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sabato 21 novembre 2015

E se servissero più teste che stivali?

Anche se ho meno tempo per leggere e per scrivere, vengo, purtroppo, catturato facilmente da articoli che preferirei non vedere. Un esempio è questo pezzo di Sergio Rizzo, dal Corriere della Sera di oggi: http://www.corriere.it/cronache/15_novembre_21/sindacato-vince-ricordi-fa-perdere-fiducia-738c9326-9029-11e5-ac55-c4604cf0fb92.shtml.
Buona stampa. La difesa delle cause peggiori sembra la vocazione di quei residui del passato che sono i sindacati italiani, alla guida dei quali sono personaggi ai quali non pare vero di poter confermare i miei noti dubbi sulla classe dirigente del nostro Paese.

lunedì 13 aprile 2015

Motto nazionale: non sono stato io.


Oggi parliamo d’Italia e d’italiani. Cominciamo con la stringente attualità: il crollo di parte di un soffitto in una scuola di Ostuni ristrutturata soltanto pochi mesi fa. Scelgo Lettera 43, soprattutto per le considerazioni che concludono il pezzo: http://www.lettera43.it/cronaca/ostuni-crolla-il-soffito-della-scuola-bambini-feriti_43675166495.htm.
Buona stampa. Anche se è cronaca, ma mi piace la sottolineatura di come, anche sul fronte della sicurezza degli istituti scolastici, Renzi abbia promesso molto e realizzato nulla. Dopo di che, intendiamoci, non è che sia sua la responsabilità di quanto accaduto a Ostuni. Mi piacerebbe proprio sapere chi ha gestito la ristrutturazione, vorrei che venissero analizzati l’appalto e la modalità con cui è  stata scelta l’impresa che lo ha vinto… Insomma, mi piacerebbe che saltasse fuori un colpevole e che rispondesse del suo operato, se inadeguato. Non è possibile che in questo Paese crollino tratti di autostrada o soffitti di scuole appena realizzati e la colpa non sia di nessuno. E il Presidente del Consiglio la piantasse di twittare e si desse da fare per cambiare sul serio le cose.

domenica 16 giugno 2013

Decreto del fare?


