Giornata politica piuttosto convulsa. Mi guardo bene dal
proporre interpretazioni, convinto di non essere neppure lontanamente in grado
di capire quello che succederà non già nei prossimi giorni, ma neppure nel
prossimo quarto d’ora.
Non parlerò del tizio decrepito, convinto che, presto o
tardi, sarà la Storia a fare Giustizia (quella vera, per l’appunto con la
maiuscola), con buona pace dei Pubblici Ministeri e dei Giudici, di Zanda e
della Bindi, della Santalacchè e di tutto il suo silicone.
Parlerò del tale che, per dedicarsi alla politica italiana,
sostiene di aver rinunciato al Premio Nobel per l’Economia. Che uomo! Oggi,
pochi minuti prima che il tizio decrepito pronunciasse il suo “discorso” al
Senato, il povero Brunetta, molto compito, senza neanche sventolare le manine,
spiegava che il Partito dei Lacchè aveva deciso “all’unanimità” di votare la
sfiducia al Governo presieduto da Letta. A quanto pare non si era accorto che
il tizio decrepito aveva votato contro.
Magari sbaglio, ma temo che il Premio Nobel si stia
allontanando da lui a grandi passi, ammesso che siano mai andati nella medesima
direzione…
Santanché: "Offro la mia testa".Pur di evitare la scissione interna Daniela
Santanché, consigliera privilegiata del Cavaliere, a un certo punto annuncia:
"Mi risulta che il segretario Alfano ha chiesto la mia testa come
condizione per mantenere l'unità del Pdl-Forza Italia - scrive in una nota -
Detto che ciò dimostra la strumentalità della protesta in corso da parte dei
nostri ministri dimissionari, non voglio offrire alibi a manovre oscure e
pericolose. Pertanto la mia testa la offro spontaneamente al segretario Alfano,
su un vassoio d'argento, perchè l'unica cosa che mi interessa per il bene dei
nostri elettori e dell'Italia è che su quel vassoio non ci finisca quella del
presidente Berlusconi". Parole che, semmai ne avessimo bisogno, dimostrano che Santalacchè, pardon
Santanchè, non ha certo offerto la sua parte più pregiata.
Mi rassicura scoprire che i lacchè sono tornati baldamente
in servizio già a pochi giorni dal voto. Che i magistrati si siano dati da fare
proprio in queste ore, francamente, anche a me puzza un po’, ma questo non mi
spinge certo a considerare adeguate le reazioni dello stuolo dei camerieri.
Scelgo Il Giornale per la cronaca delle reazioni del Pdl alla nuova indagine
sul tizio decrepito: http://www.ilgiornale.it/news/interni/berlusconi-indagato-alfano-piazza-democrazia-890916.html.
Altrove ho letto che anche la Gelmini ha usato la parola
“riconferma”, qui attribuita alla Santalacchè. Guarda caso, entrambe usano un
termine (immagino pensato dai maggiordomi e trasmesso ai livelli inferiori)
che, tra l’altro, non si presta molto a rappresentare la realtà. A che cosa sarebbe
stato riconfermato il tizio decrepito? Alla loro guida? O la riconferma si
riferisce alla percentuale di voti, indubbiamente alta rispetto ai sondaggi,
per quel che valgono, ma inferiore di molto a quella della tornata elettorale
precedente?
Niente di cui stupirsi. Come dice Galli della Loggia, si
tratta di camerieri. O, come dico io, si tratta di lacchè. Purtroppo li
paghiamo noi, ma servono lui.
E veniamo al genio di una sconfitta elettorale che passerà
alla storia: Pierluigi Bersani. Tanto il tizio decrepito partiva dal basso
quanto lo smacchiatore fuori servizio partiva dall’alto. Eppure lui è riuscito,
caparbiamente, prendendo una dopo l’altra le decisioni peggiori, a portare alla
disfatta il partito che sembrava destinato a travolgere ogni resistenza e a
governare senza compromessi con nessuno.
Lui e la fida cerchia dei difensori del passato,
conservatori disposti alla morte pur di opporsi a qualsiasi cambiamento che
desse un minimo di speranza ai giovani, alle imprese, a chi immagina un’Italia
in cui prevalga il valore della persona rispetto a quello dei ruoli codificati
e dei posti tutelati da un sindacato, ruoli e posti non di rado affidati a
gente che non li merita affatto e che, tuttavia, viene difesa a spada tratta
contro gli interessi della collettività.
