Buona stampa. La difesa delle cause peggiori sembra la vocazione di quei residui del passato che sono i sindacati italiani, alla guida dei quali sono personaggi ai quali non pare vero di poter confermare i miei noti dubbi sulla classe dirigente del nostro Paese.
Buona stampa. Anche se è cronaca, ma mi piace la
sottolineatura di come, anche sul fronte della sicurezza degli istituti
scolastici, Renzi abbia promesso molto e realizzato nulla. Dopo di che,
intendiamoci, non è che sia sua la responsabilità di quanto accaduto a Ostuni.
Mi piacerebbe proprio sapere chi ha gestito la ristrutturazione, vorrei che
venissero analizzati l’appalto e la modalità con cui èstata scelta l’impresa che lo ha vinto… Insomma, mi
piacerebbe che saltasse fuori un colpevole e che rispondesse del suo operato,
se inadeguato. Non è possibile che in questo Paese crollino tratti di
autostrada o soffitti di scuole appena realizzati e la colpa non sia di
nessuno. E il Presidente del Consiglio la piantasse di twittare e si desse da
fare per cambiare sul serio le cose.
Buona stampa. E’ la dimostrazione, ancora una volta, di come
un uomo intelligente non abbia bisogno di tante parole per spiegare il proprio
pensiero. E di come anche gli umani diversamente intelligenti (avete capito
perfettamente cosa intendo dire) abbiano bisogno di poche parole per rivelarsi
tali.
E veniamo al governo guidato da Enrico Letta, il quale
continua a mostrarsi, come tanti politici italiani e non, incapace di
rinunciare a Twitter e alla comunicazione in generale. Viene quasi da ridere nel
constatare che, dopo aver cinguettato per oltre un mese e mezzo, si sia
finalmente deciso a varare il cosiddetto “decreto del fare” il quale, a prima
vista, non sembrerebbe fare poi così tanto, salvo forse nel campo delle cause
civili.
Letta & Co. hanno scalciato dal loro cammino qualche
sassolino, ma i macigni restano lì, ben difficili da spingere sul ciglio della
strada o perché cementati da assurde promesse elettorali o perché imbullonati
da storiche alleanze per la conservazione. Ok, questo è cerchiobottismo allo
stato puro, me lo dico da solo, tuttavia non c’è dubbio che, da un lato, il
tizio decrepito ha fatto delle promesse (prevalentemente disattese) il tratto principale della sua esperienza politica e che, dall’altro, Pd e CGIL da tempo
immemorabile si sostengano l’un l’altra e che questa storica alleanza sia
sostanzialmente “conservatrice”, ossia per nulla incline a incidere su materie
quali, per esempio, mercato del lavoro e funzionamento della pubblica
amministrazione, ambiti in cui, al contrario, è indispensabile intervenire e
con determinazione.
Il “decreto del fare”, in sostanza, mi sembra soprattutto “fare” piacere al tizio decrepito e a Epifani, che, infatti, ne parlano gran bene,
probabilmente perché non tocca nessuno dei loro interessi e neppure quelli
delle loro “aree d’influenza”.
E guarda caso non piace a molti commentatori, soprattutto
quelli che insistono sulla necessità di agire rapidamente per alleggerire il
carico fiscale sul lavoro e semplificare effettivamente la vita delle imprese e
dei cittadini, sfoltendo la barbarie degli innumerevoli assurdi adempimenti,
molto spesso anche vessatori, loro imposti da una burocrazia il cui unico scopo
è giustificare la propria esistenza e procurarsi retribuzioni che non hanno
eguali in nessun paese civile.
Il “decreto del fare” è il tema del giorno, perciò non
dovete far altro che andare a cercare articoli nei siti dei quotidiani. Tra
quelli che ho letto, mi è piaciuto quello di Dario Di Vico sul Corriere (al
momento non disponibile on line): condivido l’opinione che queste misure sono
prevalentemente provvedimenti di modesto spessore, interventi fatti con il cacciavite, insomma nient'altro che aggiustatine...
Non vi ho dato collegamenti ai commenti sulle misure varate
dal governo, ma vi propongo, a proposito di retribuzioni pubbliche, alcuni
pezzi niente male, giusto per non dimenticare di cosa stiamo parlando. Sono
articoli anche datati, ma non per questo privi d’interesse, al contrario: http://www.lettera43.it/economia/macro/41011/manganelli-stipendio-da-re.htm,
Buona stampa. Sbaglio o c’è qualcosa che non quadra nel
rapporto tra lo stipendio del Presidente degli Stati Uniti (400.000,00 dollari,
ossia euro 300.684,05) e quello del Capo della Polizia di Stato italiana (ossia
oltre 621.000,00 euro)? E tra quello del capo dello staff della Casa Bianca
(172.000,00 dollari, ossia 129,294.14
euro) e quello del Segretario Generale della Camera dei Deputati (oltre
406.000,00 euro)?
