Il primo argomento di oggi è controverso e io non ho ancora un’opinione definitiva a riguardo. E’ legittimo, come ha fatto Ilaria Cucchi, pubblicare su Facebook la foto di uno dei presunti autori del pestaggio che ha portato alla morte suo fratello? Ripeto, personalmente sono tuttora incerto e fatico a dare una risposta alla domanda. Certo, si tratta di un caso, uno tra i tanti e, forse, non il peggiore, in cui la rete viene usata in maniera da sostituire, ceteris paribus, strumenti che la nostra civiltà ha deciso di non utilizzare più, come, ad esempio, la gogna, perché violano diritti fondamentali della persona. D’altro canto, i diritti della persona sono stati violati in maniera intollerabile da parte di coloro che hanno sottoposto il fratello di Ilaria Cucchi a violenze immotivate e smodate, causandone la morte, e che hanno poi depistato le indagini. Si tratta di persone che avrebbero dovuto proteggere la vita di Stefano Cucchi così come dovrebbero proteggere quella di chiunque: sono persone al servizio dello Stato e devono garantire la sicurezza dei cittadini, tutti i cittadini, anche quelli che possono aver violato la legge, ma non costituiscono un pericolo per l’incolumità di nessuno, salvo, eventualmente, la propria.
Quello che succede in Italia e nel mondo, come ne parla la stampa e quel che ne penso io. Con attenzione per politica, economia e finanza.
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martedì 5 gennaio 2016
Da un piazzista all'altro
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sabato 28 febbraio 2015
Quanto mi manca Brežnev!
Ritorno alla storia dell’OPAS di EI Towers su Rai Way per
suggerirvi due articoli che meritano di essere letti.
Il primo è di Milena Gabanelli (voi tre già sapete che sono
innamorato di lei) dal Corriere di oggi e, meglio di quanto abbia fatto io,
mette in risalto le incongruenze di questa operazione: http://www.corriere.it/inchieste/reportime/societa/intrigo-rai-way-mediaset/5628928e-becf-11e4-abd1-822f1e0f1ed7.shtml.
Buona stampa.
Il secondo pezzo, che ha un taglio più accademico, è tratto
da LaVoce.info ed è scritto da Michele Polo: http://www.lavoce.info/archives/33346/torri-televisive-storie/.
Buona stampa.
Ripeto che questa vicenda è oscura, una delle tante in cui
gli intrecci di politica e affari suscitano grande perplessità. Non aggiungo
altro, per ora, salvo suggerirvi anche la lettura di un pezzo di Lettera 43 che
ricostruisce l’evoluzione del mercato televisivo nel nostro paese dall’avvento
delle televisioni locali: http://www.lettera43.it/capire-notizie/silvio-berlusconi-40-anni-di-conflitto-d-interessi_43675160181.htm.
Stampa così e così. Solo perché ci sono passaggi un po’
frettolosi e perché lo stile mi piace poco. Emerge, però, molto bene il quadro
di un mercato che ha ben poco di concorrenziale, tagliato abbastanza su misura.
A ben vedere, in Italia il problema della scarsa
competitività si trova in molti settori, conseguenza della presenza ancora
troppo ampia di aziende di proprietà dello Stato e degli enti pubblici (che non
intendono dismetterle) e dell’esistenza, all’interno di una classe
imprenditoriale generalmente dinamica e vitale, di sacche propense a cercare e
mantenere posizioni di rendita. Da questi due fattori (e da altri) è derivata
la cattiva qualità e la modesta quantità del processo di privatizzazione e di
liberalizzazione avviato, e quasi subito concluso, negli anni 90. Per questo il
costo di certi servizi è nel nostro Paese di gran lunga superiore rispetto a
quello di altre nazioni. E la qualità è mediocre.
Non abbiamo, purtroppo, solo imprenditori come Ferrero, Del
Vecchio, Bombassei. Ne abbiamo non pochi, anche famosi, che si riempiono la
bocca della propria presunta bravura, ma alla prova dei fatti non sono mai
riusciti a far niente di buono laddove erano costretti a competere sul serio.
Lasciamo le questioni italiane per occuparci di Russia.