Buona stampa. E’ la dimostrazione, ancora una volta, di come un uomo intelligente non abbia bisogno di tante parole per spiegare il proprio pensiero. E di come anche gli umani diversamente intelligenti (avete capito perfettamente cosa intendo dire) abbiano bisogno di poche parole per rivelarsi tali.
E veniamo al governo guidato da Enrico Letta, il quale continua a mostrarsi, come tanti politici italiani e non, incapace di rinunciare a Twitter e alla comunicazione in generale. Viene quasi da ridere nel constatare che, dopo aver cinguettato per oltre un mese e mezzo, si sia finalmente deciso a varare il cosiddetto “decreto del fare” il quale, a prima vista, non sembrerebbe fare poi così tanto, salvo forse nel campo delle cause civili.
Letta & Co. hanno scalciato dal loro cammino qualche sassolino, ma i macigni restano lì, ben difficili da spingere sul ciglio della strada o perché cementati da assurde promesse elettorali o perché imbullonati da storiche alleanze per la conservazione. Ok, questo è cerchiobottismo allo stato puro, me lo dico da solo, tuttavia non c’è dubbio che, da un lato, il tizio decrepito ha fatto delle promesse (prevalentemente disattese) il tratto principale della sua esperienza politica e che, dall’altro, Pd e CGIL da tempo immemorabile si sostengano l’un l’altra e che questa storica alleanza sia sostanzialmente “conservatrice”, ossia per nulla incline a incidere su materie quali, per esempio, mercato del lavoro e funzionamento della pubblica amministrazione, ambiti in cui, al contrario, è indispensabile intervenire e con determinazione.
Il “decreto del fare”, in sostanza, mi sembra soprattutto “fare” piacere al tizio decrepito e a Epifani, che, infatti, ne parlano gran bene, probabilmente perché non tocca nessuno dei loro interessi e neppure quelli delle loro “aree d’influenza”.
E guarda caso non piace a molti commentatori, soprattutto quelli che insistono sulla necessità di agire rapidamente per alleggerire il carico fiscale sul lavoro e semplificare effettivamente la vita delle imprese e dei cittadini, sfoltendo la barbarie degli innumerevoli assurdi adempimenti, molto spesso anche vessatori, loro imposti da una burocrazia il cui unico scopo è giustificare la propria esistenza e procurarsi retribuzioni che non hanno eguali in nessun paese civile.
Il “decreto del fare” è il tema del giorno, perciò non dovete far altro che andare a cercare articoli nei siti dei quotidiani. Tra quelli che ho letto, mi è piaciuto quello di Dario Di Vico sul Corriere (al momento non disponibile on line): condivido l’opinione che queste misure sono prevalentemente provvedimenti di modesto spessore, interventi fatti con il cacciavite, insomma nient'altro che aggiustatine...
Non vi ho dato collegamenti ai commenti sulle misure varate dal governo, ma vi propongo, a proposito di retribuzioni pubbliche, alcuni pezzi niente male, giusto per non dimenticare di cosa stiamo parlando. Sono articoli anche datati, ma non per questo privi d’interesse, al contrario: http://www.lettera43.it/economia/macro/41011/manganelli-stipendio-da-re.htm,
Buona stampa. Sbaglio o c’è qualcosa che non quadra nel rapporto tra lo stipendio del Presidente degli Stati Uniti (400.000,00 dollari, ossia euro 300.684,05) e quello del Capo della Polizia di Stato italiana (ossia oltre 621.000,00 euro)? E tra quello del capo dello staff della Casa Bianca (172.000,00 dollari, ossia 129,294.14 euro) e quello del Segretario Generale della Camera dei Deputati (oltre 406.000,00 euro)?
Non sbaglio, non quadra nulla nelle retribuzioni dei membri della pubblica amministrazione italiana e sarebbe il caso di metter mano alla questione con il decespugliatore, non con le cesoie, e cancellando dal dizionario quella locuzione intollerabile, diritto acquisito, che fa parte a pieno titolo delle assurdità semantiche con le quali politici, sindacalisti e burocrati hanno nel tempo legittimato la spoliazione della collettività, i benefici immeritati e spropositati di pochi a fronte dei sacrifici sempre più dolorosi dei molti.
Meglio finirla qui e, prima di passare alla musica, dedicare due righe all’amico del tizio decrepito, il quale ha fatto ordine a Istambul, con metodi non troppo diversi da quelli impiegati da coloro i quali, spudoratamente, ha criticato e continua a criticare. Non sarà certo Assad, ma sembra sempre più simile a un generale egiziano, solo un po’ più integralista. Lasciamo perdere…
Ketil Bjørnstad è un pianista norvegese di cui vi ho già parlato in occasione di un post in cui ho proposto ascolti dalla terra di confine tra classica e jazz. Oggi ve lo ripropongo in una versione strettamente jazz (anche se il jazz dei musicisti scandinavi si può quasi considerare un genere a sé stante). Il pezzo, Remembrance 3, è tratto dall’album Remembrance, pubblicato da ECM nel 2009. Accanto a Bjørnstad ci sono il sassofonista Tore Brunborg e il batterista Jon Christensen, anche loro norvegesi.


Chiudiamo con un altro ascolto di jazz. Anche Charlie Haden è già stato “ospite” del mio secchiello d’acqua. In realtà è uno dei musicisti che ha trovato più spazio nel blog, come conseguenza del fatto che occupa un ampio spazio anche nella mia personale classifica…
Land of The Sun è un album del 2004, vincitore di un Grammy Award nel 2005 per il jazz latino. E, in effetti, si tratta di un disco in cui Haden si è circondato di musicisti di tradizione cubana o latinoamericana (tra tutti cito soltanto il pianista Gonzalo Rubalcaba). Ho scelto il quarto brano, Solamente una Vez, ovviamente perché è uno dei miei preferiti, ma sono sicuro che piacerà anche a voi tre.


