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sabato 9 aprile 2016

Dignità a tempo scaduto?

Ieri, forse tardivamente, si è deciso di richiamare il nostro ambasciatore a Il Cairo come segno d’insoddisfazione per come l’Egitto ha, finora, cercato di (non) fare chiarezza sul sequestro e sull’uccisione di Giulio Regeni.

domenica 25 gennaio 2015

Il verso, per ora, non è affatto cambiato


Mi vedo costretto a ripartire dal fango in cui vi avevo condotto giovedì. Sull’argomento, infatti, mi è rimasto qualcosa da dire. Nell’articolo che vi ho segnalato, si parla di fan (sic) presenti in tribunale per dare sostegno allo squallido figuro. Giusto per sgomberare il campo da equivoci, ricordiamo che costui è stato condannato (con sentenza passata in giudicato) a 14 anni di reclusione, ridotti a 9 e ne deve scontare ancora più di 6 per reati che, se ricordo bene (grazie al cielo non è che dedichi molto tempo a questioni del genere, anzi), sono l’estorsione aggravata, lo spaccio di banconote false, la guida senza patente e simili.
Ora a me piacerebbe capire che cosa c’è nella testa di questi fan. Me lo chiedo perché mi rifiuto di pensare che una persona dotata di normale intelligenza possa anche soltanto farsi sfiorare dall’idea di apprezzare lo squallido figuro al punto di diventarne sostenitore. Non c’è niente da apprezzare in lui e, ripeto, merita di stare dov’è e di restarci fino all’ultimo giorno di condanna.
Restando ancora per un attimo sull’argomento, sono andato a ripescare il Buongiorno che Gramellini dedicò allo squallido figuro giusto due anni fa, quando fu arrestato al termine della fuga all’estero. Ecco il pezzo: http://www.lastampa.it/2013/01/24/cultura/opinioni/buongiorno/corona-lo-specchio-deformato-del-materialismo-vLd6f3psOofrEUkcOhBC6J/pagina.html.
Stampa così e così. Mi dispiace, Gramellini è quasi sempre impeccabile, ma qui mi sembra aver preso una strada sbagliata. In particolare non condivido affatto l’opinione che la pena inflitta allo squallido figuro sia eccessiva. Se esistono casi in cui la sentenza dovrebbe essere esemplare, questo è uno. E, purtroppo, non lo è stata, come dimostra l’esistenza dei fan.
In generale, poi, come sa bene anche Gramellini, c’è una ragione perché nel nostro Paese non pochi reati vengono puniti in maniera assai diversa da come accade altrove: negli ultimi decenni i ministri della Giustizia si sono occupati dei problemi giudiziari di una parte della popolazione, eccezionalmente esigua tra l’altro, dando vita a una gerarchia dei reati e delle pene piuttosto strampalata.
Saliamo un po’, ma non tanto da uscire completamente dalla melma.
Più di due anni fa, occupandomi di un tema che mi sta molto a cuore, ossia la trasparenza nella Pubblica Amministrazione, vi avevo segnalato il FOIA, Freedom of Information Act, un’organizzazione che proprio di questo argomento ha fatto la propria ragione di vita (http://ilmiosecchiellodacqua.blogspot.it/2012/06/un-appello-da-sottoscrivere.html).
Nei primi giorni dello scorso dicembre, il FOIA aveva chiesto al Governo informazioni sullo studio effettuato da Cottarelli, che era stato incaricato da Letta e confermato da Renzi, per definire le misure da adottare per ridurre la spesa pubblica. Conoscere il contenuto del “dossier Cottarelli” sarebbe, ovviamente, di grande interesse per il Paese. Ebbene, il Governo ha eretto un muro di gomma respingendo la richiesta di chiarezza del FOIA. Il resoconto completo di questa vicenda la trovate sul sito dell’organizzazione (http://www.foia.it/). Una sintesi la potete leggere in questo pezzo del Corriere della Sera di giovedì: http://archiviostorico.corriere.it/2015/gennaio/22/perche_conti_Cottarelli_sono_segreti_co_0_20150122_78af9594-a202-11e4-b31a-4e54bb51023c.shtml.
Cronaca. Ho poco da dire. Già è sospetto, come mi pare di aver scritto in precedenza, che Cottarelli sia stato di fatto allontanato dal suo incarico. L’omertà, come altro potrei definirla?, riguardo al frutto del suo lavoro mi sembra giustificare il convincimento che ben poco stia cambiando in Italia, checché ne dica Renzi. Il quale certo non ha nessuna voglia di eliminare il brodo di coltura dei mali peggiori del Paese: corruzione, spreco di denaro pubblico, lungaggini burocratiche, tempi della giustizia abnormi, ecc. ecc. Lo dimostrano anche le misure sull’evasione fiscale (il famoso 3%) e quelle sull’autoriciclaggio. Niente di quel che sta facendo Renzi ci farà recuperare significative posizioni nella graduatoria delle nazioni meno corrotte e più trasparenti del mondo.
Quel che penso di Renzi, a questo punto, lo avete senz’altro capito. Quindi mi concentro su un altro punto che viene messo in luce dalla vicenda del “dossier Cottarelli”. Quel breve articolo di cronaca del Corriere è il solo che ho trovato nei principali quotidiani italiani (se sbaglio, sarò felice di essere smentito). Ecco, per me è intollerabile che i direttori di giornali come La Stampa o il Sole 24 Ore, il Corriere o La Repubblica, Il Giornale o Il Fatto Quotidiano abbiano rinunciato ad andare a fondo sulla questione e a mettere il Governo con le spalle al muro per ottenere il soddisfacimento della richiesta del FOIA.
Mala stampa. Quest’atteggiamento più connivente che rinunciatario mi sembra dimostrare, al di là di ogni dubbio, che non possiamo contare su giornalisti capaci di svolgere autenticamente il compito loro affidato nelle democrazie liberali. Con direttori come quelli dei quotidiani italiani, Richard Nixon sarebbe rimasto alla Casa Bianca sino alla scadenza del suo secondo mandato. Una volta di più posso solo rimpiangere che non ci sia un Ben Bradlee da queste parti. E neppure un suo modesto allievo.
E’ arrivato il momento di uscire dal pantano. E per compiere un salto che ci porta tra le stelle, non possiamo che affidarci alla musica.
Ieri è caduto il 40° anniversario di un evento che ha un posto speciale non soltanto nella storia del jazz, ma in quella di tutta la musica: il concerto eseguito a Colonia da Keith Jarrett il 24 gennaio del 1975. Possiamo non ascoltarne una parte? No, naturalmente. Eccovi il primo brano che non ha titolo. E’ un po’ lungo, ma sono 26 minuti di pura bellezza.


