosamente «diritti acquisiti»”, suscita una discreta irritazione, dal momento che lui appartiene a una delle tante corporazioni di cui parla. Sarebbe apparso assai più credibile e convincente se, ad esempio, avesse contestato quanto scritto dal suo dirimpettaio del sabato, Piero Ostellino, alcune settimane fa (http://www.corriere.it/editoriali/14_agosto_19/contratto-tradito-165d3e46-275f-11e4-9bb1-eba6be273e09.shtml). Ostellino, il quale si atteggia a maestro del liberalismo e del giornalismo senza macchia e senza paura, scrive: “La previdenza è una sorta di contratto che il lavoratore stipula con lo Stato, in base al quale, dietro il pagamento di contributi durante gli anni lavorativi, il cittadino riceverà una pensione”. Questo è certamente vero, ma lo è soltanto in parte, nel senso che esistono lavoratori che, ricevendo una pensione basata sul cosiddetto “sistema retributivo” percepiscono una pensione commisurata non già a quanto hanno versato, ma alla dimensione del loro ultimo stipendio. Un sistema che è stato, e tuttora è, all’origine del disavanzo dell’INPS, l’istituto previdenziale nazionale, e che, per fortuna, è stato eliminato, preservando però i “diritti acquisiti”, che, a questo punto, nelle condizioni in cui versa il bilancio dello Stato, non dovrebbero più essere considerati intoccabili, al contrario.
Chissà come mai Ostellino, che credo sia in pensione avendo superato gli ottanta anni, preferisce non affrontare il problema previdenziale considerando tutti i lati della medaglia? Che sia perché non vuol correre il rischio di vedersi decurtata la pensione?
E il bello che, oltre a impartire lezioni di liberismo, Ostellino non manca mai di criticare i suoi colleghi perché non svolgerebbero bene il proprio lavoro e sarebbero asserviti a qualche parte o a qualche interesse.
Torniamo a Renzi. E alla sua polemica con Katajnen e, in generale, con l’Europa. Le lezioni ce le meritiamo, soprattutto perché, grazie all’ostinazione con cui ha voluto imporre la Mogherini, ora si trova di fronte dei mastini che, comprensibilmente, non sono intenzionati a far sconti all’Italia. Come osserva acutamente Alberto Quadrio Curzio in un editoriale sul Sole 24 Ore di ieri: http://www.ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2014-09-14/l-italia-non-tema-vigilanza--135643.shtml?uuid=ABESSetB.
Buona stampa. Illuminante su molti aspetti dei problemi che l’Europa e l’Italia hanno di fronte.
Renzi farebbe bene a cambiare verso. A sé stesso.
E noi passiamo alla musica. Il primo brano è un pezzo "di confine", in cui il jazz s'incontra con la musica classica. Il titolo è Picnic Suite - VI movimento - Tendre e l'esecuzione dell'autore Claude Bolling (http://fr.wikipedia.org/wiki/Claude_Bolling).


Come secondo ascolto, sparo un calibro pesante: Bill Evans al piano con Sam Jones al basso e Philly Joe Jones alla batteria in un brano bellissimo, Young and Foolish. Che dite, lo avrò scelto per caso?



martedì 13 maggio 2014

What is There to Say?


