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venerdì 23 dicembre 2016

Chi paga davvero il conto?

Prima ancora che per esperienza diretta, sono caratterialmente portato a pensare che in ben poche occasioni il trascorrere del tempo semplifichi i problemi. Al contrario: più una questione insidiosa e complessa viene lasciata senza soluzione, più si aggrava e cresce la dimensione delle conseguenze. 

domenica 24 luglio 2016

Chi paga per le loro parole e per i loro silenzi?

Lo spunto lo prendo da un aggiornamento sulla situazione di MPS.
Il Sole 24 Ore di ieri ha pubblicato un articolo di Luca Davi nel quale si mettono in evidenza le difficoltà tecniche che la banca senese sta incontrando per ottenere che le autorità di vigilanza europee approvino il suo piano di cessione di crediti in sofferenza e lo schema di aumento di capitale. Ecco il collegamento: http://www.ilsole24ore.com/art/finanza-e-mercati/2016-07-22/vigilanza-bce-fredda-piano-mps-230411.shtml?uuid=ADSLwmw.
Buona stampa. Osservate come, al momento, non ci sia nessun segno che da Francoforte arriverà il nulla osta necessario per mettere in sicurezza Banca MPS. Al contrario, il silenzio delle autorità di vigilanza indurrebbe a pensare che permangano dubbi sul progetto presentato dai vertici della banca italiana.

domenica 7 febbraio 2016

Chi paga il conto?

Il governo avrebbe dovuto approvare venerdì le disposizioni relative alla cosiddetta bad bank destinata a favorire la cessione, da parte delle banche italiane, del loro pesante fardello di crediti deteriorati. La discussione del provvedimento è stata, però, rinviata. 

sabato 26 aprile 2014

Imperterrito, forse


Guardo poco o nulla la televisione. E se proprio mi capita di accenderla, non accade mai quando va in onda la trasmissione di Bruno Vespa. Considero Vespa la quintessenza del giornalismo asservito, un club che in Italia, purtroppo, conta un numero molto cospicuo d’iscritti. Poiché non abbiamo il monopolio dell’opportunismo e della piaggeria, si trovano analoghi circoli anche in altri paesi, ma quelli con tanti soci, in generale, si trovano in nazioni che non possono vantare sistemi politici e stampa degni di vere democrazie moderne.
Ieri sera, guarda un po’, Vespa ha ospitato il tizio decrepito, offrendogli spazio per tentare di rilanciarsi e di dare consistenza alla sua ormai effimera credibilità politica.
Intendiamoci, un po’ di capacità di seduzione rimane, così come l’indiscutibile combattività, quindi non mi sogno affatto di darlo per morto, tuttavia le sue potenzialità sono senz’altro ridotte. Soprattutto perché, come non sa accettare le stagioni della vita umana, così non vede che la presa sull’elettorato e anche sui fedelissimi, dopo vent’anni di obiettivi mancati, si attenua giorno dopo giorno.
Posso immaginare che l’editoriale del Corriere di ieri, firmato da Galli della Loggia, non fosse scritto per piacergli, visto che metteva in luce tutte le contraddizioni di un’esperienza politica che, a voler essere davvero buoni, appare quantomeno deludente. Forse, però, farebbe bene a mettersi il cuore in pace. Gli storici, almeno quelli che non seguono l’esempio di Vespa, difficilmente si scosteranno dalla linea di Galli della Loggia. Questo è il link al suo articolo di fondo: http://www.corriere.it/editoriali/14_aprile_24/diaspora-destra-f75b104a-cb6a-11e3-b768-8b37958dddda.shtml.
Buona stampa.
Come dicevo, l’editoriale di Galli della Loggia non sarà parso degno di attenzione né di riflessione autocritica al tizio decrepito, abituato a dare ascolto solo a chi gli da ragione e lo incensa. Non stupisce, allora, che abbia accolto con gelo sprezzante la lettera inviata a La Stampa da colui che, per anni, è stato il suo lacchè prediletto, Sandro Bondi. Dire che, pur cercando di non andare contropelo, Bondi arriva a conclusioni non troppo diverse da quelle dell’editorialista del Corriere della Sera non mi sembra azzardato. Ecco il link: http://www.lastampa.it/2014/04/23/cultura/opinioni/editoriali/fi-ha-fallito-sosteniamo-renzi-lKfjfDuU6yxSmrsVb68lyM/pagina.html.