Lui e lo Stalinuccio di Gallipoli, subito pronto a far commercio
di cariche per provare a salvare la faccia di una burocrazia di partito che,
esagero, ma non poi tanto, somiglia assai a quella di Pyongyang. Lo Stalinuccio
di Gallipoli, quello dei “Capitani coraggiosi” di Telecom nonché sponsor di
quell’altro cui premeva sapere se aveva una banca… Evidentemente, gli brucia un
po’ non aver più un seggio in Parlamento e (io me lo auguro di cuore!) non tornare
alla Farnesina. Tutto per aver dato sostegno a Bersani, ma tu guarda che
disastro!
Già, Bersani, che, sdegnato, liquida come una battuta la
richiesta di guidare il governo formulata da Grillo, che pure ha portato in
Parlamento un numero di deputati e senatori non così diverso da quello del Pd.
Io certo non amo Grillo e il suo movimento, ma a questo
punto, tignoso come sono, sosterrò la richiesta dello psiconano+barba-Mediaset.
Ha ragione lui: ha altrettanto diritto di Bersani di chiedere la guida del
paese. Che questo, poi, significhi un futuro migliore, beh, non riesco ancora a
crederlo.
Lo scoramento di lunedì sera non mi ha abbandonato. Fatico
ancora a credere che la maggioranza degli italiani si sia fatta abbindolare
da due parolai, per quanto abili, ossia Grillo e il tizio decrepito.
Naturalmente rispetto la decisione di chi ha votato M5S e Pdl, ci mancherebbe!
Eppure avrei preferito una più alta percentuale di
astensione che avrebbe da un lato testimoniato comunque l’insofferenza e la
rabbia (più che legittime) verso la classe politica e dall’altro avrebbe
dimostrato la capacità di sottrarsi alle lusinghe di un uomo che, in diciannove
anni, ha mantenuto quasi esclusivamente le promesse fatte a se stesso e ha
realizzato quasi esclusivamente misure che avevano poco a che fare con gli
interessi degli italiani.
Due parolai che, guarda caso, hanno scarsa simpatia per il
confronto con interlocutori non ammaestrati, che si sottraggono al dibattito
pubblico, che concepiscono la comunicazione come un processo che si svolge
soltanto in una direzione, ossia da loro a chi li ascolta. Non è questo il
genere di leader che mi piace.
Concentrandoci sul tizio decrepito, vorrei sapere quanti di
quelli che l’hanno votato sanno chi entrerà in parlamento con la casacca del
Pdl. Mi piacerebbe sapere quanti, per esempio, sono felici di vedere che il già
celeste, ora nero come la pece per le varie indagini di cui è oggetto, avrà un
seggio al Senato, un privilegio che in nessun paese al mondo sarebbe concesso a
qualcuno nell’attuale situazione giudiziaria di Formigoni. Alla Camera entrerà
Daniela Santanchè, colei che ha, come Giannino, mentito sui propri titoli di
studio. Giannino, giustamente, è stato sbeffeggiato duramente dal tizio
decrepito, che ne ha anche chiesto le dimissioni da non si sa cosa. La
Santalacchè, invece, se la porta a Montecitorio, si vede che non può proprio
farne a meno. E mi fermo qui, anche se ci sono numerosi parlamentari del Pdl
che meriterebbero considerazione… E anche negli altri partiti.
Certo, resta la soddisfazione di vedere che Fini non ha
trovato neppure uno sgabello. Non facciamoci illusioni, però: sarò sospettoso e
pessimista, ma temo che subiremo (e sosterremo economicamente) ancora a lungo
l’onere della sua nascita in territorio italiano. E, quel che è peggio, temo
che lui non avrà il pudore di starsene fuori dai piedi. Tornerà ad agitare il
suo ditino come un professore e a dispensare la sua presunta saggezza, anziché
andare a vivere a casa di suo cognato e a farsi mantenere da lui (con quanto risparmiato con qualche buon colpo nel mercato immobiliare può farlo).
Lasciamo stare, perché pensare alla mediocrità della classe
politica italiana degli ultimi vent’anni fa molto male a voi tre, ma anche a
me.