Difficile che qualcuno trovi il coraggio per suggerirgli un cambio di tono. Tra i lacchè pusillanimi e non troppo intelligenti che lo circondano, nessuno si azzarderà a dire al tizio decrepito che farebbe meglio a evitare certe affermazioni.
Oggi, per esempio, ha pensato bene di regalare una delle sue raffinate “battute”, quelle frasi di rara eleganza e di non meno limpido equilibrio che fanno ridere soltanto lui e, ovviamente, la claque: http://www.corriere.it/politica/speciali/2014/elezioni-europee/notizie/berlusconi-a-bruxelles-stanno-allargando-cessi-ospitare-grillo-d0a4546a-da6b-11e3-87dc-12e8f7025c68.shtml#.
Cronaca. Nei giorni scorsi si era già speso anche troppo per confermare il suo valore di politico e di uomo. Troverete innumerevoli testimonianze multimediali in rete. Lascio a voi il divertimento di cercarle. Io ve ne propongo soltanto una, sempre dal Corriere, che sintetizza l’ennesimo sproloquio televisivo del raffinato signore: http://www.corriere.it/politica/14_maggio_12/matacena-io-non-me-ricordo-sara-stato-forza-italia-20-anni-fa-2818f690-d9c9-11e3-8b8a-dcb35a431922.shtml.
Anche qui nessun voto. Dobbiamo, tuttavia, essere grati ai giornali che permettono a chi, come me, non spende un minuto davanti al televisore, di informarsi su quel che dicono i “nostri” politici impegnati nella campagna elettorale per le elezioni europee. E ne dicono davvero di grosse e grossolane, soprattutto il tizio decrepito. Non vorrei dar troppo spazio alle sue panzane (eufemismo), ma un paio di osservazioni le vorrei fare su quanto detto al TGCom24 (guarda caso, un “telegiornale di famiglia”, posso immaginare il puntiglio con cui il giornalista lo avrà contraddetto o messo in difficoltà…).
Prima osservazione: se io fossi legale di Scajola (o Scajola stesso) mi preoccuperei di chiedere al tizio decrepito di non esprimere opinioni in merito alle indagini che riguardano il mio assistito. Andare in televisione a dire che Scajola “è in carcere perché ha aiutato un amico latitante in difficoltà come chiesto dalla moglie” non mi pare brillante, giacché, mi sembra, costituisce la conferma che l’ex ministro dell’Interno ha commesso il reato di favoreggiamento. E lasciamo perdere su quel che queste parole lasciano capire del rapporto con la legalità del tizio decrepito.
Seconda osservazione: Matacena non sarà un gran che, ma fingere di non sapere chi sia non è una prova di stile, al contrario.
Da ultimo vi suggerisco di rileggere queste parole: “Il mio parere è che ci siano davvero esagerazioni. Per l’Expo super importante è stato il mio governo a chiamare tanti Stati alla partecipazione. Guai se le cose non fossero perfette per il giorno dell’apertura. Queste cose non toccano la mia parte politica, noi non c’entriamo nulla, riguardano la vecchia tangentopoli. Molte cose sono poi aria fritta, in tutte le cose con riguardano appalti ci sono delle telefonate, è la vita. Non è solo l’Italia ma in tutto il mondo non dobbiamo scandalizzarci, molte cose sono millantate e non vere affrontiamo il problema ma senza pensare che ci sia uno scandalo che faccia pensare a tangentopoli”.
Di esagerazione c'è certamente quel che sostiene riguardo al ruolo del suo governo, durante il quale sull'Expo si è quasi soltanto litigato. E sorvoliamo sulla linearità e la concretezza e andiamo al sodo: la vicenda non riguarda la sua parte politica? Interessante: evidentemente, come gli fa comodo dimenticare Matacena, così gli fa comodo dimenticare Frigerio… E quel che accade in Italia accade ovunque nel mondo? Si legga il rapporto di Transparency International sul livello di corruzione percepita, nel quale, purtroppo, il nostro paese non brilla proprio per niente (http://www.transparency.org/). E, magari, provi a riflettere sul perché l’Italia, tra il 2001 e il 2007, sia passata dalla 29ma posizione alla 41ma. In buona parte del periodo, guarda caso, lui è stato a capo del governo. Difficile migliorare la propria classifica quando alla guida di una nazione c’è qualcuno che, oltre a un conflitto d’interessi monumentale, ha anche un concetto tutto suo della legalità…
Credo basti così. E per oggi di politica ne abbiamo avuto abbastanza. Concediamoci un Bill Evans di rara bellezza (anche per Bill Evans) in un brano il cui titolo mi sembra adeguato a quanto precede: What is There to Say?


