Sono abbastanza vecchio da poter dire che, negli ultimi
trentacinque-quaranta anni, non si è mai raggiunto un livello di tensione
internazionale come quello scaturito dall’invasione russa della Crimea.
Escludo, per il semplice fatto che non riuscirebbero a mandare i loro cittadini
a morire per l’Ucraina, un intervento diretto dei paesi occidentali per
contrastare le forze armate di Putin (il quale, ancora per un po’ quantomeno,
può mandare i suoi cittadini a morire dove crede).
Comunque vada a finire questa storia, temo che non ci farà compiere
passi avanti verso un mondo migliore. A meno che la Piazza Rossa non diventi
come Piazza Maidan. Oltre che poco probabile, questo evento, però, non è forse neppure auspicabile. Purtroppo, nel XXII Secolo, le piazze che invocano la
democrazia finiscono per ottenere ben altro.
Buona notte e buona fortuna.
E un altro augurio, attraverso un brano musicale. Credo non servano spiegazioni: si tratta di GracefulTouch, eseguito dal trio formato da Tord
Gustavsen al piano, Harald Johnsen al contrabbasso e Jarle Vespetad alla
batteria. L’album da cui è tratto, del 2003, s’intitola Changing Places.
Abbiamo un nuovo governo e, per sua fortuna, oggi qui non
piove. Potrebbe essere un buon inizio…
Lasciamo perdere le battute (mediocri, tra l’altro) e
vediamo di capire come stiamo venendo fuori da settimane nelle quali si è
consumata una vicenda politica che, a mio modesto avviso, non ha certo
contribuito a rafforzare l’immagine del nostro paese all’estero, tutt’altro.
Altrove certe cose non si fanno o, se si fanno, non si dimenticano del tutto le
buone maniere. Per esempio: nel Regno Unito Tony Blair e, prima di lui,
Margaret Thatcher furono “rimossi” da Downing Street non dal voto popolare, ma
in seguito a manovre interne ai loro partiti, forse non pienamente trasparenti,
però non certo come è accaduto a Letta da parte di Renzi.
E il modo in cui si è arrivati alla nascita del nuovo
governo non mi pare inquadrarsi nell’ambito dei “buoni inizi”, ma tant’è, le
cose sono andate così e, quindi, guardiamo avanti, ossia a quello che ci
possiamo aspettare dal più giovane Presidente del Consiglio della nostra
storia.
Di queste ore è l’affermazione che il primo obiettivo
dell’azione riformatrice di Renzi sarebbe la burocrazia. Ottima scelta, il
punto è capire se ci sono le capacità e la volontà necessarie per combattere
una battaglia difficilissima contro un possente drago dalle molte teste.
Sono certo che anche voi tre ricordiate perfettamente i
proclami altisonanti di Renato Brunetta, il quale dallo scranno di Ministro
della Funzione Pubblica aveva promesso di trasformare nel volgere di pochi mesi
la Pubblica Amministrazione italiana. Con quali risultati? Beh, anche questi li
ricordate perfettamente, il niente si ricorda agevolmente…
Buona stampa. I due economisti ancora non conoscevano con
certezza la composizione del nuovo governo, questo spiega il loro approccio
volto a dare consigli e non a fare valutazioni. Perfetta la chiusura del pezzo,
che mi piace tanto da meritare di essere ripresa integralmente:
“… Ma il nuovo governo non farà nessuna
di queste cose se non sostituirà radicalmente i burocrati che gestiscono i
ministeri (riformando i contratti della dirigenza pubblica e allineandoli a
quelli del settore privato) cominciando dalla casta dei capi di gabinetto. Per
farlo ci vuole coraggio perché questi signori sono depositari di «dossier» che
tengono segreti per proteggere il loro potere. Bisogna aver il coraggio di
mandarli tutti in pensione. All’inizio i nuovi ministri faranno molta fatica,
ma l’alternativa è non riuscire a fare nulla.”
Diverso è il tono che ritroviamo nei commenti di ieri e di
oggi dei principali quotidiani italiani, nei quali mi paiono prevalere, dietro
lo schermo di una speranza “obbligatoria”, dubbi e timori.
E passiamo all’editoriale odierno di Sallusti su Il Giornale
(http://www.ilgiornale.it/news/interni/994961.html).
