Buona stampa. Sapete quanto ammiro lo stile giornalistico anglosassone, questo è un ulteriore esempio del modo essenziale, lineare, chiaro con cui viene affrontata qualsiasi questione, andando al sodo, senza arzigogolare come, purtroppo, fanno spesso i giornalisti italiani.
Non so ancora esprimere un’opinione netta sul progetto
politico di Mario Monti. I miei tre lettori sanno che sono suo estimatore, ma
sanno anche che ciò non m’impedisce di considerare gli errori compiuti come
Presidente del Consiglio e i limiti del Governo da lui presieduto. A oggi,
francamente, mi sembrano prevalere i motivi per giudicare negativamente la sua
iniziativa politica, un giudizio che risente più della compagnia con cui si è
messo in viaggio che degli obiettivi.
D’altra parte, l’accanimento con il quale Monti è oggetto di
attacchi da ogni dove, da Bersani al tizio decrepito, da Grillo a Maroni, mi
sembra dimostrare che tutti lo temono e temono il percorso che vorrebbe far
fare all’Italia nel caso in cui ottenesse un riconoscimento significativo alle prossime
elezioni.
Veniamo alla musica e sfrutto una ricorrenza per farvi
ascoltare la voce di una brava cantante americana (non fatevi ingannare dal
nome, è nata negli Stati Uniti, per la precisione in Georgia), di cui vi ho già
parlato: Madeleine Peyroux. Oggi è il suo compleanno, la festeggiamo dando
spazio a due sue interpretazioni.
Cominciamo con Summer
Wind, un brano che deve gran parte della sua popolarità al fatto che fu cantato
da Frank Sinatra (http://en.wikipedia.org/wiki/Summer_Wind).
La versione della Peyroux è tratta dall’album Half the Perfect World del 2006.
Passiamo a una canzone eseguita dal vivo più di recente, si
tratta di un brano scritto dalla stessa cantante, la quale ne sottolinea la
natura autobiografica, sostenendo che “c’è tutta la sua vita”. Don’t Wait Too Long, registrata nel 2009
a Los Angeles.
Buon compleanno a Madeleine Peyroux e Buon 2013 ai miei tre
lettori.
Credo siamo d’accordo sul fatto che nei maggiori partiti
italiani, ma anche in quelli meno grandi, regni una rimarchevole confusione.
Questo, se non gettasse pesanti ombre sul futuro dell’Italia, potrebbe anche
far sorridere per le assurdità prodotte giornalmente dai dissidi interni tra
esponenti anche di notevole importanza (è tutto relativo, ovviamente, e non
serve far nomi, ma, come si dice: in
terra caecorum monoculus rex. Questo abbiamo e questo, almeno sino alle
prossime elezioni, ci dobbiamo tenere).
Ammetto, sono di parte, ma mi pare che il disordine sia più
accentuato e più grave nel centrodestra, nel quale volano stracci da quel dì
(quello del famoso ”che fai, mi cacci?” detto dal parente degli immobiliaristi
monegaschi).
Ammetto, inoltre, di essere ancor più di parte nel sostenere
che tale stato di cose è dovuto soprattutto al modo di agire di Berlusconi, da
sempre preoccupato da vicende che, con l’interesse nazionale e collettivo,
avevano e hanno poco a che fare. Non mi addentro su questo tema: è una mia
personale opinione. Osservo, e su questo credo che difficilmente posso essere
contraddetto, che per Berlusconi l’apparenza conta più di qualsiasi altra cosa.
Lo dice, sia pure nel suo modo piuttosto obliquo e in un articolo
particolarmente contorto, persino Giuliano Ferrara su Il Giornale (di
famiglia): http://www.ilgiornale.it/news/interni/quei-saggi-anziani-pronti-farsi-parte-848847.html.
Stampa così e così. Se si vuol forzare la realtà per farla
aderire alle proprie convinzioni, inevitabilmente, si finisce incartati anche
quando si è intelligenti e colti (molto intelligenti e molto colti) come
Ferrara.