P.S. Dopo che avevo scritto quanto precede, il tizio decrepito ha parlato ancora, ma non vale più la pena di commentarlo.

sabato 26 aprile 2014

Imperterrito, forse


Guardo poco o nulla la televisione. E se proprio mi capita di accenderla, non accade mai quando va in onda la trasmissione di Bruno Vespa. Considero Vespa la quintessenza del giornalismo asservito, un club che in Italia, purtroppo, conta un numero molto cospicuo d’iscritti. Poiché non abbiamo il monopolio dell’opportunismo e della piaggeria, si trovano analoghi circoli anche in altri paesi, ma quelli con tanti soci, in generale, si trovano in nazioni che non possono vantare sistemi politici e stampa degni di vere democrazie moderne.
Ieri sera, guarda un po’, Vespa ha ospitato il tizio decrepito, offrendogli spazio per tentare di rilanciarsi e di dare consistenza alla sua ormai effimera credibilità politica.
Intendiamoci, un po’ di capacità di seduzione rimane, così come l’indiscutibile combattività, quindi non mi sogno affatto di darlo per morto, tuttavia le sue potenzialità sono senz’altro ridotte. Soprattutto perché, come non sa accettare le stagioni della vita umana, così non vede che la presa sull’elettorato e anche sui fedelissimi, dopo vent’anni di obiettivi mancati, si attenua giorno dopo giorno.
Posso immaginare che l’editoriale del Corriere di ieri, firmato da Galli della Loggia, non fosse scritto per piacergli, visto che metteva in luce tutte le contraddizioni di un’esperienza politica che, a voler essere davvero buoni, appare quantomeno deludente. Forse, però, farebbe bene a mettersi il cuore in pace. Gli storici, almeno quelli che non seguono l’esempio di Vespa, difficilmente si scosteranno dalla linea di Galli della Loggia. Questo è il link al suo articolo di fondo: http://www.corriere.it/editoriali/14_aprile_24/diaspora-destra-f75b104a-cb6a-11e3-b768-8b37958dddda.shtml.
Buona stampa.
Come dicevo, l’editoriale di Galli della Loggia non sarà parso degno di attenzione né di riflessione autocritica al tizio decrepito, abituato a dare ascolto solo a chi gli da ragione e lo incensa. Non stupisce, allora, che abbia accolto con gelo sprezzante la lettera inviata a La Stampa da colui che, per anni, è stato il suo lacchè prediletto, Sandro Bondi. Dire che, pur cercando di non andare contropelo, Bondi arriva a conclusioni non troppo diverse da quelle dell’editorialista del Corriere della Sera non mi sembra azzardato. Ecco il link: http://www.lastampa.it/2014/04/23/cultura/opinioni/editoriali/fi-ha-fallito-sosteniamo-renzi-lKfjfDuU6yxSmrsVb68lyM/pagina.html.
Si tratta di lettera, quindi nessun commento. Anzi, uno ci sta, non mio, ma di Jena, sempre da La Stampa: http://www.lastampa.it/2014/04/24/cultura/opinioni/jena/comunisti-C701dgN9ppvW150sU9XX7K/pagina.html.
Buona stampa.