Si tratta di lettera, quindi nessun commento. Anzi, uno ci sta, non mio, ma di Jena, sempre da La Stampa: http://www.lastampa.it/2014/04/24/cultura/opinioni/jena/comunisti-C701dgN9ppvW150sU9XX7K/pagina.html.
Buona stampa.
Cambiamo argomento, anche se ci spostiamo su una storia che non offre sollievo dal senso di disgusto prodotto dalle vicende politiche. La questione del cosiddetto metodo di cura Stamina è una di quelle che dimostra come, in Italia, il diritto sia diventato un elastico che ognuno tira come e dove vuole, deformandolo a proprio uso e consumo, così che si lascia il campo aperto a ciarlatani e profittatori vari. Una situazione tanto più grave quando è coinvolta la salute. La lettura dell’articolo di Gilberto Corbellini sul Sole 24 Ore di oggi vi dirà molto più di quanto saprei fare io: http://www.ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2014-04-25/stamina-quando-e-offesa-dignita-malati--094250.shtml?uuid=AB6Y8dDB.
Buona stampa.
E, prima di qualche buona nota, torniamo all’inchiesta sull'acquisizione di Banca Antonveneta da parte del Monte dei Paschi di Siena, il che ci darà modo di fare qualche riflessione sull’attualità dell’istituto senese. I Pubblici Ministeri incaricati dell’indagine scrivono che il Presidente Mussari e il Direttore Generale Vigni avevano (riprendo i virgolettati dal Corriere cartaceo) “un modus operandi autoreferenziale, verticistico e asservito al soddisfacimento di interessi in generale distonici da quelli dell’ente.” In conseguenza di questi “interessi e sollecitazioni esterne, ascrivibili in prima battuta al panorama politico locale e nazionale” Mussari e Vigni decisero di comprare Antonveneta, in modo doppiamente sventato: in primo luogo perché non si accertarono del reale valore di ciò che acquistavano (rinunciando a guardare bene i conti, ossia a effettuare quella che si chiama due diligence) e, secondo, perché comunque stavano facendo un passo ben più lungo di quel che consentivano le fragili gambe di MPS e ne erano consapevoli.
Mussari e Vigni, tra un bel po’ di anni, saranno forse chiamati a rispondere definitivamente delle loro decisioni e dei loro comportamenti. Mi chiedo se accadrà altrettanto per coloro che, alla guida della Fondazione Monte dei Paschi, costituivano lo strumento principale attraverso il quale la politica, soprattutto locale, esercitava il proprio potere sulla Banca Monte dei Paschi.
Quello di cui sono certo, invece, è che la politica, sempre attraverso la Fondazione, non ha affatto rinunciato a esercitare influenza sulla Banca, come hanno dimostrato due fatti: il rinvio dell’aumento di capitale da dicembre 2013 a maggio 2014 e la costituzione, per il momento non ancora autorizzata, di un patto di sindacato con due società finanziarie estere, una brasiliana e una messicana, volto a mantenere, con il 9% complessivo del capitale, un peso decisivo nella nomina dei dirigenti di BMPS.
Non mi dilungo, dirò solo che il rinvio dell’aumento di capitale ha comportato un aggravio di costi per la banca e la necessità di effettuare un’operazione di maggiore entità (l'aumento sarà di 5 miliardi contro i 3 previsti in dicembre) che, si dice, potrebbe trarre vantaggio dalle migliorate condizioni generali dell’economia e dalla maggiore disponibilità degli investitori internazionali verso l’Italia e le sue aziende.
Siamo sicuri che le cose stiano così?
Buona stampa.
Chiudiamo con due brani musicali. Il primo, eseguito da The Bill Evans Trio, è Waltz for Debby. Oggi lo si può definire un classico, ma allora (1961) era espressione di uno straordinario spirito innovativo.


