Per la verità, non è che io mi sorprenda di questo mercato.
Ricordo molto bene l’articolo di Barbara Fiammeri che vi ho consigliato di
leggere pochi giorni fa. Certi atteggiamenti provano che, dietro
l’autocelebrazione parossistica, si celano velleitarismi patetici e attenzione
a problemi ben diversi da quelli degli italiani.
Il mercato continuerà nelle prossime settimane, possiamo
esserne certi. E non riguarderà soltanto il partito del tizio decrepito. Le
vicende dell’altro partito personale italiano, quello di Grillo, dimostrano che
il sedicente nuovo è nato con il medesimo bagaglio genetico del vecchio peggiore.
La cosa più avvilente è che ci sia un solo elemento comune:
la diffida a Mario Monti. Non lo vuole D’Alema, non lo vuole il tizio
decrepito, non lo vuole lo Psiconano+barba-mediaset, non lo vuole neppure
quello che, sino a qualche giorno fa, a parole si diceva pronto a tutto pur che
Monti continuasse l’opera intrapresa in quest’anno (compiuta soltanto in parte
e in maniera inferiore alle aspettative grazie al “sostegno” della maggioranza
composita).
La mia personale opinione è che i politici abbiano paura.
Monti rappresenta, con tutti i suoi limiti, la negazione del loro modo di
intendere il potere. Monti, con tutti i suoi limiti, ha inteso servire il
paese, i politici intendono, chiusa la sua parentesi, tornare a servirsi del
paese.
Buona stampa. Anche se lascia la bocca amarissima. Il nuovo
farà molta fatica a emergere, probabilmente troppa e non potrà emergere. E la stima e il favore di cui gode Monti nel paese
(che, nonostante le lacrime e il sangue, sono confermati da molti sondaggi) difficilmente potranno essere espressi con il voto. Non solo perché non lo
vogliono D’Alema e il tizio decrepito, ma perché non lo vogliono tanti altri, inclusi quelli che gli hanno messo i bastoni tra le ruote per dodici mesi,
magari sorridendogli e affermando di sostenerlo pienamente. Come ben illustra Zingales.
Veniamo a uno storico disco dal vivo, un vero e proprio
monumento della musica americana degli anni 70. Si tratta di 4 Way Street in cui si celebra, per la
prima volta davanti al pubblico, la collaborazione di quattro tra le
personalità di maggior spicco di quel momento: David Crosby, Stephen Stills, Graham
Nash e Neil Young (CSNY). Difficile non vedere un’allusione al loro rapporto nel
titolo dell’album (http://en.wikipedia.org/wiki/4_Way_Street).
Vi propongo di ascoltare uno dei brani più lunghi, Southern Man,
Anche le parole sono molto belle. E il ritornello, chissà perché, mi fa pensare
ai nostri politici… Pensate a com’è sfuggente lo sguardo di Rutelli, per
esempio.
Meglio restare a CSNY e al loro disco. L’ultimo ascolto è di
due brani che si succedono senza interruzione: 49 Bye-Byes/America’s Children.
Se poi avete tempo, potete ascoltare tutto il disco, quasi due ore di splendida musica.
Mi dispiace per voi, ma non posso fare a meno di tornare sul
tema, credo a noi tutti nient’affatto gradito, del funzionamento del nostro
sistema politico.
Buona stampa. Soprattutto per come evidenzia il contrasto
tra l’operato del Governo, che io ho spesso criticato (a ragione, scusate la
modestia) per il poco coraggio e la poca incisività, e la totale mancanza di
senso di responsabilità del Parlamento, che rivela giorno dopo giorno la
pessima qualità dei suoi componenti. E anche dei suoi presidenti, perché se
Schifani e Fini avessero la caratura degli uomini di Stato (e, ovviamente, non
l’hanno) si sarebbero dimessi da tempo piuttosto che restare a presiedere un
pugno di personaggi, in gran parte inqualificabili, che, anche in un momento
drammatico come quello che vive l’Italia, antepongono i loro (o degli amici) meschini interessi
a quelli degli italiani e, indifferenti a quanto denaro ricevono dai loro
concittadini, non solo lavorano poco o nulla, ma quando si presentano in aula
affossano i risultati prodotti in un anno dal Governo, pochi, ma certamente maggiori
di quelli prodotti dal Parlamento in oltre tre anni di legislatura prima che a Palazzo Chigi arrivasse Monti. E potrei
anche dire in tutte le ultime quattro legislature...