Cambiamo argomento, anche se ci spostiamo su una storia che non offre sollievo dal senso di disgusto prodotto dalle vicende politiche. La questione del cosiddetto metodo di cura Stamina è una di quelle che dimostra come, in Italia, il diritto sia diventato un elastico che ognuno tira come e dove vuole, deformandolo a proprio uso e consumo, così che si lascia il campo aperto a ciarlatani e profittatori vari. Una situazione tanto più grave quando è coinvolta la salute. La lettura dell’articolo di Gilberto Corbellini sul Sole 24 Ore di oggi vi dirà molto più di quanto saprei fare io: http://www.ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2014-04-25/stamina-quando-e-offesa-dignita-malati--094250.shtml?uuid=AB6Y8dDB.
Buona stampa.
E, prima di qualche buona nota, torniamo all’inchiesta sull'acquisizione di Banca Antonveneta da parte del Monte dei Paschi di Siena, il che ci darà modo di fare qualche riflessione sull’attualità dell’istituto senese. I Pubblici Ministeri incaricati dell’indagine scrivono che il Presidente Mussari e il Direttore Generale Vigni avevano (riprendo i virgolettati dal Corriere cartaceo) “un modus operandi autoreferenziale, verticistico e asservito al soddisfacimento di interessi in generale distonici da quelli dell’ente.” In conseguenza di questi “interessi e sollecitazioni esterne, ascrivibili in prima battuta al panorama politico locale e nazionale” Mussari e Vigni decisero di comprare Antonveneta, in modo doppiamente sventato: in primo luogo perché non si accertarono del reale valore di ciò che acquistavano (rinunciando a guardare bene i conti, ossia a effettuare quella che si chiama due diligence) e, secondo, perché comunque stavano facendo un passo ben più lungo di quel che consentivano le fragili gambe di MPS e ne erano consapevoli.
Mussari e Vigni, tra un bel po’ di anni, saranno forse chiamati a rispondere definitivamente delle loro decisioni e dei loro comportamenti. Mi chiedo se accadrà altrettanto per coloro che, alla guida della Fondazione Monte dei Paschi, costituivano lo strumento principale attraverso il quale la politica, soprattutto locale, esercitava il proprio potere sulla Banca Monte dei Paschi.
Quello di cui sono certo, invece, è che la politica, sempre attraverso la Fondazione, non ha affatto rinunciato a esercitare influenza sulla Banca, come hanno dimostrato due fatti: il rinvio dell’aumento di capitale da dicembre 2013 a maggio 2014 e la costituzione, per il momento non ancora autorizzata, di un patto di sindacato con due società finanziarie estere, una brasiliana e una messicana, volto a mantenere, con il 9% complessivo del capitale, un peso decisivo nella nomina dei dirigenti di BMPS.
Non mi dilungo, dirò solo che il rinvio dell’aumento di capitale ha comportato un aggravio di costi per la banca e la necessità di effettuare un’operazione di maggiore entità (l'aumento sarà di 5 miliardi contro i 3 previsti in dicembre) che, si dice, potrebbe trarre vantaggio dalle migliorate condizioni generali dell’economia e dalla maggiore disponibilità degli investitori internazionali verso l’Italia e le sue aziende.
Siamo sicuri che le cose stiano così?
Buona stampa.
Chiudiamo con due brani musicali. Il primo, eseguito da The Bill Evans Trio, è Waltz for Debby. Oggi lo si può definire un classico, ma allora (1961) era espressione di uno straordinario spirito innovativo.