Vediamo, invece, due articoli che mi sembrano meritare
attenzione. Entrambi tratti dal Corriere di oggi. Il primo è l’editoriale di
Galli della Loggia, di cui condivido ampiamente la prima parte, ma non riesco a
seguirlo nel pur timido segno di ottimismo riguardo alla possibilità che Grillo
possa cambiare davvero la qualità della politica italiana. Proprio Galli della
Loggia ha più volte rilevato, così come Panebianco e altri su altri giornali,
che è la qualità della classe dirigente italiana a essere del tutto inadeguata.
E che esistono tutta una serie di interessi che legano politica, burocrazia
pubblica, organizzazioni sindacali e imprenditoriali, imprese a capitale
pubblico e privato, interessi che frenano qualsiasi tentativo di rinnovare
l’Italia. Non vedo come Grillo, con il suo modo di procedere, possa riuscire a cambiare davvero questo stato
di cose. La realtà, purtroppo, è diversa da come ci piacerebbe che fosse o ci
fa comodo rappresentarla. E l'esperienza di Parma, che mi pare positiva, è esemplare di quanto la pratica spesso si ponga assai lontano dalla teoria.
Buona stampa. Reichlin ci ricorda che la durezza con cui
l’Europa ci ha imposto e c’impone una politica di bilancio rigorosa trae
origine dalla nostra incapacità di accreditarci come interlocutori affidabili dei
principali partner europei. E come tale incapacità nasca proprio da quel
groviglio d’interessi che ha influenzato e tuttora influenza negativamente il
governo del nostro paese. Tanti interessi che sono espressione di altrettanti
egoismi, quei sentimenti che (chiudo tornando allo scoramento di cui parlavo
all’inizio) sono all’origine del voto di larga parte degli italiani. In modo e
in misura assai diversi, e questo significa che ho di loro un’opinione molto
diversa, Grillo e il tizio decrepito hanno conquistato tanti voti andando a
sollecitare proprio quegli egoismi. E tanti italiani, direi troppi, non hanno
resistito a quelle sirene. La classe politica cambierà solo se cambieremo prima
noi.
Buona notte e buona fortuna. Ci sta, eccome se ci sta.
Pur non avendone mai parlato, nutrivo interesse per
il progetto politico di Oscar Giannino, tradottosi nel partito Fare per Fermare
il declino. Lo vedevo (e qualcuno tra i miei tre lettori lo sa) come un
movimento che, senza derivare nel populismo e nel paradossale annientamento nel
leader di quello di Grillo, proponeva un rinnovamento significativo del nostro
paese e si era tenuto lontano dagli schieramenti politici tradizionali
(incluso quello che fa riferimento al Presidente del Consiglio Monti, nel quale,
malauguratamente, abbondano i residuati rugginosi della Prima e della Seconda
Repubblica).
Tra ieri e oggi, si è scoperto che Giannino avrebbe “taroccato”
il proprio curriculum, inserendo titoli che non avrebbe conseguito, in
particolare un Master ottenuto presso TheUniversity of Chicago Booth School of
Business, nella quale, tra l’altro, insegna Luigi Zingales, che è stato
uno degli animatori di Fare per Fermare il declino e che, proprio per questo, ha
rivelato la vicenda del curriculum menzognero e ha preso le distanze da Giannino
(ma, a quanto pare, non dal movimento).
La prima riguarda Fare per fermare il declino. Oscar Giannino,
infatti, è il capolista in molte circoscrizioni elettorali del paese (http://www.fermareildeclino.it/sites/default/files/users/fabio.lazzari/camera.pdf).
Qualsiasi cosa decida di fare la Direzione del partito, difficilmente si potrà
“cancellare” Giannino dalla competizione, visto che le liste sono state
presentate da tempo. Al massimo, il giornalista potrà pubblicamente assumersi
l’impegno, nel caso in cui fosse eletto in una o più circoscrizioni, a rinunciare al mandato parlamentare. E sarebbe una toppa decente a una vicenda
della quale, sinceramente, credo il paese avrebbe fatto volentieri a meno.
Per una volta, spero mi perdonerete, manco all’impegno di
non ricorrere al turpiloquio, ma qui c’è soltanto una parola che spiega la
situazione: sputtanamento. Giannino ha dato un contributo fondamentale allo
sputtanamento del paese, inserendosi alla grande nella scia dei tanti che, da
anni, lavorano per far apparire l’Italia assai peggiore di quanto non sia.
Certo, il povero Giannino ha colpe molto inferiori a quelle di altri.
