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lunedì 23 maggio 2016

Malattie non curate

Da alcuni mesi, negli editoriali sul Corriere della Sera, Ernesto Galli della Loggia ci offre una visione di alcuni mali istituzionali dell’Italia, di quelle situazioni di natura, origine e gravità diverse che rendono sempre più fragile e incerto il nostro Stato di diritto.

martedì 29 gennaio 2013

Come muovono le mani loro...


La pentola di Siena sembra contenere ingredienti persino peggiori di quelli che avevo immaginato. Ho scritto parecchi mesi orsono che l’acquisizione di Antonveneta fu un errore e che la dirigenza della Banca Monte dei Paschi era stata messa su un altare dal Presidente del Banco di Santander, eternamente grato per quanto guadagnato dall’operazione; tuttavia, se sostenessi di aver solo sospettato comportamenti come quelli che descrivono le cronache dei quotidiani italiani, mentirei.
Leggiamo qualcosa. Faccio una selezione radicale, per una visione dettagliata dovrete fare da soli. Cominciamo dal Sole 24 Ore e, in particolare, da un’intervista ad Andrea Morante, già dirigente della banca d’affari Credit Suisse Firts Boston, che si è occupato a suo tempo della quotazione in borsa di MPS: (http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2013-01-29/storia-occasioni-mancate-064642.shtml?uuid=Ab7sN7OH&fromSearch).
Buona stampa. Con alcune interessanti notazioni sul ruolo della politica. Guarda caso, si parla di Gallipoli… E già, proprio lo Stalinuccio di Gallipoli è stato così tranchant nel negare relazioni spurie tra il Pd e la banca senese. Chiacchiere, ovviamente: ridicole e patetiche, però sicuramente pronunciate con la consueta spocchiosa sicurezza e accompagnate da uno dei consueti movimenti delle mani con cui D’Alema allontana da sé gli argomenti che lui giudica privi d’importanza, gesti che, a volte, più ancora delle parole e del tono, ne rivelano la smisurata arroganza.
Per capire quanto la politica sia tutt’altro che estranea alla gestione delle banche, in particolare di quelle nel cui capitale hanno peso le Fondazioni bancarie, vi suggerisco, invece, questa piccola indagine effettuata dal sito LaVoce.info: http://www.lavoce.info/i-politici-ai-vertici-delle-fondazioni-bancarie/.
Buona stampa. Che ci dice quanto sarà difficile estirpare questa mala pianta. E ciò è tanto più vero se si ricorda il potere che, anche attraverso la Cassa Depositi e Prestiti (di cui controllano il 30%), esercitano in tanti settori essenziali dell’economia italiana (elettricità, telecomunicazioni, gas, ecc. ecc.).
Non sarà facile perché proprio la trasversalità e l’intensità dei legami con la politica fanno delle Fondazioni una delle lobby più potenti del paese. Quanto sia influente questa lobby, lo potreste chiedere al bleso della Valtellina, che ai tempi del 2° Governo Berlusconi tentò inutilmente di ridurre il campo di azione delle medesime Fondazioni, le quali (a pensar male, si sa...) non sono state probabilmente estranee alla temporanea defenestrazione di Tremonti, sostituito al Ministero dell’Economia da Siniscalco.
Storia vecchia, ma da non dimenticare, come dimostra l'estrema prudenza con cui il bleso ha trattato la questione una volta tornato in sella.