Ci spostiamo in Brasile e ascoltiamo Você vai ver cantato ed eseguito alla chitarra da Rosa Passos (http://en.wikipedia.org/wiki/Rosa_Passos).



venerdì 3 maggio 2013

Sentiremo digrignare i denti


Questo paese è afflitto da una conflittualità politica devastante (non credo di esagerare, al contrario), le cui origini non sarò certo io a indicare. Ognuno di noi quattro ha la propria opinione e, visto l’esordio di questo post, l’ultima cosa che intendo fare è discutere l’argomento. Quello che, al contrario, sono convinto di poter dire è che mi sconcerta profondamente la presenza di alcuni personaggi nel Governo presieduto da Enrico Letta.
Per essere più chiaro e, giusto per fare un paio di nomi e basta, mi chiedo come potrà lavorare in maniera positiva un gruppo del quale fanno parte Biancofiore e Fassina. E come potrà lavorare in maniera positiva se, dentro e fuori dal Governo, c’è gente che continua a preoccuparsi di comunicare ai propri potenziali elettorali esattamente come se fossimo in prossimità del voto (e probabilmente lo siamo).
E sbagliano i giornali a inseguire le dichiarazioni di ministri, viceministri, sottosegretari e politici di qualsiasi livello. Abbiamo bisogno di tutto, fuorché di mezzi che amplificano le affermazioni, spesso inutilmente aggressive e palesemente mistificatorie, pronunciate al solo scopo di ottenere attenzione e di conquistare un breve attimo di illusoria importanza, il cui prezzo è il progressivo imbarbarimento del clima politico al quale siamo costretti ad assistere da anni.
Mi auguro, anche se non lo credo, che Letta, protetto da Napolitano, possa controllare la situazione e arrivare ad approvare quel pacchetto minimo di riforme di cui il paese ha disperato bisogno.
Vedremo…
Cambiando radicalmente argomento, vi segnalo, e questo non è frutto di una scelta di schieramento, ma solo della convinzione che si tratti di un articolo che consente di conoscere meglio un fenomeno importante, un pezzo del Corriere della Sera dedicato all’eutanasia: http://www.corriere.it/cronache/13_maggio_03/eutanasia-raccolta-firme-radicali-video-piera_3609dbb2-b3e5-11e2-a510-97735eec3d7c.shtml.
Buona stampa. Non mi comporto da tifoso quando si tratta di sport, figuriamoci se mi sognerei di farlo in questo campo, nel quale ognuno ha il dovere di maturare un’opinione liberamente, possibilmente senza influenze esterne di qualsiasi genere. E’ un argomento di libertà individuale. E basta. Nell’articolo ci sono dati che meritano di essere conosciuti e che possono far riflettere e per questo ne ho suggerito la lettura: perché ognuno li valuti per proprio conto, liberamente.
Il 30 Aprile era la giornata dedicata dall’Unesco alla musica jazz. Non ho avuto modo di celebrarla martedì, ma possiamo farlo anche oggi. E lo facciamo con una piccola selezione di grandi trombettisti, giusto per darci un tema che leghi alcuni pezzi.
Partiamo da lontano, con un brano di Louis Armstrong della fine degli Anni 20: When You’re Smiling.


Il passo successivo lo facciamo con Miles Davis, di cui ascoltiamo Jeru, un pezzo composto da Gerry Mulligan e tratto dall’album Birth of the Cool la cui registrazione, se ricordo bene, avvenne a cavallo tra gli Anni 40 e i 50.


Il brano successivo è la splendida I’ll Remember April eseguita nel 1956 dal gruppo di Clifford Brown “Brownie” e Max Roach, nel quale militavano Sonny Rollins, Richie Powell e George Morrow, degni sostegni per Roach e Brown, uno dei tanti jazzisti dalla vita breve (http://en.wikipedia.org/wiki/Clifford_Brown).


Alla fine degli Anni 50 risale la collaborazione tra Bill Evans e Chet Baker, due personaggi complicati, con tratti di carattere ed esperienze di vita simili, ma anche assai diversi, il cui incontro ha prodotti alcuni eccellenti risultati, come questa Alone Together, disponibile in una raccolta intitolata The Complete Legendary Sessions.


Un altro grande trombettista, Freddie Hubbard, insieme a un’altra mitica formazione, The Jazz Messengers guidati da Art Blakey, nel 1984 celebrava dal vivo il ricordo del grande Brownie.


E ci fermiamo qui. Almeno per questa sera.