Guarda caso, quando qualcuno critica con determinazione Vladimir Putin, prima o
poi muore lontano dal suo letto, generalmente a causa di piombo o di altro metallo
pesante. L’ultima vittima si chiamava Boris Nemzov ed era considerato uno dei
principali leader dell’opposizione. L’omicidio riscuote molta attenzione sulla
stampa italiana, io vi suggerisco di leggere il commento di Anna Zafesova su La
Stampa: http://www.lastampa.it/2015/02/28/esteri/nemzov-politkovskaja-e-i-fantasmi-della-russia-qTHVEFTxNYKTpYP2fAurGK/pagina.html.
Buona stampa.
Non ci starebbe male, da parte dei politici occidentali che
si proclamano ammiratori di Putin (soprattutto se lui li ricompensa con un po’
di quattrini), una riflessione sulla natura del potere in Russia e sulla
portata della minaccia che viene dall’aggressività di un regime totalitario che
fa rimpiangere i burosauri del PCUS.
Continua la battaglia dalla parte della musica. Meglio:
dalla parte della civiltà, perché i coraggiosi combattenti dell’ISIS, oltre a
distruggere strumenti musicali, se la prendono anche con altrettanto minacciose
opere d’arte dell’antichità. Restiamo in Italia, ma dalla canzone di Dalla ci spostiamo al jazz: ascoltiamo un gruppo formato da alcuni dei più capaci strumentisti italiani: Enrico Rava alla tromba, Paolo Fresu al flicorno, Stefano Bollani al piano, Enzo Pietropaoli al basso e Roberto Gatto alla batteria. Il pezzo, My Funny Valentine, è tratto da un bell'album dedicato a Chet Baker: Shades of Chet.
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domenica 29 dicembre 2013
Ritornando sulla strada per Siena
Ieri a Siena si è svolta l’Assemblea Straordinaria di Banca
Montepaschi S.p.a., terzo gruppo bancario italiano, da tempo in grave
difficoltà. Si può sostanzialmente sostenere che è sotto il controllo dello
stato e dell’Unione Europea, nel senso che il primo è il principale creditore,
attraverso i cosiddetti Monti Bond, e la seconda vigila sul tentativo di
risanamento per assicurarsi che avvenga con modalità rispettose della normativa
comunitaria in materia di concorrenza e aiuti statali.
L’assemblea di ieri avrebbe dovuto deliberare un aumento di
capitale per 3 miliardi da effettuarsi entro il prossimo gennaio. L’aumento di
capitale è stato rinviato al mese di maggio 2014, così come pretendeva la
Fondazione Montepaschi, ossia l’ente guidato da Antonella Mansi, espressione
della politica locale, in particolare Comune e Provincia di Siena.
Per capire le ragioni dei dirigenti della Banca e quelli dei
responsabili della Fondazione non dovete far altro che sfogliare i quotidiani
di oggi o navigare tra i vari siti, gli articoli non mancano certamente.
Io, che qualcosa ho già letto oggi e qualcosa avevo letto
nei mesi e giorni passati, penso che questa vicenda ci faccia guadagnare altri
punti nella classifica del ridicolo internazionale, dove, peraltro, primeggiamo alla
grande e senza fatica.
La Signora Mansi, Presidente della Fondazione Montepaschi,
ha ragione quando sostiene che l’aumento di capitale effettuato in gennaio,
riducendo di molto il peso percentuale della partecipazione della Fondazione
stessa nella banca, priverebbe la partecipazione di gran parte del suo valore,
quel valore che la Mansi spera di recuperare per tappare i buchi nel bilancio
dell’ente (sono certo che voi tre sapete benissimo come si sono creati).
Quello che, tuttavia, la Signora Mansi dimentica è che lei è
stata indicata per la presidenza della Fondazione dopo mesi di patetici
tiramolla tra correnti del PD senese e toscano, esattamente come i suoi
colleghi membri dell’organo di controllo (che, noblesse oblige, si chiama Deputazione Generale, mica Consiglio di
Amministrazione: stiamo parlando di gente che si sbrodola addosso dal 1472,
mica da ieri).
Pretendere altro tempo, dopo tutto quello che è già andato
sprecato in mesi di patetiche schermaglie tra gerarchetti locali mi sembra
davvero troppo, soprattutto se si considerano le conseguenze che potranno
derivare alla banca da questo ritardo nella ricapitalizzazione.