Anche Zio Tibia (copyright Marco Travaglio) si è adeguato alla nuova linea
morbida e garbata imposta dal padrone (il tizio decrepito) e dal suo
consigliere politico. Una linea apprezzabile, perché, se non altro, persino la
Santalacchè ha smesso di strillare…
Stampa così e così. Sallusti si preoccupa soprattutto di
bastonare il “traditore” Alfano (che è come sparare sulla Croce Rossa). Che
volete farci? Lui è fatto così, lui il giornalismo lo intende in maniera
diversa da Ben Bradlee (http://en.wikipedia.org/wiki/Ben_Bradlee).
Buona stampa. Per entrambi. Mi limito a sottolineare le
osservazioni di Panebianco riguardo alla mancata conferma di Emma Bonino e di
Enzo Moavero Milanesi: condivido pienamente l’opinione che si sia trattato di due
errori. Due errori madornali.
Così come, forse, non è stata neppure geniale l’idea di
affidare il Ministero dello Sviluppo economico a Federica Guidi e quello del
Lavoro a Giuliano Poletti. Si tratta di due persone che hanno sicuramente
bagagli culturali adeguati per l’incarico, ma sono anche, che piaccia o no, esponenti
di due lobby assai ingombranti e
questo, a mio modesto avviso, non va per niente bene.
Buona stampa. E ottimo suggerimento a Renzi. Quelli che ora
lo portano in palmo di mano, se fallirà, non daranno al gallo nemmeno il tempo di
cantare due volte.
E cominciamo con la musica. Anna Maria Jopek (http://en.wikipedia.org/wiki/Anna_Maria_Jopek)
è una cantante polacca che ha alle spalle alcune collaborazioni con importanti musicisti internazionali. Non ha una voce particolarmente potente, ma mi sembra
meritare un ascolto. Vi propongo Don’t
Speak, una canzone malinconica che lei interpreta con garbo e discreta intensità.
E passiamo a cose più lontane nel tempo e, direi, anche nel
valore.
Nel 1963 John Coltrane compose un brano di rara bellezza per reazione
a una strage razzista avvenuta nella città di Birmingham (http://it.wikipedia.org/wiki/Alabama_%28John_Coltrane%29) e lo incluse in uno dei suoi album più belli, Live at Birdland. Nell’esecuzione il grande Trane era
affiancato dai componenti del suo storico quartetto, di cui vi ho già parlato, ovvero Jimmy Garrison al basso, McCoy Tyner al piano e Elvin Jones alla batteria. Il pezzo s'intitola Alabama.
Meno drammatica, ma non meno interessante, la terza e ultima proposta
di oggi: Changes,unacomposizione inclusa, nel 1955, in uno splendido album del quintetto/sestetto guidato da
Miles Davis e Milt Jackson. Due maiuscole prove del
talento straordinario di entrambi i musicisti.
Nel Buongiorno di martedì, che vi avevo consigliato di
leggere, Massimo Gramellini suggeriva che le televisioni del tizio decrepito abbiano
rivestito un ruolo cruciale nel cambiamento (in peggio) della testa degli
italiani.
Concordo con lui soltanto in parte, nel senso che anche le
altre più seguite reti televisive offrono programmi che propongono volgarità, aggressività
e turpiloquio quali elementi principali e vincenti del comportamento umano.
In altre parole, se non c’è dubbio che le televisioni hanno
svolto un ruolo cruciale nel modificare (ripeto: in peggio) il nostro modo di
pensare, di agire e di parlare, è anche vero che tale responsabilità va
ascritta a tutti canali televisivi, sia pure riconoscendo a quelli del tizio
decrepito una particolare determinazione nel guidare la corsa alla spazzatura (trash).
Penso che Galli della Loggia, tra le altre cose, dipinga con
precisione lo smarrimento causato in noi, diversamente giovani, dal modo di
essere delle nuove e nuovissime generazioni, così lontano da quello cui siamo
stati abituati (ed educati).
A me pare che, soprattutto nel caso di Facebook e di
Twitter, i nuovi modelli di comunicazione si rivelino capaci di produrre un
effetto pericoloso nel rapporto tra chi la comunicazione invia e chi la riceve,
nel senso che, come osserva correttamente Buccini, troppo spesso si accetta passivamente
quel che viene detto, assumendone la validità senza alcuna valutazione critica.