sabato 29 settembre 2012

Non tutti i Roberti vengono per nuocere

Per fortuna, non ho soltanto omonimi mediocri. Non ricorderò i cognomi di quelli che fanno torto al mio nome di battesimo, ma mi occuperò di un Roberto che fa le cose piuttosto bene.
Roberto Perotti è professore universitario e scrive, tra l’altro, per il Sole 24 Ore. Potete reperire informazioni sul suo conto in diversi siti: Università Bocconi (http://didattica.unibocconi.it/docenti/cv.php?rif=49621), LaVoce.info (http://www.lavoce.info/lavocepuntoinfo/autori/pagina160.html) e il Sole 24 Ore (http://argomenti.ilsole24ore.com/roberto-perotti.html).
Sul 24 Ore di oggi, Perotti presenta una proposta per ridurre drasticamente i costi della politica e, vien da dire ovvia conseguenza, il malaffare che dalla disponibilità incontrollata di denaro deriva. Lo fa in maniera puntuale, senza preoccuparsi troppo di eventuali implicazioni legali o di apparire populista, come ammette lui stesso. Giustamente sottolinea che viviamo un momento eccezionale e che nei momenti eccezionali si può e si deve agire in maniera eccezionale. Ecco il suo articolo, in cui suggerisce venti misure da adottare in via immediata, senza star tanto a spaccare il capello in quattro: http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2012-09-29/costi-politica-taglio-mosse-081108.shtml?uuid=AbdTeWlG. E questo è il link all’articolo di Maurizio Caprino citato da Perotti: http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2012-09-28/spese-gruppi-introvabili-064327.shtml?uuid=AbVMhqkG&fromSearch.
Buona stampa. Per entrambi. Il 24 Ore è molto aggressivo sulla questione dei costi della politica e mi sembra abbia tratto una discreta spinta dalla direzione di Roberto Napoletano (guarda caso un altro omonimo di cui sono soddisfatto, ecco la sua scheda sul sito del quotidiano: http://argomenti.ilsole24ore.com/roberto-napoletano.html). Come sapete, perché l’ho citato spesso e continuerò a farlo, ci scrive anche Stefano Folli, che mi pare svolgere assai bene il ruolo di commentatore politico, in maniera più concreta di molti suoi colleghi.
E, last but not least, sul sito difficilmente non trovate gli articoli apparsi nell’edizione cartacea. Insomma, è un quotidiano che merita attenzione.
Tornando per un attimo a Valterino, vediamo una reazione che mi piace poco: http://www.corriere.it/politica/12_settembre_28/fini-berlusconi-lavitola_f625f4c2-09ad-11e2-8adc-b60256021bbc.shtml.
Che Gianfranco Fini abbia motivo di rancore per Silvio Berlusconi ci sta. Ci sta molto meno che il Presidente della Camera usi certi toni, da campagna elettorale, dimenticando il suo ruolo istituzionale. Non che Berlusconi non presti il fianco a certe considerazioni, ma neppure Fini è così immacolato, neppure riguardo alla vicenda della casa di Montecarlo, sulla quale, magari mi sbaglio, la chiarezza assoluta la stiamo ancora aspettando. E, comunque, Fini i sassi dalle scarpe se li sarebbe dovuti togliere una volta tornato il cittadino Fini.
Voi sapete già come cerco di sollevare il mio e il vostro spirito in certi momenti…
Bill Evans (http://www.treccani.it/enciclopedia/evans-william-john-detto-bill/ ed http://en.wikipedia.org/wiki/Bill_Evans) è stato uno dei più importanti pianisti del jazz e, sebbene sia stato un magistrale “accompagnatore”, ha dato prove stupende nella formazione in trio, con basso e batteria. Alcuni suoi dischi e concerti costituiscono vere perle del genere e il suo straordinario talento ha sicuramente influenzato tutti quelli che sono venuti dopo di lui.
Vi propongo due brani.
Il primo, con Evans in veste di leader, è una composizione scritta per la colonna sonora della Biancaneve di Disney, Some day my prince will come (http://en.wikipedia.org/wiki/Some_Day_My_Prince_Will_Come), eseguita dal vivo a Londra nel 1965 con Chuck Israels al basso e Larry Bunker alla batteria.

  
Il secondo, giusto per sparare una bordata pesante, è niente meno che Blue in Green dal memorabile album Kind of Blue di Miles Davis, senza dubbio uno dei più importanti dischi della storia del jazz, in cui accanto alla tromba di Davis e al piano di Evans figurano Julian “Cannonball” Adderley al sax alto, John Coltrane al sax tenore, Paul Chambers al basso e Jimmy Cobb alla batteria. Da osservare, per completezza di informazione, che Evans lasciò il posto a Wynton Kelly in uno dei brani del disco (Freddie Freeloader) e che Adderley non suona nel pezzo che vi propongo.