Che poi tutto questo avvenga, prevalentemente, per
assecondare il protagonismo velleitario e patologico di un tizio piuttosto
decrepito, il cui aspetto farebbe apparire affascinante anche il ritratto di
Dorian Gray, beh, francamente, non lo si può tollerare.
Abbiamo già dato anche troppo alla smisurata e grottesca e
immotivata autostima di Berlusconi e, soprattutto, agli orizzonti piuttosto
ristretti, e poco orientati al bene comune, del suo agire politico.
Il paese è inchiodato da quasi vent’anni perché lui ha
deciso di dedicarsi alla politica principalmente per far fronte a questioni
che, con la vita degli italiani, avevano poco, anzi nulla a che fare. La colpa, però non è soltanto sua.
A
Berlusconi e ai suoi oppositori possiamo sicuramente addebitare il fatto che
non si sono realizzate le riforme che avrebbero permesso al paese di affrontare
con maggiore serenità la crisi economica e finanziaria iniziata nel 2007.
Quando sento Bersani sostenere che lui è in grado di
“rinnovare”, onestamente, posso soltanto scrollare incredulo la testa. Bersani,
come gran parte di quelli che lo sostengono all’interno del suo partito, è uno
dei politici che dovrebbero stare sul banco degli imputati di un ipotetico
processo intentato dagli italiani a coloro che li hanno, si fa per dire,
amministrati negli ultimi vent’anni.
Adesso che ci penso… non sarebbe male modificare il progetto
di Rutelli e Viespoli di cui ho parlato (il peggio possibile come meritava) qualche
giorno fa… Anziché una piccola assemblea costituente, un severo tribunale
speciale per i danni causati dalla classe politica al paese… sognare si può,
almeno nel proprio blog.
Passando alle cose belle, un brano musicale. Da un po’ di
tempo trascuro la cosiddetta “Musica Classica” e, siccome oggi ricorre
l’anniversario della prima esecuzione pubblica del 3° Concerto per pianoforte
di Sergej Rachmaninov (non è cultura sedimentata, l’ho appreso ascoltando
Radio3 della Rai oggi: http://www.radio3.rai.it/dl/radio3/programmi/puntata/ContentItem-040c7474-91ca-4de4-b086-5e321557dcc6.html),
sfrutto l’occasione.
Ecco l’esecuzione del 1° movimento del 3° Concerto registrata, nel 1939, da Rachmaninov
stesso.
Buona stampa. Pessimo provvedimento, ovviamente. Come già
saprete, gli estensori dello stesso sono niente meno che due campioni del
calibro di Rutelli e Viespoli, vere eccellenze nella selezione dei tesorieri di
partito (nel primo caso) e nel passaggio da uno schieramento all’altro (sia nel
primo sia nel secondo caso, e più veloci dei tergicristalli a velocità massima).
Io sono consapevole e convinto che la coerenza non possa essere una condanna a
vita, ma ci dovrebbe essere un limite all’incoerenza, o meglio, allo squallido
opportunismo, perché di questo penso si tratti. Puro e semplice opportunismo,
nient’altro può spiegare un atteggiamento che definire molto ondivago sarebbe
quantomeno riduttivo.
Oggi il Corriere ospita una lunga lettera dei due preziosi
legislatori, nella quale, com’è costume per i più eminenti tra i nostri eccellenti
politici (boom), sempre pronti ad accogliere le critiche e a considerare
l’opinione della stampa e dei cittadini (doppio boom), Rutelli e Viespoli hanno
difeso il loro provvedimento lasciando intendere che le considerazioni di Rizzo
fossero infondate. Purtroppo non è possibile farvela leggere, perché non la
trovo nell’edizione on line del quotidiano milanese. Credetemi sulla parola:
meglio per voi. A me… vorrei dirlo con eleganza… ancora girano.