Questo è tanto più grave quando accade per le comunicazioni
dei politici, molti dei quali si servono dei nuovi media con disinvoltura e con
frequenza. E sfruttano la tendenza, da parte di molti giornalisti, a riprendere
le loro affermazioni senza riflettere e senza analizzarle criticamente.
Enrico Letta è sicuramente un politico che fa largo uso dei
cosiddetti social network e che, in
ogni caso, si da un gran daffare perché le sue affermazioni siano pubblicate generosamente.
E lo fa sapendo di poter contare sul fatto che, ormai, anche nei quotidiani
maggiori e più autorevoli, il senso critico scarseggia.
Consideriamo la recente missione in Medio Oriente (il
termine viaggio potrebbe far apparire riduttivo l’evento). Letta ha spacciato
come un grande successo l’accordo con il Kuwait, il cui fondo sovrano potrebbe
investire in Italia 500 milioni di euro da destinare al sistema delle piccole e
medie imprese. Intendiamoci, meglio poco che niente, ma per rendersi conto di
che cosa si tratta, ricordiamo che il patrimonio del KIA (http://www.kia.gov.kw/En/Pages/default.aspx) è stimato in circa 300
miliardi di dollari, come bene ricorda un pezzo del quotidiano on line
lettera43 (http://www.lettera43.it/economia/macro/kuwait-investment-authority-le-partecipazioni-del-fondo_43675121505.htm).
Buona stampa.
Il Kuwait ha certamente accolto con cortesia e con sfarzo il
nostro Presidente del Consiglio, ma poi gli ha messo in mano qualche spicciolo.
Non molto diversa la vicenda dell’accordo (tutt’altro che
definito: siamo ancora ai primissimi passi di un negoziato nient’affatto
scontato) tra Etihad e Alitalia. La compagnia di bandiera degli Emirati Arabi
Uniti, ammesso che il management di Alitalia ponga in essere determinate misure
considerate essenziali e propedeutiche alle eventuali nozze, investirà
nell’azienda italiana 350 milioni di euro. Tanto per capirci: in questi giorni
Alitalia ha ottenuto da Unicredit, Banca Intesa, Monte dei Paschi e, se ricordo
bene, Credito Valtellinese una nuova linea di credito per circa 160 milioni di
euro, lo stretto necessario per pagare gli stipendi e i fornitori di carburante
per qualche settimana.
Anche dagli Emirati Arabi Uniti, dunque, vengono ben pochi
di quei “fatti” di cui si vanta Enrico Letta.
E comincia a sembrarmi stucchevole la difesa a oltranza che
del suo governo fa il Presidente della Repubblica. In realtà, entrambi sono
incapaci di uscire dalle logiche in cui hanno sviluppato le loro carriere
politiche, diverse solo per la lunghezza. Il paese ha bisogno di un esecutivo
che sappia davvero dove mettere le mani e che non sia succube della burocrazia
come, invece, si rivela ogni giorno di più quello guidato da Letta. E il paese ha
bisogno di un Presidente della Repubblica che pungoli e non puntelli il
governo e che non sia lui pure succube delle alte gerarchie della Pubblica Amministrazione.
La patetica mancanza di coraggio si fonde con la perdita di
senso della realtà e ben pochi giornalisti hanno il coraggio di scriverlo, non
trovando di meglio da fare che occuparsi delle manfrine dei vari partiti e dei
loro sedicenti leader.
Il futuro che ci attende, lungi dall’essere quello
sfavillante che tenta di spacciarci Enrico Letta, è durissimo, anche perché la
credibilità della classe politica italiana, a livello internazionale, è a dir
poco modesta. E il Presidente del Consiglio farebbe meglio a non illudersi di
trovare comprensione da parte dell’Europa. Portogallo, Irlanda, Grecia e Spagna
ci hanno lasciati soli. Loro i compiti a casa li hanno fatti. Noi, molto
semplicemente, abbiamo deciso di continuare a non farli. E il ritratto dell’Italia
che fa lo storico Valerio Castronovo in un articolo pubblicato ieri dal
Sole 24Ore (http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2014-02-05/una-classe-non-dirigente-064113.shtml?uuid=AB6hUYu)
è perfetto, crudo e impietoso, ma perfetto.