lunedì 10 dicembre 2012

Uno sghignazzo


Due post al giorno, me ne rendo conto, sono tanti. E’ già accaduto, ma mi sento in colpa e farò il possibile per ottenere il vostro perdono. Per fortuna, posso sempre contare sulla musica.
Certo che, di stracci, i lacchè se ne tirano addosso parecchi e anche piuttosto sudici. Vien da pensare con ammirazione e rimpianto ai composti (e forse anche un po’ imbalsamati, perché no?) servitori inglesi descritti da James Ivory…
La zattera… la zattera e le nipotine che non si trovano… Lasciamo perdere.
Se ben ricordo, vi ho già parlato di un meraviglioso album di Keith Jarrett e Charlie Haden, Jasmine. Mesi fa ho suggerito l’ascolto di For All We Know. Adesso mi gioco un asso, un brano che, forse, avevo tenuto da parte proprio per questa occasione. Il titolo dice tutto: I’m Gonna Laugh You Out of my Life. Forza, "sghignazziamolo" fuori dalla nostra vita!
E grazie a Jarrett e Haden. Semplicemente stupendi.




sabato 8 dicembre 2012

Il peggio ritorna


Prometto: di politica scrivo poche righe. Ieri avevo deciso di dedicarmi alle opinioni della stampa internazionale e ho trascurato il Buongiorno di Gramellini, che non si concentrava solo sul ritorno (ma, a proposito, quando se n’era andato?) di Berlusconi: http://www.lastampa.it/2012/12/07/cultura/opinioni/buongiorno/quelli-che-non-si-sottraggono-Oums5Xt5CKORmsVoPJ5lAN/pagina.html.
Buona stampa. L’immagine di D’Alema che scherza con Bossi è davvero, come dire?, piuttosto desolante: due vecchi malconci, tra i massimi artefici delle disastrose condizioni in cui versa l’Italia, che non sanno impiegare il tempo altrimenti che con ridicole pantomime. Oddio, forse sono stupido io: se torna il peggio, D’Alema e Bossi è naturale che siano allegri, loro ne sono una parte fondamentale. E a loro interessa, come a gran parte dei nostri politici di ogni schieramento, soltanto restare lì e fare ancora nuovi danni, ovviamente insieme all’altro vecchio, il tizio decrepito, il più deleterio di tutti. Basta così.
Sophisticated Lady è senz’altro uno dei brani più famosi di Duke Ellington (composto insieme a Irving Mills e successivamente arricchito dal testo di Mitchell Parish), divenuto uno standard tra i più eseguiti, interpretato da innumerevoli musicisti, tutti affascinati dal tema e pronti a reinterpretarlo secondo la propria sensibilità.
Come di consueto, partiamo da una versione di Ellington e della sua orchestra, anche se molto più vicina a noi rispetto all’anno di nascita del pezzo (1932). Una versione probabilmente dei primi anni 70, con Harry Carney al sassofono.


Passiamo a una grande voce femminile, Billie Holiday, una straordinaria interpretazione con alcuni passaggi un po’ ruvidi, caratteristici di questa cantante meravigliosa.


Un altro grande del passato è il pianista Art Tatum, del quale ho trovato un filmato in cui sono riunite due versioni di anni diversi, entrambe, mi pare, pervase dalla freschezza e dall’allegria che erano un tratto particolare di questo eccellente solista.


Sempre un pianista, ma assai più vicino a noi nel tempo: Chick Corea, in un concerto dal vivo a Umbria Jazz 2002, interpreta il brano in maniera più libera, com’è ovvio da parte di uno dei protagonisti del rinnovamento del jazz negli anni tra il 60 e 70, quello in cui la tecnologia degli strumenti e, soprattutto, la ricerca della libertà attraverso l’improvvisazione hanno introdotto importanti cambiamenti, in qualche caso forse persino troppo radicali.


Poi andiamo alla versione di Charlie Haden, che al brano di Ellington ha addirittura dedicato uno dei suoi album più recenti (2010). E’ una versione la cui classicità è solo apparente, il temperamento innovativo di Haden è sempre presente.


L’ultima versione è senz’altro la più particolare, frutto dell’incontro tra due personaggi diversissimi per età ed esperienze. Toots Thielemans (http://en.wikipedia.org/wiki/Toots_Thielemans) e Jaco Pastorius (http://en.wikipedia.org/wiki/Jaco_Pastorius). Non esprimo il mio parere, vi lascio ascoltare.


mercoledì 26 settembre 2012

Chissà perché non ci sono?