Ci spostiamo in Brasile e ascoltiamo Você vai ver cantato ed eseguito alla chitarra da Rosa Passos (http://en.wikipedia.org/wiki/Rosa_Passos).



lunedì 30 dicembre 2013

Quanto dura la verità?


Non imprevedibilmente, anzi era molto prevedibile, la Signora Mansi, Presidente della Fondazione Montepaschi, ha concesso (richiesto?) un’intervista a Fabrizio Massaro del Corriere della Sera: http://www.corriere.it/economia/13_dicembre_30/profumo-resti-monte-paschi-noi-andiamo-avanti-tesoro-fondazioni-c0e50816-713f-11e3-acd7-0679397fd92a.shtml.
Stampa così e così. Massaro non va a scavare dove dovrebbe, lasciando che sia Mansi a guidare le danze. E la Signora lo fa da esponente qualificata della classe dirigente italiana, ossia rivelandosi portatrice di certezze granitiche, poco ferrata in storia (anche recente), pronta alle più ardite arrampicate pur di far apparire convincente la “realtà” che vuol rifilare al lettore.
Potrei continuare e dettagliare, ma non vale la pena: c’è chi spiega come veramente stanno le cose meglio di me e vi rinvierò a lui tra un attimo. Un paio di considerazioni, infatti, le voglio proprio aggiungere.
Primo: in tutta l’intervista, Antonella Mansi si guarda bene dal citare gli altri azionisti, i dipendenti e i clienti di Banca Montepaschi, i quali sono portatori d’interessi e di aspettative (del tutto legittimi) rispetto alla Banca quanto o più della Fondazione che la Signora presiede.
Secondo: non so dove la Signora Mansi trovi ragioni per la spavalderia con cui sostiene che, facendo slittare l’aumento di capitale di cinque o sei mesi, la Fondazione potrà collocare le proprie azioni di Banca Montepaschi a condizioni migliori, incassando quanto serve per tappare le falle. Forse anche lei dovrebbe leggere l’articolo, pubblicato sempre sul Corriere di oggi, di Salvatore Bragantini, il quale la realtà la conosce e la descrive, non la ricrea a proprio uso e consumo: http://www.corriere.it/opinioni/13_dicembre_30/buon-senso-salvare-banca-reputazione-27052e4c-7135-11e3-acd7-0679397fd92a.shtml.
Buona stampa.
L’importante, nel nostro paese anche più che altrove, è apparire, far sentire la propria voce (anche quando si dicono sciocchezze e senza preoccuparsi del tono impiegato), imporre una propria verità persino per pochi minuti o per poche ore, pronti a dimenticarsi di averla affermata. E’ grave, ma, almeno in qualche misura, comprensibile, che i politici e le persone con un ruolo pubblico tendano a comportarsi così. Gravissimo e inaccettabile che gli organi di stampa si prestino al loro gioco e rinuncino a svelarne le contraddizioni, consentendo che l’opinione pubblica venga ingannata o, quando va bene, fuorviata.
Buona notte e buona fortuna.