Che anche dalla parte del Pd debbano arieggiare le stanze non si discute e, purtroppo, con il passare dei giorni a sinistra vengono fuori
le contraddizioni di un partito che non ha saputo liberarsi di troppi fantasmi
del passato e di troppi signori che hanno di sé un’opinione assai alta. Troppo alta.
Torniamo al Pdl il cui futuro sembra non affidato alle mani
di Alfano quanto piuttosto al team di cervelli che Berlusconi ha chiamato
attorno a sé per decidere come muoversi. Un team che, a quanto pare, è composto
prevalentemente di donne, tutte note per i loro eccellenti curriculum di studio
(anche se non sempre attendibili) e le cattedre conquistate nei migliori atenei
del mondo.
Il Corriere della Sera dedica un occhio di riguardo al
difficile processo di rinnovamento in atto nel centrodestra e a questo
susseguirsi di brain storming al più
alto livello intellettuale e culturale planetario. A farlo è, in particolare,
Fabrizio Roncone, il quale, in rapida successione, ha raccolto il meglio del
pensiero di due delle consigliere più ascoltate di Berlusconi. Merita che leggiate
entrambe le interviste: ve le propongo in ordine cronologico e anticipo che
sono a Mariarosaria Rossi e Micaela Biancofiore. Ecco il link: http://www.corriere.it/politica/12_ottobre_21/per-il-cavaliere-pdl-non-finito-bunga-bunga-diciamo-squit-squit-roncone_3a3d717c-1b4b-11e2-9e30-c7f8ca4c8ace.shtml
e
Buona stampa. Roncone, quando non ha di fronte la Santanchè,
si ricorda chi è. Le due intervistate, invece, forse dovrebbero parlarsi, di
tanto in tanto… Un’osservazione personale sulla Biancofiore. Mi è capitato di
vederla qualche giorno fa a Otto e mezzo: aveva appoggiato sul tavolo un tablet. E mi sono chiesto a che accidente
(avrei voluto scrivere ben altro!) le servisse: la sola risposta che sono riuscito
a darmi è che, nella nostra epoca tecnologica, i pupari non si servono dei
fili, ma di internet…
Torniamo a bomba: chiunque vinca nel centrosinistra avrà
vita facile se Berlusconi si affida a consigliere di simile caratura. Il che,
però, non vorrà dire che gli italiani voteranno per Renzi o Bersani o, quasi peggio
che peggio, per Vendola… Questi signori non possono illudersi di convincere a
votarli la maggioranza imponente di elettori intenzionati, in vario modo, ad
astenersi.
Meglio che mi fermi qui, prima di arrivare a parlare di
un’ipotesi che mi rifiuto di considerare. E consoliamoci con il miglior farmaco
per lo spirito.
Joni Mitchell fa parte del nocciolo duro. Insieme a pochi
altri è una passione destinata a seguirmi per sempre. Si tratta di un’artista
eccezionale, che ha percorso con immensa curiosità e straordinario amore la
musica degli ultimi, fatico a scriverlo, cinquant’anni.
Stasera sono in vena di esagerare e di ripetere il giochino
delle molteplici versioni. Il brano è River,
tratto dall’album Blue, quello in cui
comincia il graduale avvicinamento alla musica jazz, un processo che, a mio
modesto parere, ha permesso a Joni Mitchell di esprimere interamente il suo
valore.
Ve ne propongo tre versioni.
Cominciamo con l’originale di Joni.
Segue poi quella tratta dal disco che Herbie Hancock le ha
dedicato (e che s’intitola come la canzone: River:
the Joni Letters) cantata da Corinne Bailey Rae e con il sax di Wayne
Shorter.
Per finire quella di Madeleine Peyroux e k.d. lang.
Penso che mi sarete più grati per questa splendida musica che per le righe,
forse troppe, che precedono…
Il tema dell’evasione fiscale continua a conquistare le
prime pagine dei quotidiani: poco importa che siano le dichiarazioni del
Presidente del Consiglio piuttosto che i cosiddetti blitz nelle località di
villeggiatura più famose, ogni ragione è buona per parlare di quello che,
evidentemente, è uno degli argomenti che maggiormente appassionano gli
italiani.