Non sbaglio, non quadra nulla nelle retribuzioni dei membri
della pubblica amministrazione italiana e sarebbe il caso di metter mano alla
questione con il decespugliatore, non con le cesoie, e cancellando dal
dizionario quella locuzione intollerabile, diritto acquisito, che fa parte a
pieno titolo delle assurdità semantiche con le quali politici, sindacalisti e
burocrati hanno nel tempo legittimato la spoliazione della collettività, i
benefici immeritati e spropositati di pochi a fronte dei sacrifici sempre più
dolorosi dei molti.
Meglio finirla qui e, prima di passare alla musica, dedicare
due righe all’amico del tizio decrepito, il quale ha fatto ordine a Istambul, con
metodi non troppo diversi da quelli impiegati da coloro i quali,
spudoratamente, ha criticato e continua a criticare. Non sarà certo Assad, ma sembra
sempre più simile a un generale egiziano, solo un po’ più integralista.
Lasciamo perdere…
Ketil Bjørnstad è un pianista norvegese di cui vi ho già parlato in
occasione di un post in cui ho proposto ascolti dalla terra di confine tra
classica e jazz. Oggi ve lo ripropongo in una versione strettamente jazz (anche se il jazz dei musicisti scandinavi si può quasi considerare un genere a sé stante). Il
pezzo, Remembrance 3, è tratto dall’album
Remembrance, pubblicato da ECM
nel 2009. Accanto a Bjørnstad ci sono il sassofonista Tore Brunborg e il batterista Jon
Christensen, anche loro norvegesi.
Chiudiamo con un altro ascolto di jazz. Anche Charlie Haden è
già stato “ospite” del mio secchiello d’acqua. In realtà è uno dei musicisti
che ha trovato più spazio nel blog, come conseguenza del fatto che occupa un
ampio spazio anche nella mia personale classifica…
Land of The Sun è
un album del 2004, vincitore di un Grammy
Award nel 2005 per il jazz latino. E, in effetti, si tratta di un disco in
cui Haden si è circondato di musicisti di tradizione cubana o latinoamericana
(tra tutti cito soltanto il pianista Gonzalo Rubalcaba). Ho scelto il quarto brano, Solamente una Vez, ovviamente perché è uno dei miei preferiti, ma sono sicuro che piacerà anche a voi tre.
Due post al giorno, me ne rendo conto, sono tanti. E’ già
accaduto, ma mi sento in colpa e farò il possibile per ottenere il vostro perdono. Per fortuna, posso
sempre contare sulla musica.
Certo che, di stracci, i lacchè se ne tirano addosso
parecchi e anche piuttosto sudici. Vien da pensare con ammirazione e rimpianto
ai composti (e forse anche un po’ imbalsamati, perché no?) servitori inglesi
descritti da James Ivory…
La zattera… la zattera e le nipotine che non si trovano…
Lasciamo perdere.
Se ben ricordo, vi ho già parlato di un meraviglioso album
di Keith Jarrett e Charlie Haden, Jasmine.
Mesi fa ho suggerito l’ascolto di For All We Know. Adesso mi gioco un asso, un brano che, forse,
avevo tenuto da parte proprio per questa occasione. Il titolo dice tutto: I’m Gonna Laugh You Out of my Life.
Forza, "sghignazziamolo" fuori dalla nostra vita!
E grazie a Jarrett e Haden. Semplicemente stupendi.
Buona stampa. L’immagine di D’Alema che scherza con Bossi è
davvero, come dire?, piuttosto desolante: due vecchi malconci, tra i massimi
artefici delle disastrose condizioni in cui versa l’Italia, che non sanno
impiegare il tempo altrimenti che con ridicole pantomime. Oddio, forse sono
stupido io: se torna il peggio, D’Alema e Bossi è naturale che siano allegri,
loro ne sono una parte fondamentale. E a loro interessa, come a gran parte dei
nostri politici di ogni schieramento, soltanto restare lì e fare ancora nuovi
danni, ovviamente insieme all’altro vecchio, il tizio decrepito, il più
deleterio di tutti. Basta così.
Sophisticated Lady
è senz’altro uno dei brani più famosi di Duke Ellington (composto insieme a
Irving Mills e successivamente arricchito dal testo di Mitchell Parish), divenuto uno
standard tra i più eseguiti, interpretato da innumerevoli musicisti, tutti
affascinati dal tema e pronti a reinterpretarlo secondo la propria sensibilità.
Come di consueto, partiamo da una versione di Ellington e
della sua orchestra, anche se molto più vicina a noi rispetto all’anno di
nascita del pezzo (1932). Una versione probabilmente dei primi anni 70, con
Harry Carney al sassofono.
Passiamo a una grande voce femminile, Billie Holiday, una
straordinaria interpretazione con alcuni passaggi un po’ ruvidi, caratteristici
di questa cantante meravigliosa.