Basta scherzare! Questo è un tema maledettamente serio.
Da anni, ormai, il sistema politico in questo paese ha non
solo rinunciato alle proprie funzioni (una situazione che, generalmente in
misura minore, si è verificata anche altrove e che, ad esempio, spiega almeno
in parte il velleitarismo della Ue e la sua mancanza d’influenza a livello
mondiale), ma anche e soprattutto si è insediato come una parassita insaziabile
in tutti i nodi vitali, drenando una quantità di risorse enormi. E non c’è la
minima intenzione da parte di nessun partito di cambiare realmente le cose.
Da anni, ormai, e anche questa è una condizione non soltanto
italiana, ma pure in questo caso da noi il problema è assai più grave, moltissimi
membri della pubblica amministrazione di tutti i livelli, sia quello centrale
sia quelli locali, ignorano le reali esigenze del paese e della popolazione. La
loro fondamentale, forse unica reale preoccupazione è garantire la propria
sopravvivenza e il proprio benessere, restando indifferenti a come, nel
frattempo, la loro incuria e la loro ricerca di vantaggi si traduca in
deterioramento nelle condizioni di vita degli italiani (parliamo di sicurezza, di
giustizia, di potere d’acquisto, di prospettive per il futuro, di rapporto tra
cittadino e amministrazioni dello stato, e così via).
Si è creata una saldatura dalle conseguenze drammatiche tra
gli interessi della classe politica, in larga parte inetta e avida, e l’astuzia
opportunistica della burocrazia pubblica, pronta a sfruttare l’ignoranza e il
disinteresse di ministri, presidenti di regione, sindaci per organizzare la
parodia di uno stato moderno ed efficiente e per diffondere nei pubblici
dipendenti la convinzione di essere i referenti di se stessi.
Buona stampa. Il nostro, anzi, il loro, è uno Stato ormai in
evidente agonia, divorato dalla malattia in ogni suo organo. E anche un uomo
che ritengo onesto e serio come Monti, purtroppo, dimostra di non potere nulla
contro questo stato di cose, contro quest’alleanza sordida tra pessima politica
e mediocre pubblica amministrazione, alleanza assai ben rappresentata anche
nell’attuale governo.
Tra le prime regole sviluppate dai primi studiosi di economia vi è quella secondo la quale la moneta cattiva scaccia quella buona.
Fin da quando ne sentii parlare dal mio eccellente professore
di Storia e Filosofia del Liceo, ho pensato che la regola non valesse soltanto
per le monete, ma anche per molte attività o abitudini umane.
Di certo vale in Italia per gran parte degli uomini politici
e per gran parte dei dipendenti pubblici.
Se non si spezzeranno questo legame e questo circolo vizioso
tra politica e pubblica amministrazione, nel futuro dell’Italia ci potrà
soltanto essere un declino ancor più rapido e drammatico di quello cui
assistiamo oggi.
Io non credo che vi assisterò da qui. Ne ho abbastanza. Un
individuo ha il diritto di vivere in una nazione nella quale il patto tra
cittadino e stato viene rispettato. Da noi non soltanto non viene rispettato da
anni, ma se n’è persa la conoscenza là dove, al contrario, lo si dovrebbe
conoscere e rinnovare quotidianamente con solenne liturgia.
Io mi sto dando da fare per assistere da altrove al
dissolversi dell’Italia come nazione civile.
Che siano siano le Alpi viste da nord o i ghiacciai affacciati su mari
prossimi all’Antartide, forse continuerò a tediarvi guardando quei panorami.
E a farmi perdonare con qualche nota degna di essere
ascoltata assai più di quanto le mie parole siano degne di essere lette.