sabato 16 febbraio 2013

Reggerà la Torre di Pisa?


Impossibile resistere e rinunciare al piacere di cominciare questo post con il Buongiorno di Gramellini di ieri, dedicato al già Presidente della Lombardia e, purtroppo, mio omonimo Roberto Formigoni: http://www.lastampa.it/2013/02/15/cultura/opinioni/buongiorno/la-ricetta-formigona-CK9ZMkAasyxYNweLpY4t5J/pagina.html.
Buona stampa. Quanto al già celeste, ora nero come la pece, vado a proporvi alcune parole di un suo stretto collaboratore, uno dei fortunati partecipanti  alle cene non pagate (in realtà, qualcuno pagava, ma non certo Formigoni). Non pagate come, secondo quanto emergerebbe dalle indagini, le vacanze e altro…
Torniamo alla citazione di cui dicevo, si tratta di considerazioni espresse da Mauro “Willy” Villa e riportate nell’articolo di Luigi Ferrarella e Giuseppe Guastella pubblicato ieri dal Corriere: «Non è stata una bella situazione in conferenza stampa... Quella di Gesù se la poteva risparmiare, anche perché sta dando del Giuda a quell'altro (cioè a Pierangelo Daccò , ndr). Gli dicevano che il presidente della Germania si è dimesso per molto meno e lui si arrampicava sugli specchi, a un certo punto stava dicendo di quelle cagate... "Sono limpido come l'acqua di fonte", eehh, non fare il figo!».
Buona stampa. Di fronte al comportamento di certe persone io resto allibito. Mi spiego: ognuno di noi, tendenzialmente, è portato a giustificare i propri errori e a sminuire le proprie colpe, fa parte della natura umana. Questa propensione, tuttavia, trova un limite quando la logica e le circostanze impediscono di dare spiegazioni credibili o di attenuare la gravità degli atti compiuti. Formigoni, come correttamente osserva il suo braccio destro (e come, se mi perdonate l’ennesima prova d’immodestia, osservavo anch’io molti mesi fa), realmente si è arrampicato sugli specchi e ha cercato di prendere in giro la gente, tra l’altro usando nei confronti della stampa modi e toni decisamente inadatti non solo all’incarico ricoperto, ma anche alle sue asserite convinzioni, religiose e non solo. Sappiamo che, dei reati per i quali la Magistratura lo sta indagando, Formigoni è ancora innocente e resterà tale sino a un’eventuale condanna definitiva. Su questo non ci piove. Come non ci piove sul fatto che, se non fosse italiano, ma, per esempio, tedesco o inglese, Formigoni non potrebbe comunque più aspirare a una carica pubblica e non si sarebbe mai azzardato a trattare la stampa e la pubblica opinione come ha fatto. Qui, invece, finiremo per ritrovarcelo in Parlamento…
Abbiamo già parlato nei giorni scorsi delle vicende di Eni, Monte Paschi e Finmeccanica. Abbiamo appena accennato all’accelerazione impressa dalla Procura di Milano alle indagini sulla sanità lombarda. Ieri i quotidiani ci hanno informato dell’arresto di personaggi più o meno noti (Angelo Rizzoli, Alessandro Proto e Massimo Cellino) accusati di reati diversi, ma, a prima vista e semplificando abbastanza, tutti riconducibili alla disinvoltura nel perseguire la ricchezza facile.
In queste ultime settimane, dunque, si è andato confermando il radicamento profondo e diffuso del malaffare nella nostra società e si è andata ulteriormente deteriorando l’immagine del nostro paese all’estero. Quanti, tra quelli che ci chiedono di affidargli le nostre sorti con il voto, se ne rendono realmente conto e si preoccupano di elaborare progetti efficaci per cambiare questo pessimo stato di cose?
Di questo si occupa l’editoriale del Corriere di oggi, firmato da Antonio Polito: http://www.corriere.it/editoriali/13_febbraio_15/il-marcio-e-il-caos-polito_b8e3a646-7743-11e2-a4c3-479aedd6327d.shtml.
Buona stampa. E un quadro che lascia ben poche speranze. Un quadro che The Economist conferma con un’immagine più che eloquente


Buona stampa.

mercoledì 13 febbraio 2013

Antelope Cobbler vi dice qualcosa?