Avevo detto che del caso della Regione Lazio non avrei più parlato, ma dal Corriere on line apprendo una notizia che, purtroppo, non si può trascurare: http://roma.corriere.it/roma/notizie/politica/12_settembre_26/fiorito-vitalizio-2111984253178.shtml.
Buona stampa. Anche se si tratta di cronaca e persino un po’ spiccia. Commento: credo sia arrivato il tempo di proporre leggi d’iniziativa popolare che facciano piazza pulita di quelle norme e di quei regolamenti degli enti locali o del Parlamento con i quali a gente come Fiorito, dopo che ha sperperato denaro dei cittadini quando avrebbe dovuto servirli, viene consentito di continuare a vivere alle nostre spalle. E queste leggi non dovranno fare la fine delle altre manifestazioni di volontà popolare che questa ignobile classe politica ha tranquillamente ignorato se non, addirittura, stravolto.
Passiamo oltre, almeno in parte.
Aggiornamento sull’intervista alla Santanchè di cui vi avevo parlato lunedì. Non è ancora disponibile on line e, a questo punto, ho seri dubbi che lo sarà in futuro. Mi lascia perplesso questo fatto, molto perplesso. Non capisco perché certi articoli non trovino mai la strada dell’archivio del Corriere su internet. A una persona sospettosa potrebbe anche venire il dubbio che non siano pubblicati deliberatamente, così da evitare che possano essere letti da chi non ha comperato il quotidiano e che ne resti traccia più durevole di quella su carta. E io, non è una novità, sono una persona sospettosa e lo sono tanto più quando la mancata pubblicazione si riferisce ad articoli di cui, forse, al Corriere un po’ si vergognano.
A tale riguardo, avevo mandato una mail a Fabrizio Roncone, direi abbastanza garbata, ma non ho avuto risposta.
Ecco il testo (non mi pare di essere stato scortese, magari pungente sì, ma non polemico né offensivo):
Buonasera Dottor Roncone, la leggo regolarmente e in generale apprezzo la buona marcatura dell'intervistato e l'ironia. Oggi, però, come già lo scorso 11 Maggio in occasione di una sua precedente intervista a Daniela Santanchè, sono rimasto sconcertato dal suo atteggiamento, assai diverso dal consueto. Capisco che contraddire Santanchè sia piuttosto pericoloso, ma da lei, caro Roncone, ci si aspetta un po' di virile coraggio...
Cordiali saluti
Roberto Frigo
La mancata pubblicazione on line, per esempio, si verifica con un articolo di Francesco Verderami pubblicato oggi, sempre sul Corriere, di cui vi volevo parlare. Non potendo farvelo leggere, mi sembra scorretto non soltanto darne un giudizio, ma anche fare qualche riflessione sul contenuto. Questo fatto m’irrita parecchio, perché avevo ragionato sul pezzo di Verderami e su altri che parlavano del medesimo argomento e m’intrigava metterli a confronto.
Pazienza. Spero di poterci tornare sopra nei prossimi giorni, il tema è di quelli che non perdono attualità.
Finiamo con un po’ di musica.
Vi ho già proposto molti mesi fa un brano di Keith Jarrett, ma il pianista americano, che è uno dei miei musicisti preferiti, merita che vi suggerisca molti ascolti e, in realtà, è anche difficile scegliere un pezzo, tant’è voluminosa la sua produzione. Stavo quasi per farmi aiutare da una moneta…
Ho pensato a un suo album piuttosto recente, registrato con un altro leggendario strumentista jazz, il bassista Charlie Haden, che ha alle sue spalle collaborazioni con quasi tutti i maggiori jazzisti degli ultimi decenni (ha partecipato, per esempio, alla registrazione di Free Jazz, il difficile, ma fondamentale album di Ornette Coleman, vera pietra miliare nella storia di questa musica incredibilmente varia e ricca). Bene, nel 2007 Jarrett e Haden hanno registrato un album intitolato Jasmine. Ecco il brano che apre il CD, For all we know, di una bellezza struggente, lungo quasi dieci minuti, ma vi conviene trovare il tempo per ascoltarlo tutto. Le dita di Keith Jarrett... quanta emozione e quanta meraviglia sanno regalarci ogni volta.