Buona stampa. Come di consueto. Leggete fino in fondo,
fino a quando troverete un passo che, inevitabilmente, mi vedo costretto a
riprendere per metterlo in maggiore evidenza.
Nella primavera del 2012, una commissione incaricata di fare
proposte per la razionalizzazione della spesa del Ministero degli Esteri in
vista della spending review del governo Monti, così scriveva: “Va ricordato che
il bilancio del MAE è composto per l’83,3 per cento da voci non rimodulabili
(retribuzioni del personale) oppure rimodulabili solo parzialmente e
comunque previa modifica di norme legislative (contributi obbligatori e
Ise)[…]. L’obiettivo che la Commissione si è posto non è quello di creare
ulteriore risparmio netto, dal momento che le risorse della Farnesina, anche
sulla base dei citati confronti internazionali, non paiono ulteriormente
comprimibili se non a prezzo di un drastico ridimensionamento della proiezione
internazionale del Paese“. È proprio così ovvio?
Non se ne verrà mai fuori finché saranno loro stessi a dover
valutare la congruità delle proprie retribuzioni e dei propri privilegi. E non
ne verremo fuori anche perché i politici, oltre a essere interessati al livello
degli stipendi dei pubblici dipendenti (dal momento che sono la base di calcolo
dei loro), non sanno neppure da dove incominciare per imbrigliare una
burocrazia che sembra preoccuparsi soltanto di rivelarsi la peggiore e la più
parassitaria tra quelle dei paesi occidentali.
Volete un esempio agghiacciante di dove riescano ad arrivare
questi signori strapagati, ai quali nulla importa delle ferite mortali che
infliggono giorno dopo giorno al nostro paese, alla nostra capacità di
competere con gli altri in un mondo sempre più complicato e difficile, nel
quale ci muoviamo particolarmente male anche perché abbiamo una diplomazia che
fa il suo lavoro assai peggio di quelle delle altre nazioni?
Queste sono circolari dell’INPS, ossia del colosso della
previdenza pubblica, fino a poche ore fa guidato da Antonio Mastrapasqua. Così,
giusto per capirci. Chissà? Forse, se avesse occupato meno poltrone e si fosse
occupato maggiormente di quel che facevano i suoi collaboratori…
Bene, anzi male, ma su questo fermiamoci qui. Anche perché,
a continuare sulla china che vi ho indicato, rischiamo di perdere di vista
quanto di nuovo e di promettente avviene nella politica italiana. Lo
Psiconano+barba-Mediaset, sapientemente guidato dal suo guru (lui pure con i
capelli più ordinati delle sue poche idee), sta mettendo a frutto i voti
conquistati poco meno di un anno fa: fioccano i provvedimenti che modificano
radicalmente il paese e, uno dopo l’altro, cancellano i tanti problemi che ci
affliggono. L’avevo detto in tempi non sospetti che Grillo non era una risorsa.
Posso dire di aver visto giusto e che ho orrore di qualcuno che, nel 2014, si
serve di liste di proscrizione e si propone di cancellare in ogni modo le idee
diverse dalle sue.
Detto questo, e ribadita la mia solidarietà ai giornalisti e alla Presidente della Camera oggetto di attacchi da parte dello Psiconano+barba-Mediaset e dei suoi accoliti, vorrei suggerire alla Signora Boldrini di usare
la ghigliottina anche sui costi dell’Assemblea che presiede. Neppure lei si sta
rivelando così votata al cambiamento come, inizialmente, aveva cercato di
accreditarsi.
Sorvoliamo sugli effetti preventivi della legge elettorale
ancora da promulgare… Manco i topi nella nave che affonda si dimenano come certi figuri nostrani.
Sul sito LaVoce.info procede lo studio di Roberto Perotti
sui costi della nostra Pubblica Amministrazione e i numeri che vengono fuori
sono di quelli che fanno rabbrividire, soprattutto in confronto a quello che
accade in altri paesi. La puntata odierna dell’indagine è firmata anche da un
giovane ricercatore, Filippo Teoldi. Ecco il link: http://www.lavoce.info/stipendi-pubblici-costi-politica/.
Buona stampa.