Anche oggi partiamo da un argomento e finiamo chissà dove…
L’avvio lo prendiamo da Finmeccanica. E chiarisco subito che non sono tanto ingenuo da pensare che si possano vendere certi prodotti senza pagare tangenti. In qualche modo fa parte del mio DNA, perché mi è capitato di essere italiano e, quindi, di vivere in un paese che non brilla certo nelle classifiche internazionali riguardo alla corruzione. O, se vogliamo, brilla in negativo, se per voi, come per me, la corruzione non è esattamente un fatto positivo.
Questo per dire che sono sufficientemente realista da comprendere come, in molti casi, per portare a casa commesse che garantiscono posti di lavoro italiani, sia necessario ricorrere all’oliatore.
Le mie perplessità, di fronte a questa vicenda, riguardano in primo luogo il comportamento dello Stato nelle sue diverse entità interessate. Come spiegano i tanti commenti apparsi sulla stampa. Ne scelgo tre, molto diversi tra loro, ma ne potete trovare altri: cominciamo con Guido Gentili dal Sole 24 Ore (http://www.ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2013-02-13/ritardi-politica-081323.shtml?uuid=Ab5jJvTH), per passare a Daniele Manca sul Corriere della Sera (http://www.corriere.it/cronache/13_febbraio_13/il-tempo-perso-su-finemccanica_afdfc1a6-75a4-11e2-a850-942bec559402.shtml) e, infine, a Nicola Porro su Il Giornale (http://www.ilgiornale.it/news/interni/e-se-aziende-inquisite-avessero-ragione-885368.html).
Buona stampa. Non nella stessa misura, ma mi piacciono tutti e tre. Siamo di fronte a questioni d’importanza che non esito a definire vitale e ogni riflessione, anche se in qualche modo influenzata da una visione di parte, aiuta a mettere a fuoco dettagli rilevanti.
Anche se per ragioni e in modi assai diversi, tre delle principali aziende di questo paese sono diventate oggetto d’indagini anche aggressive da parte della Magistratura. Per chi si fosse distratto, parliamo di Eni, Banca Monte Paschi e, appunto, Finmeccanica. Il tempo e i vari gradi di giudizio chiariranno, si spera, queste vicende. E chiariranno anche, si spera sempre, quella dell’Ilva di Taranto. Il punto è che, e qui Porro ha ragione, in Italia esiste un pregiudizio nei confronti dell’attività d’impresa. Un pregiudizio che compromette la possibilità del nostro paese di confrontarsi con la concorrenza internazionale, fattasi ovviamente più difficile per effetto della globalizzazione. Qui si ferma la mia condivisione delle idee di Porro, nel senso che vedo il pregiudizio, ma non vorrei che, giustificato da questo, se ne affermasse un altro, ossia quello che ogni agire sia legittimato solo perché porta fatturato alle nostre aziende.
Si tratta di una questione complessa, sulla quale ho molti dubbi e quasi nessuna certezza. Quel che mi pare certo è che il quadro emerso dalle indagini su Banca Monte Paschi e su Finmeccanica induca a temere l’esistenza di una vasta schiera di dirigenti i quali traggono profitto dalle zone d’ombra createsi nella gestione delle aziende stesse. Per Finmeccanica potete leggere il pezzo di Fiorenza Sarzanini sul Corriere (http://www.corriere.it/cronache/13_febbraio_13/dalla-lega-alla-magistratura-la-ragnatela-del-presidente_68aedc90-75a4-11e2-a850-942bec559402.shtml) e quello di Guido Ruotolo su La Stampa (http://www.lastampa.it/2013/02/13/economia/quelle-tangenti-erano-una-prassi-abituale-5WWn8NFTtxpSFuB1i7O4hN/pagina.html).
Buona stampa. Per quel che riguarda Monte Paschi, fate una ricerca da soli sulla “Banda del 5%”.
Per farla breve: se il mercato globale, soprattutto in certi settori, impone determinate “regole”, dobbiamo accettarle, per quanto sgradevoli. Quello che non possiamo accettare è che il terreno fangoso non sia accuratamente recintato e che esistano aree limacciose nelle quali s’immergono opportunisti di vario genere.
Aggiungo, e qui ho gioco facile, che la politica, come sottolinea Gentili, dovrebbe starsene ben lontana dalle vicende delle aziende pubbliche e non solo, però mi pongo e vi pongo qualche domanda (pur tenendo conto che, comunque, come dimostrano le vicende di Eads, la società che controlla Airbus, la politica in certi casi il naso ce lo mette anche altrove). E’ tollerabile il quadro d’interferenza politica che emerge nella scelta dei massimi dirigenti di società come Finmeccanica e Monte Paschi? Siamo sicuri che i manager di aziende così importanti debbano dedicare tanto tempo ai loro rapporti con i politici, probabilmente trascurando i loro compiti? E’ giusto che il Presidente di Confindustria, proprietaria del Sole 24 Ore, abbia con Orsi una conversazione come quella riportata dalla Sarzanini?
Come sempre, io le risposte me le sono già date, adesso tocca a voi.
Una ciliegina sulla torta. Come potrei trascurare le nuove accuse a Roberto Formigoni per le vicende della sanità in Lombardia? Aspettiamo la Corte di Cassazione per i giudizi di colpevolezza, ma non priviamoci del piacere di sorridere (sempre a denti stretti) per le argomentazioni dell’ormai del tutto nero ex Presidente lombardo: http://milano.corriere.it/milano/notizie/cronaca/13_febbraio_12/formigoni-maugeri-inchiesta-lombardia-2113968136196.shtml.
Cronaca. Nessun giudizio, ma un commento: la smisurata considerazione di sé mi sembra spingere Formigoni a vieppiù ridicole arrampicate sugli specchi.
Se poi, prima di arrivare in fondo, avete voglia di andare a leggere come ha affrontato la questione della corruzione internazionale un paese come gli Stati Uniti, un buon link è questo:
http://en.wikipedia.org/wiki/Foreign_Corrupt_Practices_Act (FCPA). Tra l’altro, come ricorderanno i meno giovani tra noi quattro, la normativa americana nacque in seguito a una vicenda che ha avuto importanti conseguenze anche nella storia italiana. Vendere oggetti volanti è sempre stato complicato… Ammettiamolo pure: il FCPA assomiglia abbastanza a una foglia di fico, però loro ce l’hanno e un po’ di ordine lo ha portato.
Chiudiamo con il commento di Gramellini all’ultima, men che squallida, recita del tizio decrepito: http://www.lastampa.it/2013/02/13/cultura/opinioni/buongiorno/innocente-siparietto-Jsp7FoPqZq81X5dUNLcX9O/pagina.html.
Buona stampa.
Buona notte. E buona fortuna.