Toronto è una bella città, molto bella, come tutte quelle
che possono contare su grandi specchi d’acqua, siano essi mari, baie, lagune,
grandi fiumi o laghi. La più grande e più cosmopolita tra le metropoli canadesi
gode di un pessimo clima (in senso atmosferico: gelida e nevosa in inverno,
calda e afosa in estate come e più che da noi), ma è molto fertile
culturalmente e ha avuto il merito, già da molti anni, di ospitare concerti
indimenticabili e, grazie ai dischi, indimenticati.
Un vero santuario della musica in generale, e del jazz in
particolare, è la Massey Hall (http://en.wikipedia.org/wiki/Massey_Hall).
Qui venne registrato Jazz at Massey Hall,
album fondamentale della storia del jazz (http://en.wikipedia.org/wiki/Jazz_at_Massey_Hall),
nel quale confluirono le esperienze e le geniali intuizioni di cinque straordinari
personaggi: Charlie Parker, Dizzy Gillespie, Bud Powell, Charles Mingus e Max
Roach, come dire buona parte dell’Olimpo del jazz.
Da questo stupendo album, di cui possiedo una versione in
vinile acquistata a Londra in un negozio di dischi usati nei primi anni 70, ormai
quasi inservibile, e di cui non ho voluto acquistare la versione CD, scelgo un
brano di Dizzy Gillespie: A Night in
Tunisia. L’audio non è gran che, ma questa è la STORIA del jazz.
Saltando ad altro genere, ma siamo sempre nell’ambito dei
concerti importanti, a Toronto The Who
registrarono nel Maple Leafs Gardens un
doppio album nel 1982, Live in Toronto.
Il brano che ho scelto per voi è Baba
O’Riley, un salto formidabile, ma amare la musica, credo, vuol dire anche
questo.
A Toronto, nel 1978, nello stadio dei Blue Jays, ho ascoltato The
Eagles. Era agosto, il caldo afoso insopportabile e ci trovavamo in
un’arena all’aperto.
Non ho trovato traccia di quell’evento su YouTube, ma penso
vi piacerà ascoltare Best of My Love.
Uno dei ricordi più nitidi del concerto del 78, oltre a
quello della musica ovviamente, era l’odore di marijuana e di hashish che, per me che non
apprezzavo e non apprezzo né l’una né l’altro, era veramente insopportabile. Un
odore che mi sono portato addosso per qualche giorno, nonostante le docce
quotidiane. Oggi è soltanto un ricordo molto bello, di cui, come per molti
altri, sono profondamente grato a mio padre, che mi ha permesso di vivere
esperienze che tanti della mia generazione hanno potuto soltanto sognare.
Domani avrebbe compiuto ottantaquattro anni ed è morto da
poco più di quindici. Troppo presto.
Buona stampa. Rutelli mi sembra intenzionato a
confrontarsi con Formigoni sul terreno dell’antipatia, dell’arroganza e della
nocività per gli italiani. E’ in politica da sempre: si togliesse dai piedi! Nessuno sentirà la sua mancanza.
E per restare nel campo dei campioni della classe politica
italiana, vi propongo, in ritardo, il Gramellini di ieri, semplicemente
perfetto:
Buona stampa. Nemmeno una parola in più: c’è tutto, compresa
la critica a Monti che, sul punto del controllo della spesa, onestamente, ha
poco da vantarsi.
Lasciamo perdere… tempo di musica. Uno dei miei tre lettori,
che ha capito che basta lusingarmi per ottenere un immediato riconoscimento, ha
apprezzato gli ascolti di Joni Mitchell che vi ho proposto in passato.
Nel giugno del 1979, con l’uscita di Mingus, splendido album dedicato al grande (in tutti sensi)
bassista jazz, si può considerare compiuto il percorso che aveva portato Joni Mitchell a
fondere nella propria musica esperienze di varia matrice, ottenendo, a mio
modesto parere, risultati eccellenti.
Sempre nel 1979, proprio per celebrare l’uscita del nuovo
album, Joni Mitchell andò in tournee negli Stati Uniti. Anche la formazione che
l’accompagnava allora era espressione della ricerca di sonorità diverse da
quelle proprie del primo periodo d’attività della cantante canadese.