Che non produrrà alcun risultato, ovviamente, visto che, a
cominciare dal Presidente della Repubblica, in chi è alla guida (si fa per
dire) dell’Italia non c’è neppure la capacità di valutare quanto sia vergognoso
il sistema retributivo dei dipendenti pubblici e quanto sia sproporzionato il
loro numero. E non parliamo di efficienza…
Il signor Presidente del Consiglio, il capo del Governo del
“fare casino”, il comunicatore del nulla Enrico Letta quando mai metterà mano a
una vera riforma della Pubblica Amministrazione? Non ci pensa neppure, su
questo metto la mano sul fuoco. E se anche ci pensasse (ma ripeto: non si fa
sfiorare neanche di striscio dal proposito di mettere un po’ di ordine nella
burocrazia italiana), avrebbe il peggior nemico nell’ufficio accanto, ossia
quello occupato dal superburocrate con vista sul Colosseo Patroni Griffi, il
quale ha già dato ampia prova di quanto sia ansioso di lasciare in pace i suoi
colleghi.
Letta può scrivere quello che vuole su Twitter, ma resta che
il suo governo è persino peggiore di quelli che l’hanno preceduto, non ha
prodotto nessun provvedimento all’altezza delle nostre pressanti necessità ed è
paralizzato dalle solite beghe politiche da strapazzo che caratterizzano questo
nostro povero Paese. E mentre Letta, Renzi, lo psiconano+barba-Mediaset, il tizio decrepito e
compagnia cantante procedono nella loro ignobile commedia, i burocrati che
impestano il governo si guardano bene dal mettere mano anche alla più timida
riforma, anzi, approfittano della situazione per produrre ulteriori deliri
legislativi che rendono sempre più difficile la vita di noi poveri cittadini.
E mentre in Italia si suona sempre questo vecchio spartito,
Grecia, Irlanda, Portogallo e Spagna stanno lentamente, ma sicuramente, emergendo dalla crisi. Tra poco rimarremo gli unici a poterci onorare di far parte del club dei PIGS, non proprio prestigioso per la verità, del quale erano membri anche i quattro paesi sopra citati.
In una delle ultime apparizioni pubbliche, il Papa ha
“sdoganato”, impiegandola davanti ai membri di alcune congregazioni religiose,
una parola italiana volgare, ma di uso assai comune: casino. Forte di un così
importante lasciapassare, oggi la impiegherò anch’io, associandola, però, a un
verbo, ma non anticipiamo i tempi…
In realtà, come sosteneva un Professore dell’Università di
Padova (uno di quelli davvero bravi e intelligenti), nei casini non c’era
affatto casino. Nei casini regnava l’ordine, non la confusione. Ad ogni modo,
nell’italiano corrente si è deciso di distorcere un po’ la realtà e di
ricorrere a quella parola per descrivere una situazione di caos.
Bene, chiudiamo con questa sciocca (me lo dico da solo)
digressione linguistica e veniamo al sodo.
Il Presidente del Consiglio Letta ama sostenere che il
Governo che presiede è il “Governo del fare”. Devo ammettere che in tutti
questi mesi non ho ben capito la ragione per questa insistente affermazione.
Personalmente non mi sembrava proprio di cogliere tutta questa prepotente
vitalità e incisività, al contrario. Poi, pian piano, ho cominciato a capire.
In realtà, poiché ancora Papa Francesco non aveva sdoganato la parola “casino”,
Letta era costretto a dare una definizione parziale del proprio gabinetto. Il
suo Governo, infatti, è il “Governo del fare casino”.
Le prove offerte nelle ultime settimane, dal decreto
Salva-Roma alla vicenda degli stipendi dei professori, hanno contribuito
efficacemente a rafforzare il mio convincimento. Oggi più che mai, lo ripeto,
Letta presiede il “Governo del fare casino”.