martedì 29 gennaio 2013

Come muovono le mani loro...


La pentola di Siena sembra contenere ingredienti persino peggiori di quelli che avevo immaginato. Ho scritto parecchi mesi orsono che l’acquisizione di Antonveneta fu un errore e che la dirigenza della Banca Monte dei Paschi era stata messa su un altare dal Presidente del Banco di Santander, eternamente grato per quanto guadagnato dall’operazione; tuttavia, se sostenessi di aver solo sospettato comportamenti come quelli che descrivono le cronache dei quotidiani italiani, mentirei.
Leggiamo qualcosa. Faccio una selezione radicale, per una visione dettagliata dovrete fare da soli. Cominciamo dal Sole 24 Ore e, in particolare, da un’intervista ad Andrea Morante, già dirigente della banca d’affari Credit Suisse Firts Boston, che si è occupato a suo tempo della quotazione in borsa di MPS: (http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2013-01-29/storia-occasioni-mancate-064642.shtml?uuid=Ab7sN7OH&fromSearch).
Buona stampa. Con alcune interessanti notazioni sul ruolo della politica. Guarda caso, si parla di Gallipoli… E già, proprio lo Stalinuccio di Gallipoli è stato così tranchant nel negare relazioni spurie tra il Pd e la banca senese. Chiacchiere, ovviamente: ridicole e patetiche, però sicuramente pronunciate con la consueta spocchiosa sicurezza e accompagnate da uno dei consueti movimenti delle mani con cui D’Alema allontana da sé gli argomenti che lui giudica privi d’importanza, gesti che, a volte, più ancora delle parole e del tono, ne rivelano la smisurata arroganza.
Per capire quanto la politica sia tutt’altro che estranea alla gestione delle banche, in particolare di quelle nel cui capitale hanno peso le Fondazioni bancarie, vi suggerisco, invece, questa piccola indagine effettuata dal sito LaVoce.info: http://www.lavoce.info/i-politici-ai-vertici-delle-fondazioni-bancarie/.
Buona stampa. Che ci dice quanto sarà difficile estirpare questa mala pianta. E ciò è tanto più vero se si ricorda il potere che, anche attraverso la Cassa Depositi e Prestiti (di cui controllano il 30%), esercitano in tanti settori essenziali dell’economia italiana (elettricità, telecomunicazioni, gas, ecc. ecc.).
Non sarà facile perché proprio la trasversalità e l’intensità dei legami con la politica fanno delle Fondazioni una delle lobby più potenti del paese. Quanto sia influente questa lobby, lo potreste chiedere al bleso della Valtellina, che ai tempi del 2° Governo Berlusconi tentò inutilmente di ridurre il campo di azione delle medesime Fondazioni, le quali (a pensar male, si sa...) non sono state probabilmente estranee alla temporanea defenestrazione di Tremonti, sostituito al Ministero dell’Economia da Siniscalco.
Storia vecchia, ma da non dimenticare, come dimostra l'estrema prudenza con cui il bleso ha trattato la questione una volta tornato in sella.
Già che parliamo di Tremonti e di gente che usa molto le mani nel parlare, mi viene da pensare a Brunetta, che con le sue manine costruisce architetture d'aria degne compagne di quelle, spesso anche meno solide, che costruisce con le parole.
Per non restare troppo lontano dalle pagine dei giornali, Brunetta ha deciso di difendere a spada tratta le frasi pronunciate domenica dal tizio decrepito.
Renato Brunetta è sempre quello che sostiene di aver rinunciato al Nobel per l’economia avendo preferito occuparsi di politica. Dubito che la maggioranza degli italiani lo consideri un gesto di altruismo e gli porti gratitudine, ma ammetto di poter sbagliare, anche se non lo credo affatto.
Su questo punto, però, tornerò più avanti. Veniamo, per ora, alla sua difesa del tizio decrepito, che prendiamo da un pezzo pubblicato ieri da Repubblica: http://www.repubblica.it/politica/2013/01/28/news/monti_berlusconi-51434728/?ref=search.
Buona stampa. Anche perché ci trovate altre chiacchiere in libertà di altri politici di varia appartenenza, chiacchiere nella maggior parte dei casi intrise del medesimo opportunismo di quelle del tizio decrepito. Tornando a quelle di Brunetta, bisogna dargli atto di superare quasi tutti gli altri lacchè nel tentativo di emergere nella difesa dell’indifendibile. Come perdere una simile occasione per guadagnare punti in classifica e sperare, in caso di vittoria del Pdl, di poter finalmente andare a sedere sulla poltrona occupata tanto a lungo dal suo acerrimo rivale 3Mounts. In fondo non ha mica torto, è pur sempre un mancato Nobel per l’economia. Sedicente mancato. Pover’uomo, a questo punto non lo potrà mai più ottenere. In Europa non sono così disposti a scherzare sulle dittature del secolo scorso, ma, se anche fossero disposti a perdonare le parole in difesa del tizio decrepito, in realtà a tenere Brunetta lontano dallo Sveriges Riksbanks pris i ekonomisk vetenskap till Alfred Nobels Minne sarà Brunetta stesso.
Come potrebbero mai, gli incaricati dall'Accademia Reale Svedese delle Scienze, conferirlo a uno che non sembrerebbe neppure in grado di far quadrare i propri conti personali? Leggete questa intervista che risale ai giorni in cui Brunetta aveva pensato bene di lamentarsi perché aveva problemi a pagare la rata finale dell’IMU (ammetto di averla serbata con tenerezza per un'occasione come questa): http://corrieredelveneto.corriere.it/veneto/notizie/politica/2012/11-dicembre-2012/brunetta-imu-non-ho-soldi-pagare-seconda-rata-2113116174601.shtml. Giusto per capirci, un signore che ha un reddito di quasi 280.000,00 euro l’anno si trova in difficoltà a pagare il saldo IMU di 7.000,00 euro (quando ci fu da pagare l’acconto Brunetta non si lamentò, quindi è presumibile che non abbia avuto problemi), un importo solo parzialmente imprevisto, giacché l’IMU è sì più onerosa e colpisce anche la prima casa, ma l’ICI non era poi così leggera… Il suo budget non regge a una spesa imprevista di circa l'1% del suo reddito? Credo ci sia di meglio per il Ministero dell’Economia. E il Nobel, per favore, lasciamolo a chi se lo merita e, soprattutto, a chi, se aspira a ottenerlo, lascia ad altri stabilire se sia degno di ottenerlo.