Con lei sul palco, infatti, c’erano: Michael Brecker ai
sassofoni (un altro musicista di cui piangiamo una morte prematura), Jaco
Pastorius al basso (anche lui morto molto giovane), Pat Metheny alla chitarra,
Lyle Mays alle tastiere (successivamente colonna del Pat Metheny Group), Don
Alias alla batteria. Tutti nomi di grande importanza nella storia recente del
jazz e non solo.
Il gruppo che fungeva da supporto, The Persuasions, era un notevole complesso vocale.
Nell’agosto del 1979 io ebbi la fortuna di sedere sulle
tribune del centrale di Forest Hills, lo stadio, non più usato per il tennis,
che ospitò la tappa newyorkese della tournee. E posso soltanto dire che la
ricordo ancora come una delle esperienze musicali più belle che ho vissuto. Da
quella tournee fu tratto un album memorabile, intitolato come il primo brano
che vi faccio ascoltare: Shadows and
Light, nel quale è accompagnata da The
Persuasions. E’ un brano che mi sembra avere una solennità straordinaria e
che ha un testo di rara intensità, che potete trovare sul sito di Joni, che
merita una lunga visita, perché è ricco d’informazioni, strutturato molto bene
e celebra anche il grande talento pittorico e grafico della cantante (http://jonimitchell.com/music/song.cfm?id=14).
Il secondo è Hejira,
probabilmente uno dei miei prediletti tra i tantissimi capolavori di Joni
Mitchell. Purtroppo non è la versione dal vivo della tournee (che non sono
riuscito a trovare su YouTube), ma quella dall’album intitolato come il pezzo.
Manca il sassofono di Michael Brecker, ma in compenso c’è il basso di
Pastorius. Struggente. Le parole le potete trovare qui: http://jonimitchell.com/music/song.cfm?id=234.
La vicenda della Regione Lazio, dalla quale il sistema dei
partiti ha drenato (e sperperato) somme in misura proporzionalmente persino superiore a
quella, certo non modesta, che drena dai due rami del Parlamento nazionale,
dimostra una volta di più quanto sia diffuso e profondo il malcostume
(eufemismo) politico nel nostro Paese. E pone in evidenza, ancor più
drammaticamente, la necessità di un vero ricambio della classe dirigente.
Vediamo qualche articolo di cronaca, giusto per mettere a
fuoco una storia che, se non rivelasse un ulteriore caso d'inammissibile
dilapidazione di denaro pubblico, potrebbe anche far sorridere vista la qualità di
alcuni dei personaggi che ha portato alla ribalta.
Buona stampa. Anche se si tratta di cronaca, ma è quel tipo
di cronaca di cui abbiamo bisogno, perché di queste cose si deve parlare il più
possibile. La stampa, per quanto modesta possa essere quella italiana (e io
penso che sia piuttosto modesta), è la sola vera difesa di uno stato democratico
dall’invasione del malaffare e dalle distorsioni della democrazia che ne
derivano, ivi compresa l’ondata dell’antipolitica, che certo non aiuta a selezionare
una migliore classe dirigente.
Quello che mi preoccupa maggiormente, alla luce di questi
comportamenti, è, naturalmente, il futuro. Se la classe dirigente sarà ancora
formata da personaggi come Berlusconi e Veltroni, Di Pietro e Cicchitto, Vendola
e, perché no?, Grillo, francamente, la vedo particolarmente brutta.
Sempre per evitare equivoci: alcune domande. Vogliamo
davvero rimettere il Paese in mano a quelli che hanno scelto o contribuito a
scegliere i Lusi, i Belsito, i Fiorito, i Penati e tutti gli altri pessimi
figuri di cui dobbiamo leggere le gesta sui giornali? Vogliamo credere alla
Signora Polverini, che adesso si straccia le vesti e chiede fermezza, ma fino
all’altro giorno non mi pare che strillasse contro lo stuolo di avidi faccendieri
che la circondavano? Quei medesimi faccendieri che, presumibilmente, erano
stati inseriti nelle liste elettorali dagli stessi personaggi ai quali,
difficile che tocchi ad altri, sarà demandato il compito di scegliere i
candidati alle prossime elezioni.