Pensiamo soltanto al tizio decrepito…
“…Silvio Berlusconi,
per esempio, prima ha provato con l'umorismo – «Giannino doveva essere in
coalizione con noi ma quando l'abbiamo fatta era a Chicago a prendere un
master» – poi ha chiesto le sue dimissioni «come accadrebbe in un paese come la
Germania dove un ministro ha lasciato per una tesi copiata».
Cronaca. Alla quale, diversamente dal solito, aggiungo un
voto: così e così. La motivazione la trovate più avanti.
Con le parole che ho riportato, il tizio decrepito supera
anche se stesso nella faccia tosta e nell’assurdo (lui e Formigoni devono
partecipare a qualche forma di competizione segreta…). A parte il fatto che non capisco
da cosa Giannino dovrebbe dimettersi, visto che non ha incarichi pubblici,
ricordo che nell’ultimo governo presieduto dal tizio decrepito sedeva un
sottosegretario che aveva fatto esattamente come Giannino,
ossia aveva manomesso il proprio curriculum e accampato titoli non conseguiti.
Parliamo di Daniela Santanchè (http://archiviostorico.corriere.it/2011/marzo/24/Ecco_corso_della_Santanche_alla_co_9_110324017.shtml
e
Niente di cui stupirsi, intendiamoci, in molte persone
anziane si riscontrano problemi di memoria, non necessariamente strumentali. Mi
pare di aver già parlato del diradarsi dei neuroni e del loro interfacciarsi in
maniera imperfetta… Credo sia questa la ragione per cui il tizio decrepito,
oltre a dimenticare il caso della sua sottosegretaria Santalacchè… ooops,
Santanchè, ha dimenticato anche che la Germania è il nostro nemico acerrimo, da
cui nulla viene di buono, men che meno esempi in tema di correttezza
istituzionale o moralità.
Della vicenda della Santalacchè (mi piace) avrebbe dovuto
ricordarsi anche la Palmerini e scriverne. Per questo le ho dato un voto non positivo.
Quanto a Giannino, ora dia un esempio maiuscolo e svanisca, per sempre e da ovunque, con i suoi completini (lui e Formigoni devono partecipare a qualche forma di competizione segreta...).
Credo siamo d’accordo sul fatto che nei maggiori partiti
italiani, ma anche in quelli meno grandi, regni una rimarchevole confusione.
Questo, se non gettasse pesanti ombre sul futuro dell’Italia, potrebbe anche
far sorridere per le assurdità prodotte giornalmente dai dissidi interni tra
esponenti anche di notevole importanza (è tutto relativo, ovviamente, e non
serve far nomi, ma, come si dice: in
terra caecorum monoculus rex. Questo abbiamo e questo, almeno sino alle
prossime elezioni, ci dobbiamo tenere).
Ammetto, sono di parte, ma mi pare che il disordine sia più
accentuato e più grave nel centrodestra, nel quale volano stracci da quel dì
(quello del famoso ”che fai, mi cacci?” detto dal parente degli immobiliaristi
monegaschi).
Ammetto, inoltre, di essere ancor più di parte nel sostenere
che tale stato di cose è dovuto soprattutto al modo di agire di Berlusconi, da
sempre preoccupato da vicende che, con l’interesse nazionale e collettivo,
avevano e hanno poco a che fare. Non mi addentro su questo tema: è una mia
personale opinione. Osservo, e su questo credo che difficilmente posso essere
contraddetto, che per Berlusconi l’apparenza conta più di qualsiasi altra cosa.
Lo dice, sia pure nel suo modo piuttosto obliquo e in un articolo
particolarmente contorto, persino Giuliano Ferrara su Il Giornale (di
famiglia): http://www.ilgiornale.it/news/interni/quei-saggi-anziani-pronti-farsi-parte-848847.html.
Stampa così e così. Se si vuol forzare la realtà per farla
aderire alle proprie convinzioni, inevitabilmente, si finisce incartati anche
quando si è intelligenti e colti (molto intelligenti e molto colti) come
Ferrara.
Che anche dalla parte del Pd debbano arieggiare le stanze non si discute e, purtroppo, con il passare dei giorni a sinistra vengono fuori
le contraddizioni di un partito che non ha saputo liberarsi di troppi fantasmi
del passato e di troppi signori che hanno di sé un’opinione assai alta. Troppo alta.
