Inizio con un breve cenno alle due vicende parallele, ma differenti, relative alla scelta del candidato sindaco di Roma per il centrodestra e di Milano per i 5 Stelle. Quello che sta accadendo rafforza i dubbi, di cui ho già scritto domenica, sul valore attribuito all’opinione popolare dai vertici di entrambi questi raggruppamenti. I meccanismi individuati per selezionare i candidati non potrebbero essere più diversi; il risultato finale, però, non cambia, nel senso che quanto avrebbero voluto i cittadini viene ignorato.
Lo scandalo della Volkswagen, secondo la maggior parte dei commentatori, mette in crisi il sistema industriale della Germania perché ne indebolisce le fondamenta e le relazioni politiche e sociali che lo hanno governato dal 1945 e, a livello internazionale, pone in discussione la leadership tedesca in Europa. Il tutto accompagnato, quasi certamente, da un calo delle vendite dei produttori di auto tedeschi e, conseguentemente, un rallentamento dell’economia del Paese che si tradurrà a sua volta in un indebolimento della già fragile crescita europea, fortemente dipendente dai successi commerciali della maggiore potenza continentale.
Non ho certo esaurito il tema delle asimmetrie con il post di ieri. La realtà italiana offre esempi così numerosi e così diversi, a livello nazionale e locale, da rendere pressoché impossibile un'adeguata trattazione in un paio di pagine.
Buona stampa. L’immagine di D’Alema che scherza con Bossi è
davvero, come dire?, piuttosto desolante: due vecchi malconci, tra i massimi
artefici delle disastrose condizioni in cui versa l’Italia, che non sanno
impiegare il tempo altrimenti che con ridicole pantomime. Oddio, forse sono
stupido io: se torna il peggio, D’Alema e Bossi è naturale che siano allegri,
loro ne sono una parte fondamentale. E a loro interessa, come a gran parte dei
nostri politici di ogni schieramento, soltanto restare lì e fare ancora nuovi
danni, ovviamente insieme all’altro vecchio, il tizio decrepito, il più
deleterio di tutti. Basta così.
Sophisticated Lady
è senz’altro uno dei brani più famosi di Duke Ellington (composto insieme a
Irving Mills e successivamente arricchito dal testo di Mitchell Parish), divenuto uno
standard tra i più eseguiti, interpretato da innumerevoli musicisti, tutti
affascinati dal tema e pronti a reinterpretarlo secondo la propria sensibilità.
Come di consueto, partiamo da una versione di Ellington e
della sua orchestra, anche se molto più vicina a noi rispetto all’anno di
nascita del pezzo (1932). Una versione probabilmente dei primi anni 70, con
Harry Carney al sassofono.
Passiamo a una grande voce femminile, Billie Holiday, una
straordinaria interpretazione con alcuni passaggi un po’ ruvidi, caratteristici
di questa cantante meravigliosa.
Un altro grande del passato è il pianista Art Tatum, del
quale ho trovato un filmato in cui sono riunite due versioni di anni diversi,
entrambe, mi pare, pervase dalla freschezza e dall’allegria che erano un tratto
particolare di questo eccellente solista.
Sempre un pianista, ma assai più vicino a noi nel tempo: Chick
Corea, in un concerto dal vivo a Umbria Jazz 2002, interpreta il brano in
maniera più libera, com’è ovvio da parte di uno dei protagonisti del
rinnovamento del jazz negli anni tra il 60 e 70, quello in cui la tecnologia
degli strumenti e, soprattutto, la ricerca della libertà attraverso
l’improvvisazione hanno introdotto importanti cambiamenti, in qualche caso forse
persino troppo radicali.
Poi andiamo alla versione di Charlie Haden, che al brano di
Ellington ha addirittura dedicato uno dei suoi album più recenti (2010). E’ una
versione la cui classicità è solo apparente, il temperamento innovativo di
Haden è sempre presente.
Continuiamo a tenerci lontani dalla politica italiana. Prima
o poi toccherà tornarci sopra, ma per adesso proviamo a guardare altrove e a
riflettere su questioni non maleodoranti come quelle locali.
Le considerazioni di Zingales sono piuttosto convincenti e le ragioni del
pessimismo riguardo alle prospettive giapponesi, a mio avviso, vengono anche
dal settore manifatturiero oltre che dal debito e dal deficit
statale. Sono di questi giorni le notizie relative alla profonda crisi in cui
versano aziende come Sharp, Olympus, Sony e Panasonic, ossia aziende che per
anni hanno costituito la punta di diamante della potenza industriale del Sol
Levante.
Gli altri potete tranquillamente cercarli voi, se volete.
Torniamo al pezzo di Zingales e teniamo bene a mente il
monito conclusivo, perché la questione ci riguarda (anche se l’Italia non viene
mai citata). Ci riguarda molto e molto ha a che fare con i nostri impegni in
materia di finanza pubblica. Non lo dico a me stesso e ai miei tre lettori, mi
piacerebbe che sentissero quelli che aspirano a governare il Paese…
E veniamo alla musica. Dopo quella dedicata al capolavoro
dei Procol Harum, oggi vi offro un’altra selezione di esecuzioni differenti del
medesimo pezzo.
Il brano che ho scelto per oggi è, forse, persino più
importante di A Whiter Shade of Pale (ammesso che simili confronti abbiano senso, e non credo ne abbiano) e, comunque, è un altro immenso
capolavoro: In a sentimental mood,
scritto da Duke Ellington nel 1935 e interpretato da tanti
maestri.
Cominciamo da una versione del compositore, però più
recente, scelta perché Ellington non si esibisce con la propria orchestra, come
di consueto, ma in veste di strumentista insieme a John Coltrane, uno dei
massimi sassofonisti della storia del jazz. Ho detto anche troppo, lascio spazio
a questi grandissimi musicisti. Il disco da cui è tratta l’esecuzione risale al
1962.
Passiamo a un altro eccezionale talento, il chitarrista
francese Django Reinhart, considerato da molti il vero “inventore” della
chitarra nel jazz. La sua versione risale al 1937.
Diamo nuovamente spazio al Duca, perché ascoltiamo la
versione cantata da Ella Fitzgerald e tratta da un album doppio inciso insieme
a Ellington e alla sua orchestra nel 1957.
La quarta versione è quella di un grande trombettista tormentato, Chet Baker, tratta dall’album Chet
on Poetry del 1989, realizzato in Italia con musicisti italiani.
Finiamo con un altro immenso maestro, un uomo cui il destino
ha riservato una vita difficile e troppo breve, ma che ha saputo raggiungere
vette di bellezza straordianaria: Michel Petrucciani. Qui in un’esecuzione dal
vivo con Gary Peacock al basso e Roy Haynes alla batteria. La registrazione è stata effettuata a Karlsruhe 1988. E' la versione più lunga che vi propongo,
ma ascoltatela fino in fondo, non ve ne pentirete.