Un altro grande del passato è il pianista Art Tatum, del
quale ho trovato un filmato in cui sono riunite due versioni di anni diversi,
entrambe, mi pare, pervase dalla freschezza e dall’allegria che erano un tratto
particolare di questo eccellente solista.
Sempre un pianista, ma assai più vicino a noi nel tempo: Chick
Corea, in un concerto dal vivo a Umbria Jazz 2002, interpreta il brano in
maniera più libera, com’è ovvio da parte di uno dei protagonisti del
rinnovamento del jazz negli anni tra il 60 e 70, quello in cui la tecnologia
degli strumenti e, soprattutto, la ricerca della libertà attraverso
l’improvvisazione hanno introdotto importanti cambiamenti, in qualche caso forse
persino troppo radicali.
Poi andiamo alla versione di Charlie Haden, che al brano di
Ellington ha addirittura dedicato uno dei suoi album più recenti (2010). E’ una
versione la cui classicità è solo apparente, il temperamento innovativo di
Haden è sempre presente.
Buona stampa. Anche se si tratta di cronaca e persino un po’
spiccia. Commento: credo sia arrivato il tempo di proporre leggi
d’iniziativa popolare che facciano piazza pulita di quelle norme e di quei
regolamenti degli enti locali o del Parlamento con i quali a gente come
Fiorito, dopo che ha sperperato denaro dei cittadini quando avrebbe dovuto
servirli, viene consentito di continuare a vivere alle nostre spalle. E queste leggi non dovranno fare la fine delle altre manifestazioni di volontà
popolare che questa ignobile classe politica ha tranquillamente ignorato se
non, addirittura, stravolto.
Passiamo oltre, almeno in parte.
Aggiornamento sull’intervista alla Santanchè di cui vi avevo
parlato lunedì. Non è ancora disponibile on line e, a questo punto, ho seri
dubbi che lo sarà in futuro. Mi lascia perplesso questo fatto, molto
perplesso. Non capisco perché certi articoli non trovino mai la strada
dell’archivio del Corriere su internet. A una persona sospettosa potrebbe anche
venire il dubbio che non siano pubblicati deliberatamente, così da evitare che
possano essere letti da chi non ha comperato il quotidiano e che ne resti traccia più durevole di quella su carta. E io, non è una novità, sono una persona sospettosa e lo sono tanto più quando la mancata pubblicazione si riferisce ad articoli di cui, forse, al Corriere un po’ si vergognano.
A tale riguardo, avevo mandato una mail a Fabrizio Roncone,
direi abbastanza garbata, ma non ho avuto risposta.
Ecco il testo (non mi pare di essere stato scortese, magari
pungente sì, ma non polemico né offensivo):
Buonasera Dottor Roncone, la leggo
regolarmente e in generale apprezzo la buona marcatura dell'intervistato e
l'ironia. Oggi, però, come già lo scorso 11 Maggio in occasione di una sua
precedente intervista a Daniela Santanchè, sono rimasto sconcertato dal suo
atteggiamento, assai diverso dal consueto. Capisco che contraddire Santanchè
sia piuttosto pericoloso, ma da lei, caro Roncone, ci si aspetta un po' di
virile coraggio...
Cordiali saluti
Roberto Frigo
La mancata pubblicazione on line, per esempio, si verifica con un
articolo di Francesco Verderami pubblicato oggi, sempre sul Corriere, di cui vi
volevo parlare. Non potendo farvelo leggere, mi sembra scorretto non soltanto
darne un giudizio, ma anche fare qualche riflessione sul contenuto. Questo
fatto m’irrita parecchio, perché avevo ragionato sul pezzo di Verderami e su
altri che parlavano del medesimo argomento e m’intrigava metterli a confronto.
Pazienza. Spero di poterci tornare sopra nei prossimi
giorni, il tema è di quelli che non perdono attualità.
Finiamo con un po’ di musica.
Vi ho già proposto molti mesi fa un brano di Keith Jarrett,
ma il pianista americano, che è uno dei miei musicisti preferiti, merita che vi
suggerisca molti ascolti e, in realtà, è anche difficile scegliere un pezzo,
tant’è voluminosa la sua produzione. Stavo quasi per farmi aiutare da una
moneta…
Ho pensato a un suo album piuttosto recente, registrato con
un altro leggendario strumentista jazz, il bassista Charlie Haden, che ha alle
sue spalle collaborazioni con quasi tutti i maggiori jazzisti degli ultimi
decenni (ha partecipato, per esempio, alla registrazione di Free Jazz, il difficile, ma fondamentale
album di Ornette Coleman, vera pietra miliare nella storia di questa musica
incredibilmente varia e ricca). Bene, nel 2007 Jarrett e Haden
hanno registrato un album intitolato Jasmine. Ecco il brano che apre il CD, For all we know, di una bellezza struggente, lungo quasi dieci minuti, ma vi conviene trovare il tempo per ascoltarlo tutto. Le dita di Keith Jarrett... quanta emozione e quanta meraviglia sanno regalarci ogni volta.