Il rinvio costa svariate decine di milioni di euro di
interessi per il mancato rimborso dei Monti Bond, ossia comporta un appesantimento
del conto economico. Questo, però, potrebbe anche non essere l’unico risultato
negativo: le banche, soprattutto negli ultimi anni, dipendono sempre più dai
capitali che reperiscono sui mercati finanziari e possono contare sempre meno
sul denaro raccolto presso i risparmiatori. Il mancato aumento di capitale
potrebbe comportare (evito di scrivere comporterà, ma non sbaglierei se lo
facessi) un incremento dei costi ulteriore (perché prestatori riluttanti pretendono maggiori interessi), con ovvie conseguenze sulla
redditività di Banca Mps. Mi trattengo dal considerare quello che potranno
pensare i risparmiatori che, nonostante tutto, hanno deciso finora di mantenere
i propri depositi presso la banca senese. Osservo che la Signora Mansi non è
sembrata preoccuparsi troppo della loro opinione, concentrandosi assai di più
sulle esigenze di quel sistema di potere costruito nel tempo tra Fondazione,
Banca ed enti locali. Un sistema di potere che, guarda un po’, è quello che ha
portato Mussari alla guida di MPS e Mancini alla guida della Fondazione, con
quei bei risultati che sappiamo.
Se tutto questo non è ridicolo, che cosè? Io penso (e
scrivo) che è peggio che ridicolo: è assurdo e moralmente inaccettabile e
illustra anche troppo bene quanto poco abbiano capito i politici italiani,
specie quelli attivi a livello locale.
Bisogna dire che il Ministro del Tesoro e la Banca d’Italia
non si sono fatti sentire molto nella vicenda di ieri, almeno per ora. Io, che
in certe materie mi ispiro sempre al pensiero di Andreotti, penso che
Saccomanni e Palazzo Koch abbiano la coda di paglia. Tanto per capirci, quando
Banca MPS ha messo in atto la folle acquisizione di Antonveneta, l’operazione
che è la madre di tutti i suoi problemi, l’attuale Ministro del Tesoro era
Direttore Generale della Banca d’Italia, ossia l’ente di controllo che non ha
saputo vedere quello che accadeva realmente a Siena.
Finiamola qui, perché ho già detto abbastanza. E mi stanno
già prudendo anche troppo le mani.
Torniamo a It Never
Entered my Mind, che è di gran lunga più gratificante delle squallide
vicende italiane.
Riprendiamo il cammino dal 1957, con la versione del mitico
quintetto di Miles Davis, in cui il trombettista è affiancato da John Coltrane,
Red Garland, “Philly” Joe Jones e Paul Chambers.
La versione successiva è quella di un altro trombettista a
me particolarmente caro, tanto da essere, forse, uno dei musicisti più citati ne ilmiosecchiellodacqua, Chet Baker. La sua interpretazione è tratta da Chet, uno dei suoi album più celebri (http://en.wikipedia.org/wiki/Chet_%28Chet_Baker_album%29).
Chiudiamo con Frank Sinatra, dall’album Put Your Dreams Away del 1958.
domenica 1 settembre 2013
Cronache italiane?
Oggi, ne sono veramente felice, posso raccontarvi una bella
storia, qualcosa che, non penso di sbagliare, è motivo di conforto per tutti
noi.
Voi tre non ci crederete, ma è successo che un
amministratore locale, il responsabile del settore agricolo di un’importante
regione, sia stato licenziato per aver fatto acquistare,
a spese dei contribuenti, un’auto estremamente lussuosa che, per dimensioni,
consumi, finiture esagerate, mal si conciliava, tra l’altro, con le convinzioni
ecologiste dell’assessore in questione.
Era ora, non vi pare? Noi stringiamo la cinghia e questi
spendono e spandono a carico nostro. Per fortuna si stanno mettendo in riga.
Bene. Direi che dobbiamo essere grati al suo superiore diretto che l’ha
costretto alle dimissioni. Chi sarà stato? Cota, Governatore del Piemonte? No,
lui non governa con gli ecologisti, si preoccupa (e ne ha motivo) di un verde
diverso. Che sia Nichi Vendola, alla guida della Regione Puglia, uno che delle
convenzioni se ne frega, ma è ben attento al potere e a tutto quel che serve per
raggiungerlo e mantenerlo? Acqua! Acqua profonda!
Cosa dite? Mi domandate se sono sicuro che sia accaduto qui,
in Italia?
No, non è accaduto in Italia. In Italia queste cose non
succedono. Guarda un po’, è accaduto in Germania: http://www.corriere.it/esteri/13_settembre_01/germaia-auto-lusso-verde-licenziato_b4a196d6-132b-11e3-b29f-7fb8749168ea.shtml.