Torniamo al Pdl il cui futuro sembra non affidato alle mani
di Alfano quanto piuttosto al team di cervelli che Berlusconi ha chiamato
attorno a sé per decidere come muoversi. Un team che, a quanto pare, è composto
prevalentemente di donne, tutte note per i loro eccellenti curriculum di studio
(anche se non sempre attendibili) e le cattedre conquistate nei migliori atenei
del mondo.
Il Corriere della Sera dedica un occhio di riguardo al
difficile processo di rinnovamento in atto nel centrodestra e a questo
susseguirsi di brain storming al più
alto livello intellettuale e culturale planetario. A farlo è, in particolare,
Fabrizio Roncone, il quale, in rapida successione, ha raccolto il meglio del
pensiero di due delle consigliere più ascoltate di Berlusconi. Merita che leggiate
entrambe le interviste: ve le propongo in ordine cronologico e anticipo che
sono a Mariarosaria Rossi e Micaela Biancofiore. Ecco il link: http://www.corriere.it/politica/12_ottobre_21/per-il-cavaliere-pdl-non-finito-bunga-bunga-diciamo-squit-squit-roncone_3a3d717c-1b4b-11e2-9e30-c7f8ca4c8ace.shtml
e
Buona stampa. Roncone, quando non ha di fronte la Santanchè,
si ricorda chi è. Le due intervistate, invece, forse dovrebbero parlarsi, di
tanto in tanto… Un’osservazione personale sulla Biancofiore. Mi è capitato di
vederla qualche giorno fa a Otto e mezzo: aveva appoggiato sul tavolo un tablet. E mi sono chiesto a che accidente
(avrei voluto scrivere ben altro!) le servisse: la sola risposta che sono riuscito
a darmi è che, nella nostra epoca tecnologica, i pupari non si servono dei
fili, ma di internet…
Torniamo a bomba: chiunque vinca nel centrosinistra avrà
vita facile se Berlusconi si affida a consigliere di simile caratura. Il che,
però, non vorrà dire che gli italiani voteranno per Renzi o Bersani o, quasi peggio
che peggio, per Vendola… Questi signori non possono illudersi di convincere a
votarli la maggioranza imponente di elettori intenzionati, in vario modo, ad
astenersi.
Meglio che mi fermi qui, prima di arrivare a parlare di
un’ipotesi che mi rifiuto di considerare. E consoliamoci con il miglior farmaco
per lo spirito.
Joni Mitchell fa parte del nocciolo duro. Insieme a pochi
altri è una passione destinata a seguirmi per sempre. Si tratta di un’artista
eccezionale, che ha percorso con immensa curiosità e straordinario amore la
musica degli ultimi, fatico a scriverlo, cinquant’anni.
Stasera sono in vena di esagerare e di ripetere il giochino
delle molteplici versioni. Il brano è River,
tratto dall’album Blue, quello in cui
comincia il graduale avvicinamento alla musica jazz, un processo che, a mio
modesto parere, ha permesso a Joni Mitchell di esprimere interamente il suo
valore.
Ve ne propongo tre versioni.
Cominciamo con l’originale di Joni.
Segue poi quella tratta dal disco che Herbie Hancock le ha
dedicato (e che s’intitola come la canzone: River:
the Joni Letters) cantata da Corinne Bailey Rae e con il sax di Wayne
Shorter.
Per finire quella di Madeleine Peyroux e k.d. lang.
Penso che mi sarete più grati per questa splendida musica che per le righe,
forse troppe, che precedono…
Buona stampa. Anche se si tratta di cronaca e persino un po’
spiccia. Commento: credo sia arrivato il tempo di proporre leggi
d’iniziativa popolare che facciano piazza pulita di quelle norme e di quei
regolamenti degli enti locali o del Parlamento con i quali a gente come
Fiorito, dopo che ha sperperato denaro dei cittadini quando avrebbe dovuto
servirli, viene consentito di continuare a vivere alle nostre spalle. E queste leggi non dovranno fare la fine delle altre manifestazioni di volontà
popolare che questa ignobile classe politica ha tranquillamente ignorato se
non, addirittura, stravolto.
Passiamo oltre, almeno in parte.