Già che parliamo di Tremonti e di gente che usa molto le mani nel parlare, mi viene da pensare a Brunetta, che con le sue manine costruisce architetture d'aria degne compagne di quelle, spesso anche meno solide, che costruisce con le parole.
Per non restare troppo lontano dalle pagine dei giornali, Brunetta ha deciso di difendere a spada tratta le frasi pronunciate domenica dal tizio decrepito.
Renato Brunetta è sempre quello che sostiene di aver rinunciato al Nobel per l’economia avendo preferito occuparsi di politica. Dubito che la maggioranza degli italiani lo consideri un gesto di altruismo e gli porti gratitudine, ma ammetto di poter sbagliare, anche se non lo credo affatto.
Su questo punto, però, tornerò più avanti. Veniamo, per ora, alla sua difesa del tizio decrepito, che prendiamo da un pezzo pubblicato ieri da Repubblica: http://www.repubblica.it/politica/2013/01/28/news/monti_berlusconi-51434728/?ref=search.
Buona stampa. Anche perché ci trovate altre chiacchiere in libertà di altri politici di varia appartenenza, chiacchiere nella maggior parte dei casi intrise del medesimo opportunismo di quelle del tizio decrepito. Tornando a quelle di Brunetta, bisogna dargli atto di superare quasi tutti gli altri lacchè nel tentativo di emergere nella difesa dell’indifendibile. Come perdere una simile occasione per guadagnare punti in classifica e sperare, in caso di vittoria del Pdl, di poter finalmente andare a sedere sulla poltrona occupata tanto a lungo dal suo acerrimo rivale 3Mounts. In fondo non ha mica torto, è pur sempre un mancato Nobel per l’economia. Sedicente mancato. Pover’uomo, a questo punto non lo potrà mai più ottenere. In Europa non sono così disposti a scherzare sulle dittature del secolo scorso, ma, se anche fossero disposti a perdonare le parole in difesa del tizio decrepito, in realtà a tenere Brunetta lontano dallo Sveriges Riksbanks pris i ekonomisk vetenskap till Alfred Nobels Minne sarà Brunetta stesso.
Come potrebbero mai, gli incaricati dall'Accademia Reale Svedese delle Scienze, conferirlo a uno che non sembrerebbe neppure in grado di far quadrare i propri conti personali? Leggete questa intervista che risale ai giorni in cui Brunetta aveva pensato bene di lamentarsi perché aveva problemi a pagare la rata finale dell’IMU (ammetto di averla serbata con tenerezza per un'occasione come questa): http://corrieredelveneto.corriere.it/veneto/notizie/politica/2012/11-dicembre-2012/brunetta-imu-non-ho-soldi-pagare-seconda-rata-2113116174601.shtml. Giusto per capirci, un signore che ha un reddito di quasi 280.000,00 euro l’anno si trova in difficoltà a pagare il saldo IMU di 7.000,00 euro (quando ci fu da pagare l’acconto Brunetta non si lamentò, quindi è presumibile che non abbia avuto problemi), un importo solo parzialmente imprevisto, giacché l’IMU è sì più onerosa e colpisce anche la prima casa, ma l’ICI non era poi così leggera… Il suo budget non regge a una spesa imprevista di circa l'1% del suo reddito? Credo ci sia di meglio per il Ministero dell’Economia. E il Nobel, per favore, lasciamolo a chi se lo merita e, soprattutto, a chi, se aspira a ottenerlo, lascia ad altri stabilire se sia degno di ottenerlo.