domenica 26 ottobre 2014

So long, Ben


Per quelli della mia generazione, un certo cinema americano degli anni 70 e 80 ha consentito di conoscere meglio una nazione cui guardavamo con ammirazione anche quando, apparentemente, ne sottolineavamo i difetti senza riconoscerne i pregi.
Registi come Lumet, Pollack, Pakula, Coppola, Lucas e altri hanno scritto pagine cinematografiche memorabili, non di rado portando sullo schermo storie che molto dovevano alla stampa americana, alla determinazione con la quale cercava di svolgere il proprio ruolo di controllo della politica e di studio e rappresentazione della società.
Tra questi film, uno di quelli che ricordo con maggior precisione e che apprezzai fin dalla prima di molte visioni, è sicuramente Tutti gli uomini del Presidente (All the President’s men) di Alan J. Pakula (http://it.wikipedia.org/wiki/Alan_Pakula), che descriveva l’inchiesta svolta sull’effrazione al Watergate da Bob Woodward e Carl Bernstein per The Washington Post, inchiesta che dette un contributo più che rilevante alle dimissioni di Richard Nixon. Il cast vedeva Robert Redford (Woodward) e Dustin Hofmann (Bernstein) nel ruolo dei protagonisti, con accanto alcuni altri eccellenti attori in ruoli importanti. Tra questi Jason Robards, che interpretava Ben Bradlee, il Direttore del quotidiano, che proprio per la sua interpretazione ottenne il premio Oscar come attore non protagonista nel 1977, uno dei quattro attribuiti alla pellicola di Pakula (http://it.wikipedia.org/wiki/Tutti_gli_uomini_del_presidente_%28film%29).
Perché vi racconto tutto questo? Perché il 21 Ottobre è morto Ben Bradlee, che ho citato in un mio post dello scorso febbraio, considerandolo un esempio del giornalismo al quale, purtroppo, i nostri quotidiani s’ispirano sempre meno. Qualcosa di più su di lui potete scoprirla qui: http://en.wikipedia.org/wiki/Benjamin_C._Bradlee. Come vedete, si tratta di un esponente di quella che possiamo considerare l’aristocrazia americana, il che spiega anche la sua familiarità con i Kennedy. Certamente un uomo di rilievo. Che Jason Robards ha interpretato in maniera veramente impeccabile. Ve ne offro un piccolo esempio, dandovi la possibilità di scelta fra la versione originale e quella doppiata della stessa scena (i segmenti non sono proprio eguali, ma si tratta di dettagli secondari). Una lezione di giornalismo e di recitazione. Godetevi anche Jack Warden, un grandissimo attore.
La prima è quella in inglese.


Questa è in italiano.


E veniamo alle cose di casa nostra, argomento assai meno gratificante. Non voglio appesantire troppo l’aria, così vi suggerisco soltanto un’analisi interessante, dal Sole 24 Ore di oggi, della situazione del PD. L’autore è Roberto D’Alimonte: http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2014-10-26/cambiare-o-conservare-due-sinistre--152954.shtml?uuid=ABZ2uy6B.
Buona stampa. Comunque la pensiate, un PD che riesca finalmente a liberarsi dei vincoli con un passato tutt’altro che glorioso farebbe soltanto bene al Paese. Si tratta, ovviamente, di una condizione necessaria, ma non sufficiente perché le cose possano andare meglio. Ce ne sono, purtroppo, tante altre…
Pensate soltanto quanto ci sono costate e quanto ci costeranno ancora le follie gestionali di alcune banche, piegate al volere della politica e stremate dall’inettitudine e dalla disonestà di dirigenti saliti al vertice proprio perché ben ammanicati con i politici. Ci torneremo sopra, quando avrò guardato meglio i dati sulle verifiche effettuate dalla Banca Centrale Europea.
Per chiudere, ecco l’ultima versione di The Nearness of You. Un vero botto finale. Ascoltiamo un sassofonista eccellente, Michael Brecker (la cui vita, come ho già detto in passato, è stata davvero troppo breve), insieme a una grande voce, quella di James Taylor.