giovedì 24 gennaio 2013

Meglio tardi che mai?


Non posso, anche se forse lo vorrei, evitare di parlare della vicenda del Monte dei Paschi di Siena. Troverete da soli innumerevoli articoli che illustrano come la banca senese, durante la gestione di Mussari e Vigni, avrebbe posto in essere ripetute operazioni finanziarie altamente rischiose, la cui esistenza si sarebbe cercato di tenere nascosta sia agli organi sociali sia alle autorità di vigilanza e i cui effetti negativi si sarebbe tentato di occultare con altri investimenti ad alto rischio, anch’essi apparentemente non resi noti.
Quanto siano costati a Banca MPS questi investimenti non è ancora del tutto certo; si sa, invece, che per fa fronte alle proprie esigenze patrimoniali, l’istituto ha richiesto 3,9 miliardi di finanziamento allo Stato attraverso emissione di cosiddetti “Monti bonds”, strumenti assai costosi, versione riveduta di quelli inventati dal bleso della Valtellina, Tremonti. Senza questo sostegno statale, la sopravvivenza della più antica banca del mondo sarebbe a rischio.
Fine sulla questione tecnica, per approfondire la quale, come ho detto, potete trovare decine e decine di articoli sulla stampa non solo italiana.
Parliamo di aspetti che definirei collaterali, i quali però, francamente, a me sembrano persino più intriganti. E qui vi segnalo un articolo di oggi, tratto dalla costola toscana del Corriere della Sera:
Buona stampa. Anche perché mi piace l’ironia che percorre tutto il pezzo di David Allegranti. Non che sia difficile fare dell’ironia su questa vicenda, ma lui mi sembra farla bene.
Partiamo da Bersani. Mi vien da dire che la realtà supera la fantasia. Nemmeno agli autori di Crozza sarebbe venuta in mente una battuta come: “Il Pd fa il Pd, e le banche fanno le banche.”  Una battuta che s’inserisce meritatamente nella scia delle affermazioni sulle parentele di Ruby, per via della credibilità, e su quella delle domande del tipo “E allora siamo padroni di una banca?”, per quel che riguarda l’estraneità della politica alla gestione delle banche e in particolare di quelle maggiori (e sono quasi tutte) che, di fatto, sono in parte pubbliche poiché le Fondazioni ne possiedono quote molto importanti.
Mi sa che Bersani, informato che Prodi è stato il miglior leader del centrosinistra, sta cercando di imitarlo e di arrivare al 26 di Febbraio con la stessa solida maggioranza con cui il suo Maestro è arrivato alla guida del Governo nel 2006. Non credo che il tizio decrepito ringrazierà. Si fregherà le mani, questo è certo, ma non ringrazierà. Anche perché, se ho sentito bene una notizia data dal GR3 delle 13:45 di oggi, il tizio decrepito non intenderebbe dir nulla sulla vicenda del Monte Paschi perché nutrirebbe un particolare affetto per la banca senese. Immagino che, se vera la notizia e se la ricordo bene, si tratterebbe di un sentimento condiviso dalle ospiti delle cene eleganti, le quali sembra venissero pagate con i fondi personali del tizio decrepito presso una filiale dell’area milanese di MPS, gestiti dal suo uomo di fiducia (http://www.corriere.it/politica/11_marzo_19/altri-bonifici-auto-regalo-dal-premier-15-guastella-ferrarella_19d92d7c-51fd-11e0-a034-1db210fa1eaf.shtml).
In realtà lascia parlare i suoi lacchè e Bersani, tranquillo perché lavorano per lo stesso risultato.
Lasciamo perdere e parliamo di Mussari e del sistema bancario.
Avvocato di nemmeno quarant’anni (se ricordo bene era il 2001), pur non avendo particolare esperienza di banche e di finanza, fu insediato alla guida della Fondazione Monte dei Paschi, che controllava oltre il 50% della banca. Successivamente, forse perché insoddisfatto del modesto raggio d’azione consentitogli da quel ruolo, trovò modo di arrivare alla presidenza della banca, che già aveva nel proprio carniere catture sanguinarie (per il cacciatore, non per la preda) come la Banca del Salento (1999, prima dell'arrivo di Mussari), e dopo aver atteso il momento ideale, decise l’acquisto di Antonveneta dal Santander del quale vi ho già parlato e del quale trovate comunque molti resoconti nei quotidiani di questi giorni.
Sembra abbastanza evidente che Mussari non sarebbe stato all’altezza del compito, ma di questo si occuperanno la Magistratura e la storia, anzi la Storia. Io, però, qualcosa mi sento già di dire.
Il Mussari che si è dimesso due giorni fa dalla presidenza dell’Associazione Bancaria Italiana è esattamente lo stesso che aveva assunto l’incarico nel 2010 e che era stato confermato nel giugno dello scorso anno. Non sembrerebbe aver fatto gran che di nocivo tra il 2010 e l’altro ieri. Le sue presunte colpe (i comportamenti per i quali sarebbe oggetto di indagine e che lo avrebbero spinto alle dimissioni per evitare di danneggiare le istituzioni che rappresentava) risalirebbero in gran parte ad anni precedenti. Questo per pormi e porvi alcune domande. Mussari è diventato inadeguato a presiedere l’ABI il 22 Gennaio 2013 o lo era già nel 2010 e nel 2012? I suoi scrupoli morali, a quanto pare emersi improvvisamente due giorni fa, erano in vacanza nel 2010 e nel 2012? Ultima, e secondo me assai più grave, visto che mi sono già dato risposta alle due precedenti: è venuto a mancare qualche cosa in questo paese se una persona, che sembrerebbe avere sulla coscienza qualche bel macigno, ha ritenuto di continuare imperterrito la sua scalata al potere?
Anche a questa domanda io mi sono già dato una risposta. Voi trovate la vostra.