martedì 5 giugno 2012

La strada per Siena non è così breve


Cominciamo con un intervento di Helmut Schmidt, a lungo Cancelliere tedesco prima della riunificazione, sul Sole 24 Ore di oggi (http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2012-06-04/basta-tatticismi-partito-berlino-224534.shtml?uuid=Ab9GoRnF).
Buona stampa. Nel senso che il 24 Ore ha fatto bene a pubblicarlo, ma non si tratta, in realtà, di un articolo di giornale, quanto piuttosto di una lezione di saggezza, di lungimiranza, di intelligenza politica e anche di un prezioso sunto di alcuni passaggi cruciali della storia europea successiva alla Seconda guerra mondiale. Sfortunatamente, nella posizione occupata nel dopoguerra da personaggi come Adenauer, Brandt, Schmidt, Kohl, oggi ci ritroviamo Angela Merkel. E non aggiungo altro.
Come secondo argomento affrontiamo un tema anticipato nelle scorse settimane.
Avevo, infatti, detto che, presto o tardi, avrei imboccato la strada per Siena. Il percorso, però, non sarà né breve né semplice, sarà, anzi, piuttosto tortuoso, me ne scuso fin da ora.
Facciamo un salto indietro partendo da un fatto recente, ovvero dalla sentenza di appello sul tentativo di scalata a BNL da parte di Unipol, dalla quale sono risultate ridimensionate le responsabilità di Antonio Fazio, allora Governatore della Banca d’Italia, che in secondo grado è stato assolto, mentre era stato condannato in primo grado.
Massimo Mucchetti, il quale queste cose le mastica benissimo, ha scritto un commento che condivido in larga parte, ma non completamente (http://archiviostorico.corriere.it/2012/giugno/03/Scalata_alla_Bnl_Una_storia_co_9_120603054.shtml).
Buona stampa. Ma c’è un ma. Anche Massimo Mucchetti, nella sua rapida rivisitazione dei fatti, trascura un dettaglio che, a mio parere, andrebbe invece attentamente considerato.
E’ vero che il tentativo di scalata da parte di Unipol arrivò dopo quello fallito di BBVA, la seconda maggiore banca spagnola. E sono giuste le valutazioni riguardo alla debolezza sia di BBVA che di ABNAmro, però queste sono valutazioni corrette con il senno di poi, ossia nel 2012, mentre stiamo parlando di fatti che risalgono a due anni prima dell’inizio della crisi finanziaria causata dai mutui subprime americani. Allora sia la banca spagnola che quella olandese godevano di buona salute e nessuno metteva in dubbio la qualità dei loro attivi, nei quali, effettivamente, avevano spazio i cosiddetti titoli spazzatura che, però, nel 2005 nessuno considerava ancora tali (e che, purtroppo, continuano a pesare anche oggi nei bilanci bancari). Quindi Mucchetti ha gioco facile a sostenere adesso che ABNAmro e BBVA non erano il paradigma della solidità bancaria, ma, per l’appunto, lo dice oggi, nel 2005 non ne parlava neppure lui.
Non è, tuttavia, questo il punto su cui voglio concentrare la mia e, se possibile, anche la vostra attenzione. Mucchetti, ma anche i pubblici ministeri e i giudici, trascurano un evento che, se considerato, forse indurrebbe a cogliere come Antonio Fazio, in realtà, già da molto tempo avesse un piano ben preciso.
Tutti, infatti, sembrano scordarsi che alcune settimane prima del lancio dell’OPS da parte di BBVA, il Banco Popolare di VR e NO aveva manifestato il proprio interesse ad acquisire BNL e aveva formulato un’offerta agli azionisti del cosiddetto “contropatto”, ossia Caltagirone, Statuto, Coppola, Ricucci e altri, che si contrapponevano al “patto” che controllava BNL, formato da BBVA, Generali e Della Valle.
L’offerta di Popolare VR e NO era stata considerata inadeguata, ma io sono convinto che la risposta negativa sia stata determinata non già dal valore dell’offerta, quanto piuttosto dalla necessità che BNL non entrasse a far parte della galassia delle banche popolari, perché questo, in previsione del passaggio di Antonveneta alla Popolare di Lodi, comportava un’alterazione troppo forte degli equilibri del sistema sotto il profilo della natura proprietaria.
In altre parole, si sarebbe avuta una crescita eccessiva del ruolo delle banche popolari, a scapito di quelle cosiddette ordinarie, un evento che contrastava con il principio, allora difeso ancora da Banca d’Italia, di conservare, per quanto possibile, la suddivisione del mercato per tipologie di aziende di credito.
La mia natura sospettosa, quindi, mi spinge a ipotizzare che, avendo Fazio già deciso che Antonveneta fosse acquisita dalla Popolare di Lodi, e quindi tornasse nell’ambito delle popolari da cui era uscita con la quotazione in borsa, avesse deciso di impedire che BNL finisse al Banco Popolare.
Il disegno di Fazio, come sappiamo, non è andato a buon fine. BNL non è finita né nelle mani di Banco Popolare, né in quelle di BBVA, né in quelle di Unipol, ma è stata acquistata da BNP Paribas e fa tuttora parte del gruppo francese. Antonveneta fu acquistata da ABNAmro che poi, a sua volta, fu acquisita, con un’operazione piuttosto complessa, da Royal Bank of Scotland, Fortis e Santander, che si divisero la banca olandese in funzione dei loro specifici interessi.
La scalata ad ABNAmro nasceva sotto il cielo di Scozia, non sotto quello di Madrid (Santander) né sotto quello del Benelux (Fortis). L’idea era di Royal Bank of Scotland, ansiosa di mettere i bastoni fra le ruote di Barclays, sua importante concorrente non solo nel Regno Unito, ma un po’ in tutto il mondo, che stava procedendo a una fusione consensuale con ABNAmro. Mettendosi di traverso, Royal Bank of Scotland, Fortis e Santander hanno fatto fallire questo progetto di fusione e si sono spartite le spoglie di ABNAmro. E le prime due hanno anche iniziato a scavarsi la fossa.
Questo accadeva nell’ottobre del 2007, quando già si coglievano i primi segnali della crisi finanziaria innescatasi negli Stati Uniti. Crisi che fece emergere i gravi problemi di solidità di Royal Bank of Scotland e Fortis. Mentre Santander non arrivò al punto di entrare in sofferenza perché… perché aveva un santo in paradiso. O meglio, aveva un Mussari alla presidenza di Monte dei Paschi.
E questo è il nostro primo passo sulla strada per Siena. In realtà, di strada verso la sede del Monte Paschi, per ora, non ne abbiamo fatta molta, ma ci arriveremo. Con calma e in maniera non lineare.