Aggiornamento sull’intervista alla Santanchè di cui vi avevo
parlato lunedì. Non è ancora disponibile on line e, a questo punto, ho seri
dubbi che lo sarà in futuro. Mi lascia perplesso questo fatto, molto
perplesso. Non capisco perché certi articoli non trovino mai la strada
dell’archivio del Corriere su internet. A una persona sospettosa potrebbe anche
venire il dubbio che non siano pubblicati deliberatamente, così da evitare che
possano essere letti da chi non ha comperato il quotidiano e che ne resti traccia più durevole di quella su carta. E io, non è una novità, sono una persona sospettosa e lo sono tanto più quando la mancata pubblicazione si riferisce ad articoli di cui, forse, al Corriere un po’ si vergognano.
A tale riguardo, avevo mandato una mail a Fabrizio Roncone,
direi abbastanza garbata, ma non ho avuto risposta.
Ecco il testo (non mi pare di essere stato scortese, magari
pungente sì, ma non polemico né offensivo):
Buonasera Dottor Roncone, la leggo
regolarmente e in generale apprezzo la buona marcatura dell'intervistato e
l'ironia. Oggi, però, come già lo scorso 11 Maggio in occasione di una sua
precedente intervista a Daniela Santanchè, sono rimasto sconcertato dal suo
atteggiamento, assai diverso dal consueto. Capisco che contraddire Santanchè
sia piuttosto pericoloso, ma da lei, caro Roncone, ci si aspetta un po' di
virile coraggio...
Cordiali saluti
Roberto Frigo
La mancata pubblicazione on line, per esempio, si verifica con un
articolo di Francesco Verderami pubblicato oggi, sempre sul Corriere, di cui vi
volevo parlare. Non potendo farvelo leggere, mi sembra scorretto non soltanto
darne un giudizio, ma anche fare qualche riflessione sul contenuto. Questo
fatto m’irrita parecchio, perché avevo ragionato sul pezzo di Verderami e su
altri che parlavano del medesimo argomento e m’intrigava metterli a confronto.
Pazienza. Spero di poterci tornare sopra nei prossimi
giorni, il tema è di quelli che non perdono attualità.
Finiamo con un po’ di musica.
Vi ho già proposto molti mesi fa un brano di Keith Jarrett,
ma il pianista americano, che è uno dei miei musicisti preferiti, merita che vi
suggerisca molti ascolti e, in realtà, è anche difficile scegliere un pezzo,
tant’è voluminosa la sua produzione. Stavo quasi per farmi aiutare da una
moneta…
Ho pensato a un suo album piuttosto recente, registrato con
un altro leggendario strumentista jazz, il bassista Charlie Haden, che ha alle
sue spalle collaborazioni con quasi tutti i maggiori jazzisti degli ultimi
decenni (ha partecipato, per esempio, alla registrazione di Free Jazz, il difficile, ma fondamentale
album di Ornette Coleman, vera pietra miliare nella storia di questa musica
incredibilmente varia e ricca). Bene, nel 2007 Jarrett e Haden
hanno registrato un album intitolato Jasmine. Ecco il brano che apre il CD, For all we know, di una bellezza struggente, lungo quasi dieci minuti, ma vi conviene trovare il tempo per ascoltarlo tutto. Le dita di Keith Jarrett... quanta emozione e quanta meraviglia sanno regalarci ogni volta.
Alle volte mi capita, leggendo un quotidiano, di aver la
sensazione che qualche personaggio ne venga fuori con particolare impeto. Oggi
accade per il Corriere della Sera, da cui emergono con vigore due personaggi
femminili che parlano, in maniera diversa, delle vicende politiche degli ultimi
giorni.
La prima è Susanna Tamaro. Come scrittrice non la conosco,
ho provato a leggere un paio dei suoi libri e mi sono arenato quasi subito e in
maniera definitiva, il che non vuol dire che non sia brava, ma semplicemente
che a me non piacevano stile e temi. Non è un giudizio di valore, ma una
semplice osservazione per dire che, se anche nutrissi dei pregiudizi nei suoi
confronti, sarebbero negativi e, nel leggere un suo articolo, potrei essere
portato a criticarlo. Non è così: il pezzo odierno di Tamaro è scritto bene, è
un ottimo pezzo per stile e per contenuti e interpreta molto correttamente lo
stato d’animo di noi semplici cittadini, costretti ad assistere al progressivo
disfacimento delle istituzioni, sommerse dalla melma dei tanti che hanno scelto
la politica come mezzo per arricchire, molto e molto rapidamente.