Cronaca. Di quelle che fanno star male, perché, appunto, non
sono cronache italiane.
Provo a farvi sorridere, con un breve testo di Mattia Feltri
da La Stampa del 24 Agosto:
Buona stampa. Mattia Feltri, diversamente da Vittorio Feltri
(suo padre), non nutre molta simpatia per il tizio decrepito (andate a leggere
gli altri suoi pezzi e mi darete ragione), ma non è per questo (o non solo per
questo, lo ammetto) che ve ne ho suggerito la lettura. L’ho fatto perché apprezzo
molto lo spazio che La Stampa offre a Gramellini, Jena e Feltri (Mattia), le
cui rubriche ci aiutano a sorridere o, quantomeno, a riportare
verso l’alto le pieghe delle labbra. E ripenso con nostalgia a Controcorrente, lo spazio de Il Giornale (quello di Indro Montanelli). Era un piacere (quasi) quotidiano. Quasi perché non sempre risultava all'altezza delle aspettative. Ma si sa, sono le aspettative a essere esagerate.
Non quando si parla di musica. In particolare quando si parla di grandi voci e di grandi brani. Questa sera torniamo alla "tradizione" di questo blog, ossia alle versioni multiple di pezzi particolarmente importanti nella storia della musica. La canzone che vi propongo è Little Girl Blue, come molti standard tratta da un musical (http://en.wikipedia.org/wiki/Little_Girl_Blue_%28song%29).
E andiamo a razzo, senza commenti, o quasi. Cominciamo con Janis Joplin.
E andiamo a razzo, senza commenti, o quasi. Cominciamo con Janis Joplin.
Passiamo a Chet Baker: guardate le immagini di questo straordinario video dedicato a un gigante della musica, così meravigliosamente fragile, e godetevi il piano di Enrico Pieranunzi.
E poi a Nina Simone, dal vivo a Montreux nel 1976.
Mi fermo qui, perché Nina Simone è semplicemente stupenda. Potete riascoltarla, o se preferite, continuare voi la ricerca su YouTube, troverete tante altre esecuzioni degne di ascolto.
lunedì 10 giugno 2013
Questa è la magia della rete
Qualche giorno fa, Rai Radio3 ha trasmesso, credo nel corso
di Fahrenheit, la canzone Avec Les Temps
di Leo Ferrè interpretata dall’autore. E’ una canzone d’amore, più precisamente
parla della fine dell’amore. E’ struggente e desolata, bellissima.
Sono andato a cercarla su YouTube e, ovviamente, l’ho
trovata. Insieme a numerose versioni di altri interpreti, da Dalida a Franco
Battiato. Poteva e voleva essere l’occasione per un post tutto dedicato a
questo splendido brano, ma le cose, con internet, alle volte vanno diversamente
da come s’immagina.
Restiamo, però, su Leo Ferrè ancora per qualche minuto. Non
posso, infatti, non farvi ascoltare la sua meravigliosa Avec Les Temps.
Qui trovate il testo francese e una buona traduzione
italiana (http://www.musicaememoria.com/leo_ferre_avec_le_temps.html).
Non ci fermiamo, tuttavia, su questa canzone perché, qui sta
il bello, tra i brani che YouTube assimila a quello di Ferrè c’era un altro pezzo
dedicato all’amore, meno tormentato, ma non privo di malinconia, interpretato
da Chet Baker con la sua tromba: Everytime
We Say Goodbye, uno degli innumerevoli capolavori di Cole Porter.
Come naturale, l’ho riascoltato e ho deciso di condividerlo
con voi, uscendo dal percorso originario. Ne vale la pena.
Tra le altre versioni di Everytime
We Say Goodbye, ho trovato quella interpretata dal cantante dei Simply Red, Michael Mick Hucknall. Anch’essa merita di
essere ascoltata.
Come spiega la didascalia di YouTube, Hucknall
la cantò dal vivo nel famoso stadio Old
Trafford nell’agosto del 1998 per commemorare il quarantesimo anniversario di un disastro aereo avvenuto a Monaco di Baviera nel 1958. Nell'incidente era rimasto
coinvolto il velivolo che riportava in patria la squadra del Manchester United, dopo una partita
giocata a Belgrado contro la Stella Rossa.