martedì 5 giugno 2012

La strada per Siena non è così breve


Cominciamo con un intervento di Helmut Schmidt, a lungo Cancelliere tedesco prima della riunificazione, sul Sole 24 Ore di oggi (http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2012-06-04/basta-tatticismi-partito-berlino-224534.shtml?uuid=Ab9GoRnF).
Buona stampa. Nel senso che il 24 Ore ha fatto bene a pubblicarlo, ma non si tratta, in realtà, di un articolo di giornale, quanto piuttosto di una lezione di saggezza, di lungimiranza, di intelligenza politica e anche di un prezioso sunto di alcuni passaggi cruciali della storia europea successiva alla Seconda guerra mondiale. Sfortunatamente, nella posizione occupata nel dopoguerra da personaggi come Adenauer, Brandt, Schmidt, Kohl, oggi ci ritroviamo Angela Merkel. E non aggiungo altro.
Come secondo argomento affrontiamo un tema anticipato nelle scorse settimane.
Avevo, infatti, detto che, presto o tardi, avrei imboccato la strada per Siena. Il percorso, però, non sarà né breve né semplice, sarà, anzi, piuttosto tortuoso, me ne scuso fin da ora.
Facciamo un salto indietro partendo da un fatto recente, ovvero dalla sentenza di appello sul tentativo di scalata a BNL da parte di Unipol, dalla quale sono risultate ridimensionate le responsabilità di Antonio Fazio, allora Governatore della Banca d’Italia, che in secondo grado è stato assolto, mentre era stato condannato in primo grado.
Massimo Mucchetti, il quale queste cose le mastica benissimo, ha scritto un commento che condivido in larga parte, ma non completamente (http://archiviostorico.corriere.it/2012/giugno/03/Scalata_alla_Bnl_Una_storia_co_9_120603054.shtml).
Buona stampa. Ma c’è un ma. Anche Massimo Mucchetti, nella sua rapida rivisitazione dei fatti, trascura un dettaglio che, a mio parere, andrebbe invece attentamente considerato.
E’ vero che il tentativo di scalata da parte di Unipol arrivò dopo quello fallito di BBVA, la seconda maggiore banca spagnola. E sono giuste le valutazioni riguardo alla debolezza sia di BBVA che di ABNAmro, però queste sono valutazioni corrette con il senno di poi, ossia nel 2012, mentre stiamo parlando di fatti che risalgono a due anni prima dell’inizio della crisi finanziaria causata dai mutui subprime americani. Allora sia la banca spagnola che quella olandese godevano di buona salute e nessuno metteva in dubbio la qualità dei loro attivi, nei quali, effettivamente, avevano spazio i cosiddetti titoli spazzatura che, però, nel 2005 nessuno considerava ancora tali (e che, purtroppo, continuano a pesare anche oggi nei bilanci bancari). Quindi Mucchetti ha gioco facile a sostenere adesso che ABNAmro e BBVA non erano il paradigma della solidità bancaria, ma, per l’appunto, lo dice oggi, nel 2005 non ne parlava neppure lui.
Non è, tuttavia, questo il punto su cui voglio concentrare la mia e, se possibile, anche la vostra attenzione. Mucchetti, ma anche i pubblici ministeri e i giudici, trascurano un evento che, se considerato, forse indurrebbe a cogliere come Antonio Fazio, in realtà, già da molto tempo avesse un piano ben preciso.
Tutti, infatti, sembrano scordarsi che alcune settimane prima del lancio dell’OPS da parte di BBVA, il Banco Popolare di VR e NO aveva manifestato il proprio interesse ad acquisire BNL e aveva formulato un’offerta agli azionisti del cosiddetto “contropatto”, ossia Caltagirone, Statuto, Coppola, Ricucci e altri, che si contrapponevano al “patto” che controllava BNL, formato da BBVA, Generali e Della Valle.
L’offerta di Popolare VR e NO era stata considerata inadeguata, ma io sono convinto che la risposta negativa sia stata determinata non già dal valore dell’offerta, quanto piuttosto dalla necessità che BNL non entrasse a far parte della galassia delle banche popolari, perché questo, in previsione del passaggio di Antonveneta alla Popolare di Lodi, comportava un’alterazione troppo forte degli equilibri del sistema sotto il profilo della natura proprietaria.
In altre parole, si sarebbe avuta una crescita eccessiva del ruolo delle banche popolari, a scapito di quelle cosiddette ordinarie, un evento che contrastava con il principio, allora difeso ancora da Banca d’Italia, di conservare, per quanto possibile, la suddivisione del mercato per tipologie di aziende di credito.
La mia natura sospettosa, quindi, mi spinge a ipotizzare che, avendo Fazio già deciso che Antonveneta fosse acquisita dalla Popolare di Lodi, e quindi tornasse nell’ambito delle popolari da cui era uscita con la quotazione in borsa, avesse deciso di impedire che BNL finisse al Banco Popolare.
Il disegno di Fazio, come sappiamo, non è andato a buon fine. BNL non è finita né nelle mani di Banco Popolare, né in quelle di BBVA, né in quelle di Unipol, ma è stata acquistata da BNP Paribas e fa tuttora parte del gruppo francese. Antonveneta fu acquistata da ABNAmro che poi, a sua volta, fu acquisita, con un’operazione piuttosto complessa, da Royal Bank of Scotland, Fortis e Santander, che si divisero la banca olandese in funzione dei loro specifici interessi.
La scalata ad ABNAmro nasceva sotto il cielo di Scozia, non sotto quello di Madrid (Santander) né sotto quello del Benelux (Fortis). L’idea era di Royal Bank of Scotland, ansiosa di mettere i bastoni fra le ruote di Barclays, sua importante concorrente non solo nel Regno Unito, ma un po’ in tutto il mondo, che stava procedendo a una fusione consensuale con ABNAmro. Mettendosi di traverso, Royal Bank of Scotland, Fortis e Santander hanno fatto fallire questo progetto di fusione e si sono spartite le spoglie di ABNAmro. E le prime due hanno anche iniziato a scavarsi la fossa.
Questo accadeva nell’ottobre del 2007, quando già si coglievano i primi segnali della crisi finanziaria innescatasi negli Stati Uniti. Crisi che fece emergere i gravi problemi di solidità di Royal Bank of Scotland e Fortis. Mentre Santander non arrivò al punto di entrare in sofferenza perché… perché aveva un santo in paradiso. O meglio, aveva un Mussari alla presidenza di Monte dei Paschi.
E questo è il nostro primo passo sulla strada per Siena. In realtà, di strada verso la sede del Monte Paschi, per ora, non ne abbiamo fatta molta, ma ci arriveremo. Con calma e in maniera non lineare.

lunedì 20 febbraio 2012

Questo è il giornalismo che mi piace


Mi pare di aver già rivelato quanto mi piaccia il modo di scrivere dei giornalisti anglosassoni. Sul Financial Times ho scovato un magnifico articolo che ricostruisce la vicenda recente del Monte dei Paschi di Siena e il rapporto tra la banca, la fondazione e la città. Per chi, come me, coltiva un certo interesse per questi temi, non ci sono novità, ma si tratta di una sintesi preziosa, un utile ripasso che si legge con straordinario piacere. Brava Rachel Sanderson!
Buona stampa.