Qualche giorno fa ho partecipato, tenendomi ai margini, a una discussione abbastanza accesa tra due persone che sostenevano
tesi opposte, che sintetizzo un po' brutalmente: uno che, fino a quando lo Stato sperpererà denaro, l’evasione sarà una giusta risposta, l’altro che, se mai s’inizierà a rispettare la legge, mai si potrà
realmente mettere mano a una riduzione delle imposte così da renderle più
“tollerabili”.
Io sono intervenuto solo per dire due cose. La prima è che
non mi spiego perché, anche quando si parla di evasione fiscale, gli italiani lo
fanno come se stessero sugli spalti di uno stadio di calcio. Una discussione
pacata, per quel che capisco, ha molte più probabilità di portare a una
posizione comune che una animata e accesa, per quanto educata, come nel caso in
questione.
La seconda è che non siamo arrivati al 2012 viaggiando fuori
dal tempo. C’è una lunga storia alle nostre spalle. Una storia fatta di
tolleranza verso l’evasione, di ripetuti condoni, di promesse non mantenute, di
giustificazioni per gli evasori pronunciate da persone che occupavano ruoli
fondamentali nell’amministrazione dello Stato.
Avrei forse potuto aggiungere altre osservazioni, ma ho
preferito tenermi ai margini di un dialogo che, vista la temperatura e
l’atteggiamento dei “contendenti”, avrebbe soltanto comportato un incremento
della sudorazione di tutti, a fronte, temo, di nessun aumento della coscienza
collettiva.
In realtà, come dimostrano le dichiarazioni relative all’ultima
serie di controlli effettuati a Cortina (quelli sugli affitti delle case), in
Italia tutti sono convinti che le imposte vadano pagate, ma dagli altri. Quelle
stesse associazioni di categoria che, nell’inverno scorso, lamentavano
operazioni simili effettuate in bar, negozi e alberghi, in questo torrido
agosto esprimono approvazione per quelle rivolte ai proprietari d’immobili. E’
prevedibile che, stando così le cose, alla prossima ondata di controlli mirati
ai commercianti e ai pubblici esercizi, saranno le associazioni degli
immobiliaristi, grandi e piccoli, a far sentire la propria voce per approvare
l’azione dell’Agenzia delle Entrate.
Ancora una volta: mi sembra che la questione sia guardata con atteggiamento da
tifosi. Si possono trovare infinite giustificazioni per l’evasione fiscale. Io
stesso, parlando delle percentuali di mancato pagamento del canone Rai di
alcune regioni meridionali, mi ero domandato se Equitalia cerchi di recuperare
le somme evase in Sicilia e Campania con la stessa determinazione con cui si
occupa di quelle non pagate in Veneto o in Piemonte. Io stesso lamento lo sperpero di denaro
pubblico, in primis quello che si realizza nel finanziamento della politica. Io
stesso sono persuaso che, senza una radicale revisione del modo di operare
della pubblica amministrazione e senza una pressante azione contro la
corruzione, la quantità e la qualità delle spese resteranno un problema come
quello della perdita di entrate dovuta all’evasione. E, tuttavia, rimango dell’avviso
che prima di tutto si debba ricreare (o più probabilmente creare) un senso del bene
collettivo che, purtroppo, a noi italiani manca. E pagare le imposte è un mattone importante dell'edificio.
Visto che è domenica e, più ancora, per cambiare radicalmente atmosfera, vi suggerisco un ascolto musicale che ho deciso di proporvi ieri sera, mentre parlavamo di cinema nel corso di una molto gradevole cena con amici. Uno dei film ricordati, infatti, è stato "Un uomo da marciapiede" (Midnight Cowboy), un gran bel film diretto nel 1969 da John Schlesinger, un regista che, forse, non gode della fama che merita (trovate qui la sua filmografia: http://www.imdb.com/name/nm0772259/#Director). Per quel che vale la mia opinione, suggerirei la visione de "Il giorno della locusta" (The day of the Locust), del 1975. Il tema musicale di "Un uomo da marciapiede" si intitolava Everybody's talking (http://en.wikipedia.org/wiki/Everybody%27s_Talkin%27).
Ecco la versione di Madeleine Peyroux, una bella voce e un'interpretazione intrigante.