Non ne sapevo nulla e ho fatto la cosa più
ovvia, sono andato su Wikipedia: http://en.wikipedia.org/wiki/Munich_air_disaster.
E con questo vi saluto, convinto, spero a ragione, che anche
voi tre sarete contenti del mio “lavoro” odierno.
venerdì 3 maggio 2013
Sentiremo digrignare i denti
Questo paese è afflitto da una conflittualità politica devastante
(non credo di esagerare, al contrario), le cui origini non sarò certo io a
indicare. Ognuno di noi quattro ha la propria opinione e, visto l’esordio di
questo post, l’ultima cosa che intendo fare è discutere l’argomento. Quello che,
al contrario, sono convinto di poter dire è che mi sconcerta profondamente la
presenza di alcuni personaggi nel Governo presieduto da Enrico Letta.
Per essere più chiaro e, giusto per fare un paio di nomi e
basta, mi chiedo come potrà lavorare in maniera positiva un gruppo del quale
fanno parte Biancofiore e Fassina. E come potrà lavorare in maniera positiva
se, dentro e fuori dal Governo, c’è gente che continua a preoccuparsi di
comunicare ai propri potenziali elettorali esattamente come se fossimo in prossimità
del voto (e probabilmente lo siamo).
E sbagliano i giornali a inseguire le dichiarazioni di
ministri, viceministri, sottosegretari e politici di qualsiasi livello. Abbiamo
bisogno di tutto, fuorché di mezzi che amplificano le affermazioni, spesso inutilmente
aggressive e palesemente mistificatorie, pronunciate al solo scopo di ottenere
attenzione e di conquistare un breve attimo di illusoria importanza, il cui
prezzo è il progressivo imbarbarimento del clima politico al quale siamo
costretti ad assistere da anni.
Mi auguro, anche se non lo credo, che Letta, protetto da
Napolitano, possa controllare la situazione e arrivare ad approvare quel
pacchetto minimo di riforme di cui il paese ha disperato bisogno.
Vedremo…
Cambiando radicalmente argomento, vi segnalo, e questo non è
frutto di una scelta di schieramento, ma solo della convinzione che si tratti
di un articolo che consente di conoscere meglio un fenomeno importante, un
pezzo del Corriere della Sera dedicato all’eutanasia: http://www.corriere.it/cronache/13_maggio_03/eutanasia-raccolta-firme-radicali-video-piera_3609dbb2-b3e5-11e2-a510-97735eec3d7c.shtml.
Buona stampa. Non mi comporto da tifoso quando si tratta di
sport, figuriamoci se mi sognerei di farlo in questo campo, nel quale ognuno ha
il dovere di maturare un’opinione liberamente, possibilmente senza influenze
esterne di qualsiasi genere. E’ un argomento di libertà individuale. E basta.
Nell’articolo ci sono dati che meritano di essere conosciuti e che possono far
riflettere e per questo ne ho suggerito la lettura: perché ognuno li valuti per
proprio conto, liberamente.
Il 30 Aprile era la giornata dedicata dall’Unesco alla
musica jazz. Non ho avuto modo di celebrarla martedì, ma possiamo farlo anche
oggi. E lo facciamo con una piccola selezione di grandi trombettisti, giusto
per darci un tema che leghi alcuni pezzi.
Partiamo da lontano, con un brano di Louis Armstrong della
fine degli Anni 20: When You’re Smiling.
Il passo successivo lo facciamo con Miles Davis, di cui
ascoltiamo Jeru, un pezzo composto da
Gerry Mulligan e tratto dall’album Birth
of the Cool la cui registrazione, se ricordo bene, avvenne a cavallo tra
gli Anni 40 e i 50.
Il brano successivo è la splendida I’ll Remember April eseguita nel 1956 dal gruppo di Clifford Brown
“Brownie” e Max Roach, nel quale militavano Sonny Rollins, Richie Powell e
George Morrow, degni sostegni per Roach e Brown, uno dei tanti jazzisti dalla
vita breve (http://en.wikipedia.org/wiki/Clifford_Brown).
Alla fine degli Anni 50 risale la collaborazione tra Bill
Evans e Chet Baker, due personaggi complicati, con tratti di carattere ed
esperienze di vita simili, ma anche assai diversi, il cui incontro ha prodotti
alcuni eccellenti risultati, come questa Alone
Together, disponibile in una raccolta intitolata The Complete Legendary Sessions.