Buona stampa. Che, per contrasto, mi sembra mettere ancor
più in cattiva luce il secondo personaggio femminile. Il personaggio in
questione si chiama Daniela Santanchè. Intervistata da Fabrizio Roncone, è
riuscita a mettere in fila una serie di considerazioni che dimostrano, una volta di più, che da questa classe politica non verrà nulla di buono perché sa pensare solo alla conquista del potere, non alla sua gestione per il bene del Paese. Parole che fanno accapponare la pelle per l'assenza di qualsiasi attenzione all'attuale realtà italiana. Chiacchiere vuote, più che mai paradossali in un'epoca come quella che stiamo vivendo.
Purtroppo, per il momento, dovete credermi sulla parola, perché il pezzo
non è disponibile nell’edizione on line. Mi auguro caldamente che lo sia già nelle
prossime ore perché merita di essere letto e perché m’infastidisce parecchio esprimere un parere che voi non potete valutare in modo immediato. Aggiungo che
Roncone, solitamente piuttosto ironico e pronto nel mettere in rilievo
contraddizioni o affermazioni poco fondate, ha deciso di non sfoderare
le sue armi, assumendo un atteggiamento che, francamente, mi ha deluso.
Stampa così e così. E appena sarà disponibile ve ne darò
notizia in maniera adeguata. Se poi vi capita in mano il Corriere di carta,
allora andate a pagina 2 in basso, l’intervista inizia lì e si chiude a pagina
3.
Finiamo con due pezzi. Uno del Corriere e uno del Sole 24 Ore, che recupero al volo prima che diventi troppo vecchio. Naturalmente scherzo: le considerazioni intelligenti e le opinioni ben argomentate non hanno data di scadenza.
L’editoriale del Corriere di oggi è firmato da Panebianco, il
quale riprende un tema già affrontato in passato, ma, purtroppo, ancora molto
attuale, ossia i meccanismi del processo di formazione delle leggi che, per
colpevole ignoranza o trascuratezza dei politici, viene di fatto affidato alla
burocrazia pubblica, la quale, per definizione, complica le cose semplici e,
poiché al suo interno prevale la formazione di natura giuridica, costruisce
architetture legislative inutilmente sovrabbondanti e arzigogolate. Una
condizione, purtroppo, che non è soltanto italiana: a Bruxelles non scherzano
quanto a impegno nell’intervenire in qualsiasi materia costruendo normative
astruse.
E il problema esiste anche in America, come dimostra un
articolo di Kenneth Rogoff apparso sul Sole 24 Ore qualche giorno fa. L’ho
trascurato allora perché preso dalle vicende romane. Mi sembra una buona idea
riprenderlo perché arricchisce il quadro offerto da Panebianco.
Cosa vuol dire nascere in un paese piuttosto che in un altro…
Pensate alla malasorte di Karl-Theodor zu Guttenberg (http://it.wikipedia.org/wiki/Karl-Theodor_zu_Guttenberg).
In sintesi: nato in Germania da una famiglia le cui origini si perdono nella
notte dei tempi, nel 2009 diventa Ministro della Difesa. Poi si scopre che ha
copiato parte della tesi di dottorato e, per effetto anche dell’azione della
stampa, è costretto a dimettersi. Lascia non solo la politica, ma anche il
paese e si trasferisce negli Stati Uniti, facendo perdere le sue tracce.
Fosse nato in Italia, pover’uomo…
Avrebbe potuto sostenere di aver copiato la tesi a sua
insaputa e sarebbe ancora al suo posto.
Mi piace proprio questa faccenda delle persone cui accade di
tutto a loro insaputa. Comprano una casa e gran parte del prezzo viene pagata a
loro insaputa. Si laureano in un altro paese a loro insaputa. Spariscono dai
conti del partito di cui sono i capi milioni di euro a loro insaputa. Basta,
vero? Meglio fermarsi qui. Avete senz’altro capito il concetto. E poi, in
realtà, non è di questo che volevo parlare.
Torniamo a Karl-Theodor zu Guttenberg e alle sue dimissioni.
Allora, in Germania se uno copia la tesi di dottorato viene costretto a lasciare
la vita politica e, se ha ancora un po’ di dignità, decide di andarsene
abbastanza lontano e di farsi dimenticare. Certo, questa scelta è più facile
per chi può contare sulle relazioni che derivano da una storia familiare quasi
millenaria e, presumo, su qualche euro in tasca, ma il punto è che, in patria,
uno si vede la terra bruciata attorno e capisce che, quando si guarda allo
specchio, deve provare almeno un po’ del disgusto suscitato nei suoi
concittadini.