Vogliamo forse credere che le direzioni nazionali non
sapessero che genere di persone candidavano? Forse che Verdini ignorava le
qualità di Fiorito? E Bossi, vogliamo berci la storia che non conoscesse le mediocri
doti di Belsito? E il mitico Rutelli, vogliamo dimenticarci di lui? No, di
Rutelli proprio non voglio dimenticarmi, soprattutto perché, dopo il naufragio
del cosiddetto Terzo Polo, è preoccupato, molto preoccupato: rischia di perdere
la poltrona, così si sta dando da fare per ottenere il perdono del Pd, da cui
era uscito per fondare Api.
Questo post sarà un po’ lungo, perché gli argomenti
non sono pochi.
Partiamo con un sorriso e, per farlo, mi rivolgo alla
Jena di oggi sulla Stampa. Non vi do il link, ma trascrivo direttamente:
Salva
Italia
Cresci Italia
Spala Italia
Buona stampa.
E passiamo a cose più serie. Un po’ più serie, visto
che non è la prima volta che nevica in Italia, però è sempre come se lo fosse.
Comuni, Province, Regioni e Stato, da una parte, e società pubbliche e private
coinvolte (Ferrovie dello Stato, Enel, Autostrade, ecc. ecc.), dall’altra, si
fanno cogliere impreparati, con la conseguenza che le città si bloccano, le
autostrade si bloccano, i treni si bloccano, gli aerei si bloccano e la gente
muore.
I problemi li hanno anche altrove, intendiamoci. Noi,
però, riusciamo a renderli sempre più gravi per quel piccolo difetto che si
chiama pessima qualità della pubblica amministrazione.
Procediamo.
Riprendiamo il caso Huhne e il caso Lusi, che, sia
pure in presenza di colpe ben diverse, si prestano ad una valutazione in
parallelo.
Veniamo, alla mia maniera, al confronto tra Italia e
Regno Unito.
Là un ministro si dimette perché ha mentito allo scopo
di sottrarsi alla decurtazione di alcuni punti sulla patente di guida. Lo fa
perché la sua colpa non si rifletta in alcun modo sulla posizione che occupa e
sul governo di cui fa parte.
Qui un senatore, nel proprio ruolo di tesoriere (di un
partito che non esiste più, ma ci costa comunque!), distrae fondi per circa 13
milioni di euro. Si tratta di un reato piuttosto grave, si chiama
appropriazione indebita. Bene, c’è un’indagine in corso, il senatore si
dichiara colpevole e, nel tentativo di ridurre il proprio conto con la
giustizia, propone di patteggiare qualche mese e di restituire meno della metà
di quanto ha sottratto. I magistrati respingono la proposta: Lusi andrà a
processo. Intanto, però, è ancora un senatore della Repubblica Italiana. Non si
è dimesso. Non ritiene che la presenza di un malfattore reo confesso possa
portare discredito all’istituzione.
Domanda: nel resto del mondo, leggendo le cronache di
queste due vicende, la gente penserà che l’Italia sia migliore del Regno Unito?
Io ne dubito.
Sempre riguardo al caso Lusi, Rutelli, ossia colui che
ha mostrato tanto discernimento da sceglierlo per il ruolo, si è presentato da
Lilli Gruber a 8 e mezzo per cercare di difendersi. Avendo resistito solo per
alcuni minuti alla visione della faccia contrita e all’ascolto dei piagnucolii
avviliti (l’una come gli altri, per me, patetici e assai poco convincenti), non
posso dare una valutazione complessiva della trasmissione. Mi affido ad Aldo
Grasso, che lo fa sulle pagine del Corriere (http://www.corriere.it/spettacoli/12_febbraio_04/rutelli-grasso_8c96b0e8-4ef8-11e1-be5e-e51bc42d9d61.shtml).
Buona stampa.