Un altro grande trombettista, Freddie Hubbard, insieme a
un’altra mitica formazione, The Jazz
Messengers guidati da Art Blakey, nel 1984 celebrava dal vivo il ricordo
del grande Brownie.
E ci fermiamo qui. Almeno per questa sera.
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martedì 6 novembre 2012
Economia giapponese e splendido jazz
Continuiamo a tenerci lontani dalla politica italiana. Prima
o poi toccherà tornarci sopra, ma per adesso proviamo a guardare altrove e a
riflettere su questioni non maleodoranti come quelle locali.
Sul Sole 24 Ore di oggi, Luigi Zingales propone un’interessante
riflessione sulla situazione economica giapponese, partendo da una battuta
paradossale che circola tra gli economisti. Ecco il link dell’articolo: http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2012-11-06/tokyo-sembra-atene-063652.shtml?uuid=AbR71Q0G.
Buona stampa.
Le considerazioni di Zingales sono piuttosto convincenti e le ragioni del
pessimismo riguardo alle prospettive giapponesi, a mio avviso, vengono anche
dal settore manifatturiero oltre che dal debito e dal deficit
statale. Sono di questi giorni le notizie relative alla profonda crisi in cui
versano aziende come Sharp, Olympus, Sony e Panasonic, ossia aziende che per
anni hanno costituito la punta di diamante della potenza industriale del Sol
Levante.
In qualche caso, quello di Sharp in particolare, si mette
addirittura in dubbio la possibilità che l’azienda possa sopravvivere alla
situazione di dissesto in cui si trova. I principali quotidiani finanziari si
occupano da tempo delle difficoltà di molte industrie giapponesi. Vi indico un
paio di articoli su Sharp dal Sole 24 Ore: http://www.ilsole24ore.com/art/impresa-e-territori/2012-09-27/sharp-alza-forbice-10mila-102423.shtml?uuid=AbYKoQkG&fromSearch
e http://www.ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2012-11-02/lhitech-tokyo-apple-samsung-073007.shtml?uuid=AbtgOIzG&fromSearch.
Gli altri potete tranquillamente cercarli voi, se volete.
Torniamo al pezzo di Zingales e teniamo bene a mente il
monito conclusivo, perché la questione ci riguarda (anche se l’Italia non viene
mai citata). Ci riguarda molto e molto ha a che fare con i nostri impegni in
materia di finanza pubblica. Non lo dico a me stesso e ai miei tre lettori, mi
piacerebbe che sentissero quelli che aspirano a governare il Paese…
E veniamo alla musica. Dopo quella dedicata al capolavoro
dei Procol Harum, oggi vi offro un’altra selezione di esecuzioni differenti del
medesimo pezzo.
Il brano che ho scelto per oggi è, forse, persino più
importante di A Whiter Shade of Pale (ammesso che simili confronti abbiano senso, e non credo ne abbiano) e, comunque, è un altro immenso
capolavoro: In a sentimental mood,
scritto da Duke Ellington nel 1935 e interpretato da tanti
maestri.
Cominciamo da una versione del compositore, però più
recente, scelta perché Ellington non si esibisce con la propria orchestra, come
di consueto, ma in veste di strumentista insieme a John Coltrane, uno dei
massimi sassofonisti della storia del jazz. Ho detto anche troppo, lascio spazio
a questi grandissimi musicisti. Il disco da cui è tratta l’esecuzione risale al
1962.
Passiamo a un altro eccezionale talento, il chitarrista
francese Django Reinhart, considerato da molti il vero “inventore” della
chitarra nel jazz. La sua versione risale al 1937.
Diamo nuovamente spazio al Duca, perché ascoltiamo la
versione cantata da Ella Fitzgerald e tratta da un album doppio inciso insieme
a Ellington e alla sua orchestra nel 1957.
La quarta versione è quella di un grande trombettista tormentato, Chet Baker, tratta dall’album Chet
on Poetry del 1989, realizzato in Italia con musicisti italiani.
Finiamo con un altro immenso maestro, un uomo cui il destino
ha riservato una vita difficile e troppo breve, ma che ha saputo raggiungere
vette di bellezza straordianaria: Michel Petrucciani. Qui in un’esecuzione dal
vivo con Gary Peacock al basso e Roy Haynes alla batteria. La registrazione è stata effettuata a Karlsruhe 1988. E' la versione più lunga che vi propongo,
ma ascoltatela fino in fondo, non ve ne pentirete.
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