Qui le cose vanno ben diversamente. E la colpa è anche della
stampa. Ve ne fornisco una prova. Un’ulteriore prova, visto che ne ho parlato
già in più occasioni.
Sorvoliamo, o quasi, sul contenuto politico: vero che
Santanchè ha un’idea tutta sua di come si fa il Presidente del Consiglio, ma
credo sia un’idea largamente non condivisibile (e non condivisa) e qui mi
fermo.
Verrei, invece, a come fa il suo lavoro Roncone, di cui pure
ho apprezzato il pezzo su Roma della scorsa settimana e, in passato, altre
interviste. Intendiamoci: credo sia praticamente impossibile avere un dialogo
normale con Santanchè, tuttavia Roncone non è di primo pelo e solitamente tira
fuori le unghie. Non mi sembra che lo abbia fatto in questa occasione. Come si
può permettere all’intervistato di sfuggire al peso delle proprie affermazioni
semplicemente sostenendo che sono vecchie di un mese? E’ una grave mancanza,
soprattutto da parte di un giornalista esperto, ormai firma prestigiosa del
maggiore quotidiano italiano.
La colpa più grave, tuttavia, sta in questo (e torniamo a zu
Guttenberg): Santanchè, quando faceva parte dell’ultimo Governo Berlusconi,
aveva indicato proprio sul sito del Governo di aver conseguito un Master presso
l’Università Bocconi, titolo di studio sul quale vennero sollevati dubbi e, per
quel che parve di capire, si dimostrò che si trattava di un corso finanziato
dal Fondo Sociale Europeo come se ne organizzano, ovunque in Italia, svariate centinaia ogni anno e con caratteristiche e contenuti difficilmente paragonabili a quelli
di un vero Master (http://archiviostorico.corriere.it/2011/marzo/24/Ecco_corso_della_Santanche_alla_co_9_110324017.shtml
e
Al posto di Roncone, però, pur consapevole dei rischi che
avrei corso, mi sarei permesso di proporre a Santanchè di confrontare il suo
caso con quello di zu Guttenberg e di suggerire che, forse, candidarsi a
Presidente del Consiglio non è opportuno.
Credo che la qualità principale di Daniela Santanchè sia la
misura. E’ una donna che non alza la voce, che rifugge dal linguaggio volgare,
che usa sapientemente le dita delle mani. Insomma, ha una classe che Grace
Kelly se la sarebbe sognata…
Quando poi si passa ad analizzare il contributo al dibattito
politico italiano della gentildonna pidiellina, beh, non posso certamente
confrontarmi con i professionisti, quindi affido a Massimo Gramellini il
commento, di ieri, sulle ultime ponderate riflessioni di Santanchè (http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/hrubrica.asp?ID_blog=41).
Buona stampa.
Sul caso Morosini, troverete un’enorme mole di notizie su
tutti i giornali. Io vorrei concentrarmi sul comportamento dei vigili urbani
che hanno lasciato la loro auto parcheggiata così da impedire all’ambulanza
l’accesso allo stadio.
Penso che si tratti dell’ennesima dimostrazione di come la
carenza di senso civico sia ben diffusa anche là dove dovrebbe, invece,
concentrarsi il massimo rispetto della legge e la volontà costante di dare
l’esempio ai cittadini.
Vero che il Governo ha tanti problemi, ma credo che il
Ministro Cancellieri dovrebbe trovare qualche giorno per prendere in mano le
norme che riguardano le forze dell’ordine ed eliminare quelle che, sottraendole
senza ragione alle regole cui sono sottoposti gli italiani senza divisa,
favoriscono la diffusione dell’idea che un poliziotto o un carabiniere o un vigile
urbano sia al di sopra della legge anziché al suo servizio.
Mi piacerebbe che il Governo dei tecnici togliesse i
lucchetti dagli armadi nei quali si nasconde almeno parte della verità sul
ventennio delle stragi e del terrorismo. Ci sono troppe persone che hanno
perduto persone care o che hanno avuto la vita sconvolta, se non distrutta: per
loro, in un paese civile, i massimi organi dello Stato dovrebbero sentirsi in
dovere di fare il possibile, e anche l’impossibile, per far chiarezza su tante
vicende nelle quali hanno giocato un ruolo quanto meno oscuro anche parti dello
Stato stesso.