Altro passo in avanti, sempre sul tema. E un link che richiede,
da parte vostra, buona volontà e un po’ di tempo, quello di Prima Pagina, la
trasmissione di RaiRadio3. Questa settimana in conduzione abbiamo avuto il
bobtail, Gian Antonio Stella. Ieri, nel filo diretto, il terzo ascoltatore a
chiamare ha posto il problema della responsabilità, ossia su come essa debba
essere interpretata e quale estensione debba avere. L’ha fatto in maniera forse
non proprio chiara, tanto che ha lasciato incerto anche Stella, tuttavia a me è
parso che sollevasse la questione in modo corretto e segnalasse, comunque, l’assenza,
nel nostro Paese, di una cultura che induca ad assumersi realmente le proprie
responsabilità, anche quelle “indirette”. In altre parole, se interpreto
correttamente le parole di quell’ascoltatore e volendo tradurle in un esempio
concreto e attuale, non solo Lusi avrebbe dovuto dimettersi, ma anche Rutelli.
E io sono d’accordo con lui. Mi pare, comunque, che valga la pena di ascoltare
quella parte della trasmissione, il link è questo: http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-afd05d44-390e-41e4-a239-c7f04cd934d7.html?p=0.
Dovete scegliere il file “Prima Pagina del 04/02/2012 – Filo diretto”.
Il mio giudizio sulla trasmissione lo conoscete già.
Buona stampa.
Andiamo avanti. Vi avevo anticipato che sarei stato
prolisso… Cambiamo argomento, ma in realtà non è che andiamo proprio così
lontano.
La relazione che esiste tra le nostre prime letture e
la nostra personalità di adulti è stata oggetto di riflessione da parte di
tantissime ottime intelligenze. Nello stile del mio secchiello d’acqua, io
citerò una signora italiana che mi piace molto: Lella Costa. E queste sono le
sue parole che contano in questa materia:
Noi
ragazze da bambine abbiamo letto tutte Piccole donne e Piccole donne crescono,
mentre i maschi leggevano Zagor, Capitan
Miki, Blek Macigno, eccetera. Pare invece che i maschi che da
piccoli hanno letto Piccole donne
siano poi da grandi diventati stilisti.
Io da bambino non ho letto né Zagor, né Capitan Miki, né
Blek Macigno (gli ultimi due, tra l’altro,
non ho la più pallida idea di che “cosa” siano), ma ho letto molto Emilio
Salgari.
Per questo sono infinitamente più povero di Dolce e di
Gabbana.
Di Salgari si ricordano soprattutto i volumi dedicati
a Sandokan e al Corsaro Nero. A me dispiace che si dimentichi un ciclo,
considerato minore, dedicato al Leone di Damasco, un personaggio la cui vita,
se ricordo bene, Salgari colloca nell’epoca del conflitto tra l’Occidente
Cristiano e l’Oriente Mussulmano concluso con la battaglia di Lepanto.
Vorrei poter essere più preciso, ma purtroppo i libri si sono persi nei
miei tre traslochi; comunque, per quel che conta un mio consiglio, potrebbe
valer la pena di leggerli (nel mio caso rileggerli), io proverò a farlo, ma
temo che non siano più disponibili in libreria. Ad ogni modo, venendo al punto,
conservo un ricordo nitido del breve ciclo dedicato a Muley-El-Kadel: il laccio
rosso che i mussulmani colpevoli di tradimento o di altri comportamenti
gravissimi ricevevano in un cofanetto. Si trattava di un invito a suicidarsi
usando il laccio per strangolarsi.
Era da un po’ che questo ricordo andava e veniva nella mia testa, ansioso
di trovare un posticino nel blog. L’idea di inviare un laccio rosso simbolico
mi sembrava intrigante, ma anche un po’ troppo forte.
Oggi, credo sia arrivato il momento di superare i dubbi e di fare la prima
spedizione. Siccome sono un esagerato, non mi limito a mandare un solo laccio,
ne mando ben tre, in realtà collegati. E non avrete certamente bisogno che vi
spieghi le ragioni.
Il primo va a Damasco, destinatario Bashar al-Assad.
Il secondo è diretto a Mosca, confezionato su misura per Sergey Lavrov.
Il terzo vola a Pechino, ben impacchettato per Yang Jiechi.