E’ vero, alcuni potrebbero sostenere che si tratta del
“Governo del fare ridere”, ma, francamente, io non sarei d’accordo. Potrei
ridere se assistessi alle vicende italiane dall’esterno, che so?, come suddito
di Sua Maestà Elisabetta IIa o di Herr Joachim Gauck (e infatti
all’estero ridono di noi sempre di più). Come italiano penso che ci sia ben
poco da ridere nella cialtroneria di questo Governo che è quello che, più ancora dei precedenti, sembra aver appaltato la gestione
delle piccole e delle grandi cose agli alti funzionari della pubblica
amministrazione guidati, ça va sans
dire, dal super burocrate con vista sul Colosseo Filippo Patroni
Griffi (http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/11/26/filippo-patroni-griffi-la-casa-vista-colosseo-e-un-affare-da-623mila-euro/790786/).
C’è ben poco da ridere nell’essere suddito di Letta e
Patroni Griffi, ma anche di Napolitano, il quale mi sembra aver perso di vista
lui pure la gravità della situazione e non saper trovare il coraggio per dare
vero impulso al cambiamento necessario per il Paese.
Nel suo discorso di fine anno, ad esempio, quando ha citato
la lettera del dipendente pubblico che lamentava l’impossibilità, con il suo
modesto stipendio, di far fronte congiuntamente alle tasse e ai costi di
mantenimento dei figli, il Presidente della Repubblica si è ben guardato
dall’impegnarsi a far sì che, finalmente, si riportino a dimensioni ragionevoli
(ed eque) le retribuzioni (e le pensioni) di alcuni dipendenti o organi dello
Stato (Capo della Polizia, Segretario della Camera dei Deputati, Giudici della
Corte Costituzionale, ecc.).
No, non c’è davvero nulla da ridere… Come si può ridere
quando Letta è così preso dal “fare” il Presidente del Consiglio il più a lungo
possibile (il che non è tirare a campare, ci mancherebbe!) da “distrarsi”
mentre i deputati di tutti i partiti e, forse, anche qualche membro del Governo
infilano nei decreti di fine anno le consuete porcherie clientelari con le quali
favorire parenti, amici ed elettori.
No, non c’è davvero nulla da ridere se il Sottosegretario
alla Presidenza del Consiglio, sempre Filippo Patroni Griffi, già Presidente di
Sezione del Consiglio di Stato (massimo organo della Giustizia Amministrativa)
non si preoccupa del fatto che la cosiddetta Legge di Stabilità venga
modificata in violazione delle norme che ne regolano la promulgazione e che la
maggior parte dei decreti emanati dal Governo non abbia i requisiti di
“necessità e urgenza” previsti dalla Costituzione.
No, non c’è davvero nulla da ridere nel vivere in un
paese in cui anche alcuni tra i più alti organi dello Stato operano senza
rispettare la legge.
No, non ho proprio nessuna voglia di ridere, però… però,
voglio provarci.
Intendiamoci: la richiesta dei Pubblici Ministeri non è una
condanna, aspettiamo la sentenza di primo grado e poi, eventualmente, quelle
dei livelli successivi di giudizio.
Come un qualsiasi esponente della classe dirigente italiana
mi rimangio quel che ho detto e torno a occuparmi di politica. Beh… non sono
proprio come quelli che ci guidano (ci guidano?).
Buona stampa. Anzi di più. Come spiega il titolo di questo
post, ne condivido anche la punteggiatura. E sono forse anche un po’ innamorato
di lei. Scherzi a parte, la considero una dei migliori giornalisti italiani
(uomini e donne) e una vera risorsa per il paese.
Dopo aver letto un articolo come quello di Gabanelli, voi
tre starete già immaginando che chiuda cedendo al mio irrimediabile pessimismo.
E invece, molto a fatica lo riconosco, provo a dare a voi, e prima ancora a me
stesso, una spinta non già all’ottimismo (come potrei?), ma alla combattività.
Una bella canzone malinconica che invita a non arrendersi. Si tratta di Don’t give up, che Peter Gabriel ha scritto e
interpretato per la prima volta con Kate Bush (http://en.wikipedia.org/wiki/Don%27t_Give_Up_%28Peter_Gabriel_and_Kate_Bush_song%29). Le parole le potete trovare qui: http://www.azlyrics.com/lyrics/petergabriel/dontgiveup.html.
Come molti brani belli e di successo, anche questo è stato
interpretato da altri artisti. Io l’ho riscoperto nell’esecuzione di Pink e
John Legend nell’album The Imagine
Project di Herbie Hancock (http://en.wikipedia.org/wiki/The_Imagine_Project),
che mi sembra giusto proporvi.